Roma città aperta e le nuovi invasioni barbariche

scontri_roma_piazza_spagna_feyenoordLa crisi della civiltà occidentale, il terrorismo dell’Isis e qualcuno che gioca ancora a fare la guerra tra fratelli, nella stessa casa. Per una partita di calcio. Per fortuna che stiamo transitando nel migliore dei mondi possibili, in cui le civiltà hanno raggiunto un grado di evoluzione mai toccato prima. Ne siamo sicuri? Banalmente, è il delirio. La certezza della pena. Chiunque ne invocherebbe, pregherebbe per averne un po’. Ma, realmente, ne abbiamo già in abbondanza. Abbiamo la certezza di fare pena a noi stessi e non solo. E l’Italia, Roma, è pienamente al centro di questa involuzione collettiva.
Se non per partecipare e celebrare la nascita del futuro, si è sempre scesi o saliti a Roma, da secoli, per un solo motivo. Conquistarla. Per averne il controllo. Per poter dire di aver placato una bestia immortale, eterna, invincibile, sotto i cui labari, le cui insegne, mezzo mondo sconosciuto è divenuto conosciuto. Barbari. Orde di barbari. La storia si ripete, ciclica. L’Urbe affoga nella cecità della mala gestione, dell’inadeguatezza, dell’incompetenza. Nella pappagorgia gonfia e ridondante dell’affarismo tra i cunicoli. Perché per amministrare Roma, non basta saper fare la politica, serve una visione. Qualcosa in più. E questo vale anche per l’Italia.

L’urbe affoga nella cecità della mala gestione, ed i barbari ne approfittano. Ancora oggi. Roma, patria nella patria, ha resistito a tutto. A guerre e saccheggi. A spade e piombo. Ad incuria e maledizioni. Al traffico, allo smog, a vandali e puttane. A boss e cialtroni, cafoni e parlamentari, senatori e bustarelle. Al primo gennaio di ogni anno. A stupri e sirene. Alla paura. Ha resistito per centinaia di anni. Con lo spirito o con la ragione, i romani hanno tenuto dritte le mura dalle botte di catapulta. Gli italiani, a seguire. Sotto il regno di Marino il Piccolo, in tempo di pace, Roma trema, traballa, rischiando di cadere. E torna ad essere gustosa preda. Di chi? Di chi, dalle sue parti, non può fare come vorrebbe. Si odono ancora le urla dei barbari, ancora una volta. Dal basso. Dal sud del mondo, i macellai incappucciati, “Roma arriviamo”. Vogliono Roma ma ancora non hanno ben chiaro che è la terra a girare intorno al sole, eppure vediamo saltare teste di poveri martiri in HD post-prodotto, per giunta. Chissà come ci arriveranno da queste parti, fin dalla Libia. Fosse per loro, non riuscirebbero, a questo punto, neanche ad orientarsi. Di sicuro, c’è chi lo farà per loro, piazzandoli su qualche barcone diretto a Lampedusa. Dal suo stesso interno, con la gestione amministrativa di un sindaco progressista che ancora non ha capito che se Roma è quel che è, se ha un’anima ferita ma incorrotta da duemila anni è proprio perché nessuno si è permesso superficialmente di relegarla nella modernità, di stravolgerla, dimenticarla, trascurarla.

Il nuovo imbarazzante simbolo, è riprova concreta di una cecità che strappa l’identità dal petto, ma non una qualsiasi. Quella, identità.
Potevamo farci mancare altro. No, di certo. Così eccoli, dall’alto, dal Nord. Olandesi. Simpatici ubriaconi, in grave emorragia neuronale, infoiati, imbestialiti come pescatori islandesi ubriachi e con poche speranze di vita, mai consci della loro imbecillità. Forse, erano venuti a conoscenza del piano di Marino per giocare a risiko con le mignotte, aprendo quartieri a luci rosse in tutta la città. Birra, droga, birra, poi droga, altra birra e poi droga, tanta da diventare, ad un certo punto, broga, hanno fatto il resto, confondendoli a tal punto da pensare che fossero ad Amsterdam, tra le mura di casa, di quell’Olanda per bene, pulita, ecologista, ipermoderna, dove tutti vanno sui ponti in bicicletta anche quando non serve, con occhiali tondi, pashmina, libro di neo avanguardia sotto il braccio, quella dei mulini e dei tulipani, con le aiuole rigogliose, le tasse basse, le prostitute in vetrina e la gangja tollerata. Stereotipi? Tant’è. Veniamo visti, noi italiani, come uno stereotipo vagante, vivente. Forse è il caso di cominciare a ripagare con la stessa moneta.

Tutti da lei vogliono qualcosa. Vogliono sottrarle, qualcosa. Chi vuole rubare il Papa, come nell’Ottocento, chi la dignità. Chi la storia, chi un pezzo della sua romanità, per capire come si fa a rendere eterna una città.
Ma Roma, è anche la capitale di questo benedetto Paese che ha dimenticato se stesso. È il paese dei balocchi, dove Europa ed europei fanno quello che a casa loro non farebbero. Così, senza neanche rendersi conto, qualche idiota dalla testa rapata, così rapata da aver affettato una consistente dose di cervello, ha danneggiato la Barcaccia, la storica fontana del Bernini in Piazza di Spagna. Un anno di restauri. 200000 euro spesi. Appena riconsegnata agli uomini di questo tempo. Perenne eredità per gli uomini di ogni tempo. Perché a Roma, ogni pietra è testimonianza di civiltà, è storia incancellabile e di incalcolabile valore. Ed il resto del mondo, può farsene serenamente una ragione. La vera minaccia alla Città Eterna, non viene dall’esterno, ma dalla scelleratezza e dall’oblio di casa nostra.

Tutti vogliono qualcosa da Roma. Molti la disprezzano, la vorrebbero decapitata, come i tagliagole dell’Isis o i tifosi (tifosi…) del Feyenoord, che nei loro adesivi rappresentavano la Lupa con la testa mozza e penzolante, perché sanno che non potranno mai averla.
Le conquiste della civiltà, nel migliore dei mondi possibili, in cui un drone serve a riprendere qualcuno che taglia la testa in nome di un Dio. Ancora oggi.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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