L’ultimo obiettivo di Berlusconi

IMG_1603Quello che abbiamo visto ieri sera a Virus non è più l’uomo che appassionò gli italiani nel 1994.
Porta, come è giusto che sia, i segni del tempo, il suo linguaggio del corpo non è più quello disinvolto di una volta, la sua retorica ha bisogno, per non cedere il passo all’età, di una minutaglia di fogli da agitare nella mano destra mentre parla.
Lo stesso scettro di carta con il quale spolverò la poltrona di Travaglio, prima di sedervisi, in quella famosa trasmissione che sancì il suo formidabile recupero alle elezioni politiche del 2013.

Tutto questo, ci ha portato a pensare, durante l’intervista di Nicola Porro, ancora una volta di più a quella che è la domanda che spesso, da un po’ di tempo a questa parte, ci facciamo come la mente ci porta alla figura di quest’uomo: Silvio Berlusconi.
Ma cosa vuole veramente in questo finale di una vita così vissuta, che gli ha riservato quasi tutto e negato praticamente nulla?
Quale può essere l’obiettivo centrale, quello non negoziabile, in questa fase per un uomo come lui?

Cosa può volere ancora dalla politica un uomo che all’età di 50 anni pensava già a costruirsi il mausoleo che ne avrebbe ricordato ai posteri l’esistenza?
Dopo essere riuscito ad assicurare un futuro ai figli, un uomo così non può essere interessato al danaro, al potere e a tutte le altre belle cose della vita che ha sempre assaporato.
Non può esservi interessato, se non in via del tutto subordinata e non prioritaria ed allora cosa è che lo muove ancora, dopo 65 processi, a stare in sella a questo maldestro ronzino che è diventato il suo partito?

Chi glielo fa fare, dopo aver stretto le mani dei grandi della terra, a stare per l’ennesima volta a rispondere alle domande incrociate di un onesto giornalista rampante, piuttosto che godersi, a vita privata, questo ultimo tratto della sua intensa vita?
Non è possibile, nel suo specialissimo caso, non porsi questa domanda.
Sarebbe banale e retorico rispondere che sia il bene comune e l’interesse generale del paese a muoverlo ancora.
Solo i mediocri ed i falsi, in un paese in crisi come il nostro, potrebbero ricorrere a questa esemplificazione che non è in grado di essere ritenuta credibile più da nessuno.

Da Dio a Buchanan, nessuno di noi, nemmeno Silvio Berlusconi, può evocare questi due termini: bene comune ed interesse generale, senza incorrere in un minimo di rossore, legato ad imbarazzo.
Se non si è falsi, tutti sappiamo che, al massimo, quando non siano vuota retorica dei termini, il bene comune e l’interesse generale solo Dio può conoscerli, come il giusto prezzo delle cose.

Ed in Dio noi crediamo, da uomini liberi, proprio come c’è scritto sulla bamconota della potenza mondiale che ci ha preservato dal comunismo dopo la fine della seconda guerra mondiale e Silvio Berlusconi, non può che volere che gli sia riconosciuta, una volta per tutte, la funzione di continuità che la sua discesa in campo ha rappresentato in questa storia.

Non crediamo voglia sconti o comandare ad oltranza in quello che è o sarà il nuovo contenitore dei moderati di centro-destra, pensiamo che voglia esclusivamente che gli sia riconosciuto il ruolo che effettivamente ha avuto e che nessuno gli può negare, al netto di tutti gli errori ed i limiti politici che pure hanno caratterizzato il suo impegno in politica e che dovrebbe essere il primo a riconoscere.

Il ruolo di baluardo alla deriva comunista che questo paese, senza la sua discesa in campo, avrebbe conosciuto e sperimentato ancor più in malo modo di come poi è stato.
Senza Silvio Berlusconi avremmo avuto Achille Occhetto al suo posto, senza il primo la destra conservatrice della media-borghesia italiana non sarebbe riuscita ancora ad uscire fuori dal senso di colpa per la parentesi fascista e senza di lui questo paese non avrebbe avuto, dopo gli statisti della prima repubblica, nessuna figura che sarebbe potuta andare oltre l’anonima ed opaca immagine di burocrati di Stato come Prodi o Monti.

Silvio Berlusconi fu la speranza di milioni di persone che con il comunismo, comunque declinato, non ebbero e non hanno mai voluto avere nulla a che spartire.
Fu un sogno ed una allegria, un sogno per il quale hanno combattuto in tanti, gaiamente ed alcuni ancora fieri di averlo fatto.

Crediamo di avere capito le reali intenzioni e gli obiettivi che animano ancora questo uomo e questo leader e siamo contenti di essere qui nei panni di un Marcantonio che può dire tutto questo senza, nello stesso tempo, commentare un cesaricidio, da tanti auspicato, che non è però avvenuto, come volevasi dimostrare.
Comunque vada, serenamente e da imbattuto deciderà quello che sarà il suo futuro politico ed a noi ‘piccoli marcantoni’ il compito di non vendere per nessuna Cleopatra il modello di paese che ci ha insegnato ad apprezzare, ma che non ha saputo costruire.

Se però noi e tanti altri come noi siamo ancora pronti a combattere per un’ideale di libertà, prostrato, ma non domo è anche per una persona come Silvio Berlusconi che nel 1994 ci ha indicato per la prima volta come fare a vincere contro la gioiosa macchina da guerra dei comunisti, dopo il crollo della prima repubblica.
Saremmo delle persone di poco conto a non riconoscerglielo, altro che Marcantoni.
Non può essere mai un aspirante Bruto a sostituire chi ha fatto la storia di un paese!

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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