Said Kouachi, parla la moglie «Mio marito terrorista? Mai saputo»

Said KouachiLa consorte Soumya: «In casa si comportava come una persona normale. Musulmano certo, ma mai mi ha parlato di Charlie Hebdo o dell’Isis»

Fuori di casa, perfetto jihadista, estremista radicale, poi efferato assassino; dentro le mura domestiche, un marito normale, tranquillo, musulmano sì, ma come tanti, praticante durante il Ramadan, ma mai interessato allo «scontro di civiltà». È il ritratto bifronte, da Dottor Jekyll e Mister Hyde del terrorismo islamico di Said Kouachi, il maggiore dei due fratelli che hanno portato a termine l’orrenda strage di Charlie Hebdo, prima di venire a loro volta uccisi dalle forze speciali francesi in una tipografia. Due ragazzi di origine algerina, ma nati e cresciuti in Francia, una storia familiare durissima, orfani dei genitori, ma tutto sommato ragazzi come tanti, appassionati di calcio e rap, prima di venir risucchiati dalla spirale dell’odio.

«Mi sembra di aver vissuto nella menzogna»
Ebbene è il ritratto che ne fa una che avrebbe dovuto conoscerlo molto bene, la moglie Soumya, affidandolo al suo avvocato di fiducia: «quel giorno» quel mercoledì di sangue, racconta la donna dal suo appartamento nella periferia estrema di Reims, dove è stata rilasciata dopo diverse ore di custodia «Said mi ha dato un bacio dicendomi che sarebbe andato a trovare Cherif a Parigi perché era malato. E’ l’ultima volta che l’avrei visto o sentito, perché aveva lasciato il telefono a casa». Nulla, sostiene Soumya, sapeva delle intenzioni omicide del marito: «Mi sembra di aver vissuto nella menzogna. Avevo una vita normale con un uomo normale, mai aveva dimostrato di avere idee radicali in casa: quando ho saputo, alla tv, della strage non ci potevo credere». Del resto, tra i due fratelli, è Cherif quello che ha imboccato con decisione la strada dell’integralismo, per cui finisce anche in carcere nel 2005, per due anni, per aver progettato «degli attentati sul territorio nazionale».
«Mai parlato di Charlie Hebdo»
Said no, Said resta nell’ombra perché, certo: «era musulmano-prosegue la moglie- rispettava il Ramadan, pregava nella moschea locale, ma non faceva proselitismo. A casa non era nient’altro che una persona normale. Non mi ha mai parlato dei fumetti di Charlie Hebdo, dell’Isis o dell’intenzione di uccidere giornalisti». E sostiene pure Soumya di non sapere nulla del viaggio del marito in Yemen del 2011, dove avrebbe preso contatti con Al Qaeda: «Ero incinta all’epoca e non mi risulta che Said ci sia andato». Insomma, se Soumya non mente per proteggere qualcosa o qualcuno o semplicemente sé stessa, un caso di perfetto sdoppiamento. Forse non unico, anche se speriamo di no, nelle sterminate e abbandonate banlieu della Francia ferita. Eppure dimentica di troppe tensioni sociali e troppe integrazioni mancate.

Matteo Cruccu per corriere.it

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi