Tales from minor life: A Santander de la Corte

sabbatiniNon si è messo mai abbastanza in rilievo quanto l’essere umano, pur facendo largo uso di parole e stilemi vari, possa dire nulla.
Si è sempre fatto riferimento, piuttosto, ad un presunto binomio tra assenza di segno e nulla che, invece, mi pare il caso di rimettere in discussione del tutto.
Tra il silenzio segnico o verbale e la ridondanza di parole dove si allinea, nella comunicazione o nella natura umana, la tendenza a non significare nulla?
E’ una opportunità soltanto oppure si configura come una deriva costante del nostro corpo la tendenza a non esprimere assolutamente niente a parole?

Si sa di certo che ogni preposizione o frase espressa è comunque una riduzione di pensiero, un modo per dare forma a qualcosa di molto più complesso e articolato che avviene al nostro interno, ma si può altrettanto affermare che questo dare fuori sia svincolato totalmente o anche solo parzialmente da una configurazione, seppur minima, di significato? ossia che questo emettere suoni e ombre di parole sia un gesto necessario alla nostra natura, la quale, solamente in virtù di circostanze puramente occasionali può dar luogo a qualcosa di trasmissibile e condivisibile da chi ci ascolti o ci legga?

Forse che tutta la nostra esistenza si consumi in questo tentativo di farci capire che non ci è assolutamente necessario? ‘Solo io so cosa avessi intenzione di fare quando ho espresso questo’, una poesia, una dichiarazione di incomunicabilità? oppure 55 parole divise da 10 spazi per dare forma al nulla?! Dove è la chiave per mettermi in comunicazione con te? Esiste?

Posso sperare che un giorno, nonostante tutte le riduzioni di pensiero alle quali debba ricorrere, io
possa dirti finalmente di me qualcosa? Che tu possa capire, dico. O forse dipende dalla maledizione cosmica che mi lega a tutto il genere umano il fatto che io non possa dirti mai nulla di profondamente vero di me?

Siamo fatti per nulla dire e devo farmene una ragione? Prima io di te. Nel caso. Siediti ora, qui,
vicino a me, meditiamoci sopra, non dire nemmeno una parola, facciamo silenzio, sappiamo già entrambi che tutto il resto sarebbe inutile, non ci prendiamo in giro da soli, mettiamoci da parte, ostiniamoci a rimanere fedeli a questo pensiero, a non rivelarlo mai, a nessuno.

Guarda come ci fa conoscere dentro. Come ci esprime per come siamo, senza aggettivi, fronzoli
esuberanti con i quali di solito ci suicidiamo di menzogne. Dai fai un sorriso, si così, senza motivo, ascoltiamo deliberatamente come sia bello farsi pena, non c’è niente di male in questo. Siamo orrendi ed è tutto.

Passa una fila di bambini davanti a dove siamo seduti, non hanno nulla da dirci o comunicarci con un gesto qualsiasi a piacere. Sarebbe facile a questo punto dire qualcosa di meritevole, di lusinghiero sulla natura umana, evocare qualche immagine di buona letteratura o una cartolina con la quale ricordare questo giorno per sempre. Ci scappa un bacio, ora vuoi camminare.

Siamo coloro che parlano senza dire nulla. Eppure siamo vivi. Fatti per pianificare il mondo e blandire la natura per manipolarla, ma solo il silenzio, oggi, ci corrisponde in qualche modo, dice di noi, ci assomiglia, lascia intendere ancora qualcosa di essenziale sulla persona o il gruppo di cui vogliamo seguire le tracce, come l’orma vecchia di una settimana incisa su un terreno molle da una preda inseguita.

Il silenzio che comincia a parlare, a significare meglio delle parole, il silenzio che esprime il fare, l’agire degli individui, l’anti-retorica. Il silenzio fragile che non sa mentire, solo che lo si voglia ascoltare, riconoscere, recuperare, una volta per tutte, per ciò che veramente sia: l’unica vera anima del nostro mondo interiore, la sola possibilità rimasta di svolgere discretamente la nostra funzione di uomini e donne all’interno del caos creato da tutto il resto di cui siamo capaci, responsabili ognuno per la sua parte, piccola o grande che sia.

Sono fiero di te, ora mi stai ascoltando, in silenzio, il mio silenzio, in mezzo a tutto questo rumore, una festa nella festa, non ci siamo mai amati cosi credo, cosi deliberatamente intendo, mi fa piacere
ora ornare le tue prime rughe con i disegni fatti dalle mia dita sul tuo volto, che ne dici di stare
zitti 10 anni di seguito? Anche 5 va bene, mi accontento. A me non farebbe alcuna fatica, in fondo
non ho mai detto niente. Sempre alquanto reticente, in tutte quante le occasioni, perfino negli
interrogatori. Te pure ti ci vedo, non sei mai stata una fanatica dei discorsi, la tua autostima non ha
mai avuto bisogno di ostentazione verbale, mi pare. La vera autostima inizia appena al di sopra
della piena coscienza del nulla che siamo. Credo che tu questo lo abbia capito, interiorizzato,
oramai.

Carne trita marcia che si trova sui marciapiedi di tutto il pianeta in abbondanza e a buon mercato senza che nessuno per questo se ne faccia meraviglia o scrupolo più che a parole, questo siamo, produttori e contenitori di morbi e virus senza speranza, che ci sopravvivranno o al
massimo di ninfee che si espandono all’interno di una cassa toracica e che portano alla morte Chloè(1), questo siamo, pensieri decomposti dalle parole che ci escono di bocca in ogni situazione, bella o brutta.

Siamo di fronte alla verità del mondo e non ci rimane che amarci, io e te, in silenzio per 10 o 5 anni di seguito, senza fermarsi mai, qualunque cosa accada in questa o in qualche altra parte del mondo. Non abbiamo nient’altro da fare, neanche volendo, ci dobbiamo amare per forza, sembra strano, ma è una costrizione vera e propria questo amore, però se parli ti lascio.

Non voglio sentire parole o frasi di senso compiuto, almeno da te. Io da parte mia farò altrettanto, ci puoi contare.

Passeremo questi anni a intenderci secondo un altro codice, con altri suoni che non ci negheremo, faremo poesia o andremo a combattere una guerra al fianco di chi abbia già perso prima ancora di nascere, li aiuteremo a morire con questo amore, osceno come noi due. Non abbiamo null’altro da perdere se non la nostra misera vita e un amore scontato a lungo in silenzio.

A Santander de la Corte un uomo e una donna camminano per la strada, mano nella mano. Esplode qualcosa che li riduce in pezzi. Io sono ancora io?

(1) Nuovo riferimento alla già citata opera di Boris Vian: ‘La schiuma dei giorni’, Chloè è la protagonista femminile del Libro.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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