L’Ue si è svegliata solo dopo gli attentati di Parigi

Parigi, Hollande al cerimonia omaggio solenne per poliziotti uccisiIl 19 gennaio si è tenuta la prima riunione dei ministri degli esteri dopo l’attacco al Charlie Hebdo e le indicazioni che ne sono scaturite dovrebbero portare a misure quali il controllo delle liste passeggeri – il cosiddetto Passenger Name Record già attivo in USA, Canada e Australia – ed un maggior coordinamento tra le polizie e i reparti dell’intelligence europee, fino a nuovi provvedimenti per combattere il problema dei foreign fighters.
Peccato che per giungere a tali decisioni anche in Europa ci siano voluti 13 anni, il Patriot Act americano è dell’ottobre 2001, e parecchie centinaia di morti, troppi morti. Ad essere maligni si potrebbe constatare che non siano bastati i 191 morti e 2057 feriti delle stragi di Madrid del 2004, o i 56 morti e gli oltre 700 feriti degli attentati di Londra del 2005 per dare la sveglia alle élite culturali e ad i governanti europei, ma che la morte di pochi autori di un giornale apprezzato a sinistra abbia finalmente scatenato la reazione di governi e infiammato gli animi degli intellettuali di mezza Europa, facendo scoprire a questi ultimi, primo fra tutti in Italia Umberto Eco, che siamo in guerra, come se prima fossimo ad un picnic dei boyscout.

Anche se con molto ritardo il dado sembra comunque tratto e dovrebbero seguire le decisioni prese a livello di stati nazionali.
Nel consiglio dei ministri che si sarebbe dovuto tenere ieri a Roma, ma che è stato rinviato, dovevano essere discusse misure per modificare il codice penale e permettere di combattere il terrorismo: pena fino a dieci anni di carcere per chi va a combattere nei teatri di guerra, sanzioni per chi organizza i viaggi “finalizzati al compimento di condotte con finalità terroristiche” e per i soggetti che si auto-addestrano al compimento di atti terroristici, misure contro la propaganda a mezzo web per poter oscurare i siti jihadisti e i loro simpatizzanti. Oltre a questo ci dovrebbe essere l’applicazione di misure utilizzate fin qui per la lotta alla mafia quali la sorveglianza speciale, l’obbligo di soggiorno, il ritiro del passaporto e verrà presa in considerazione la possibilità di affiancare alla procura antimafia una divisione antiterrorismo. Tutti strumenti operativi che dovrebbero permettere un miglior contrasto dei terroristi islamici.
Provvedimenti che dovrebbero anche metterci al riparo da alcuni palesi casi di “autolesionismo” che si sono verificati, negli anni passati, ad opera di magistrati particolarmente zelanti.

Il primo caso risale al gennaio 2005 e vide protagonista il giudice Clementina Forleo. Dopo l’arresto di cinque integralisti islamici tra Milano e Cremona nell’aprile del 2003 il GIP Di Milano fece scarcerare due imputati e ne condannò tre solo per reati minori. Nella motivazione il giudice evidenziò “con margini di ragionevole certezza che le due cellule di Milano e Cremona avevano come precipuo scopo il finanziamento e il sostegno di strutture di addestramento paramilitare“, che ci fu “sia la raccolta e l’invio di denaro sia l’ arruolamento di volontari, tutti stranieri e di sicura matrice islamico-fondamentalista“, che i volontari vennero “inviati con documenti contraffatti in strutture di addestramento paramilitare” fino al marzo 2003, cioè “in concomitanza dell’ attacco Usa all’ Iraq” ma non li condannò perché “non può ritenersi provato che le due cellule, pur gravitando in aree contrassegnate da propensioni al terrorismo, avessero obiettivi trascendenti quelli di guerriglia“. La sentenza venne confermato in appello nel novembre dello stesso anno e poi ribaltata nel gennaio 2007 quando la Corte di Cassazione stabilì che era un errore considerare terrorismo “solo gli atti diretti contro la popolazione civile e che debbano essere compresi anche gli attacchi diretti contro militari impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari“.
Giusto per inquadrare storicamente la sentenza, e le date sono importanti, il 12 novembre 2003 ci fu la strage di Nāṣiriya, in cui vennero uccisi 19 italiani e 9 iracheni, ed il 6 aprile 2004, sempre a Nāṣiriya, ci fu una battaglia tra l’Esercito Italiano e l’esercito del Mahdi per il controllo di due ponti sull’Eufrate che durò per 18 ore e nel quale vennero feriti 11 bersaglieri. Ma secondo il giudice Forleo ed i suoi colleghi della terza Corte d’Assise d’Appello di Milano fare i guerriglieri in Iraq era “cosa buone e giusta” e pazienza se ci finiva di mezzo qualche soldato italiano.

Il secondo è il caso Abu Omar ed è strettamente legato alle operazioni di intelligence. La maggior parte dei commentatori afferma che non si risponde alla minaccia del terrorismo islamico portando le truppe nei paesi in cui si addestrano o che sponsorizzano questi criminali ma utilizzando al meglio l’opera dei servizi segreti che, per loro natura, combattono la guerra al terrore con sistemi sicuramente poco ortodossi, che sono però anche gli unici che garantiscono una certa efficacia. Questa loro caratteristica dovrebbe essere evidente a chiunque abbia visto qualche film di James Bond o letto qualche libro di Tom Clancy ma, evidentemente, alla procura di Milano amano poco il genere.
Abu Omar venne prelevato da Milano nel 2003 da agenti della CIA con la collaborazione del SISMI, in una operazione di extraordinary rendition, perché sospettato di partecipazione ad organizzazioni fondamentaliste islamiche e deportato in Egitto. Questo provocò la reazione della Procura di Milano che stava conducendo delle indagini sull’imam per gli stessi reati e sfociò in un processo durato sei anni con sei diversi gradi di giudizio. Ci furono infatti una sentenza di primo grado, una di appello, una di Cassazione, una seconda d’appello, una della Corte Costituzionale ed infine una seconda di Cassazione.
Al processo di primo grado il pubblico ministero Armando Spataro sostenne che il SISMI non solo offrì copertura alla CIA nel rapimento dell’ex imam, avvenuto a Milano, ma che addirittura collaborò. Per questi fatti chiese una pena di 13 anni per l’ex direttore del SISMI Nicolò Pollari, 10 anni per l’ex capo del controspionaggio militare italiano Marco Mancini e la condanna per i 26 agenti della CIA coinvolti nel rapimento a pene tra i 10 anni e i 13 anni.

Senza ripercorrere tutte le tappe dell’infinito processo è importante rilevare che lo scontro tra accusa e difesa si è combattuto sul piano della processabilità di Pollari e Mancini in base ad interpretazioni discordanti sull’uso del segreto di Stato mentre le condanne comminate a 23 agenti della CIA, condannati per rapimento, non sono mai state messe veramente in discussione.
Ovviamente gli USA non hanno mai preso nemmeno in considerazione la richiesta di estradizione per gli agenti condannati ma, di sicuro, la prossima volta ci penseranno due volte prima di chiedere la collaborazione dei nostri Servizi.
Per aggiungere il danno alla beffa il tribunale di Milano ha stabilito il risarcimento per l’ex imam. Si tratta di 1 milione di dollari per Abu Omar e di mezzo milione per la moglie Nabile Ghali. Certe volte per avere dei soldi dai nemici che si combatte non serve nemmeno prendere degli ostaggi per farsi pagare un riscatto, basta solo denunciarli.
In tutti i casi si tratta sicuramente di indagini e sentenze ineccepibili dal punto di vista del diritto formale, un po’ meno da un punto di vista della Giustizia sostanziale e dell’opportunità storica

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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