Tales from minor life – Homeart

sabbatiniPer me che ho scritto cose sempre marginali e di poco conto, questo è un duro colpo da ammortizzare.
Rischio di rimanere bloccato sul serio per mesi stavolta. Scrivere la cosa forse più importante della tua vita e poi cancellare
inavvertitamente il file dove era registrata. Poco professionismo e mancanza di cura per le proprie fatiche espressive_fare sempre almeno un backup di quanto si stia realizzando con la macchina (lo dico sempre a tutti).
Non c’è più niente in me di ciò che ‘avevo’ scritto, nemmeno una parola, non saprei da che parte ricominciare, ricordo appena
di cosa si parlasse. Una volta fuori di te la scrittura non lascia alcuna speranza di ricordare cosa avessi detto, assunto come musica al suo interno, intervallato. Ti manca lo spartito, non sei sicuro del ritmo che ‘avevi’i usato, non sai da che parte ricominciare o meglio sei vago, svuotato, ad esempio so che dentro di me tutto è composto in 4/4 ma, ora, non ricordo, per quale cadenza infine avessi optato, se un 3/4 oppure un ritmo ancora più sincopato, non ci giurerei sopra (e mi ci sto scervellando per cercare di riuscirvi). Ti privi di qualcosa che non può più essere ripetuto e in questo caso è per nulla; provo a dare dei significati a questa perdita inconsulta, ma non ne trovo di utili. Non ci faccio niente del senso di ciò che avessi scritto e purtroppo solo di quello ho ancora qualche scoria dentro.

Ho sperato fino all’ultimo che Nikita(1) avesse il file, ma le avevo dato da leggere tutti i Tale meno quello. Beffa della sorte. Non bisognerebbe privarsi mai di una goccia di suono senza prima possedere l’assoluta certezza di poterlo riservare ad infinitum: dentro
di te era al sicuro, almeno fino a che ti rimanga un respiro da esalare, fuori no. Una volta fuori è in balia dell’archiviazione ciò di cui ti sei, non senza remore, privato. E’ quasi più importante registrare che scrivere. Conservare la propria mutilazione da ogni tipo di incuria, mummificarla. Ora non ne rimane più alcunché, ho solo una mutilazione in più al mio interno, sono una pietra che non sarà
più capace di essere quella forma, persa per sempre.

Sono certo che era qualcosa di importante, di mai detto prima e soprattutto mai in questo modo, un modo che non mi apparteneva
c’è da giurarci, per questo l’ho distrutto, inavvertitamente, una autopunizione inconscia per aver violato il limite di mediocrità delle cose di poco conto che sono capace e destinato a scrivere. Scrivo sempre perché non mi piace e non devo andare oltre la mediocrità. Non mi è permesso evidentemente. Se accade si autodistrugge. Faccio una fatica enorme, oltremodo, a scrivere ancora, dopo quanto è accaduto. Mi pesa la penna, più della tastiera e ho paura di nuovo di depauperare a vuoto quanto c’è di già scritto in me. Non scriverò
mai più nulla di non mediocre, lo giuro, per timore che possa andare perso.

C’erano cose ben dette lì, immagini che mi avevano commosso, emozionato a morte, avevo provato per la prima volta la sensazione di aver detto qualcosa di utile, buono, di importante e liberatorio, che potesse essere capito intendo e costituire speranza per chi lo avesse letto e conosco. La discesa del Tale era bella davvero. Niente, non riesco nemmeno a parlarne, rischio di essere tedioso e patetico nel rimpianto di ciò che ‘abbiam’ perso e che non tornerà più. Mio figlio che scrive sui muri di casa mamma papà vi odio e vi voglio bene, io che creò colonne sonore per ogni stanza della mia vecchia abitazione, infine due uomini che dopo tremila o più anni_ non ricordo davvero_ si chiedono, visitando quella ‘grotta’ per chissà quale motivo (archeologia forse), cosa sono quei segni che si intravedono sotto lo strato antico di intonaco e quella musica poco abituale in camera da letto, i segni di un ragazzino sembrano e una musica andata da tanto tempo. Ma non era detto così, era tutta un’altra cosa, un’altra atmosfera, vi era un pathos che non ritrovo in me e in queste righe, per fortuna, altrimenti andrebbero perse anch’esse. C’ero io che smetto di dannarmi l’anima, che mi sento ridicolo per non aver pensato prima, al fatto, che la mia ‘grotta’ sia lo spazio naturale dove lasciare segni tangibili della mia espressività, io che progetto di nuovo tutti gli elementi al suo interno, che faccio delle pareti della mia casa i fondi per i miei omaggi a lei, che fiero li espongo per chi mi venga anche casualmente a trovare, io che invito tutti a liberarsi da casa propria di tutte quante le cose che non parlino di chi la abita. Io che … ora, ho perso definitivamente quello che ‘avevo’ scritto, ma che lo sto ripetendo in una forma di certo più consona al mio target di mediocrità.

So fare quasi tutto quanto, ma in maniera mediocre. Il senso di ciò che ho perso mi è rimasto perché è mediocre anch’esso. E’ sempre mediocre il senso il più delle volte. Nella mia mutilazione che non c’è più appariva articolato, leggero, scorreva non è grinzoso, scarno, privo di fantasia come lo sto raccontando e descrivendo adesso: qui ormai è solo senso, mediocre, come me. Scritto in prima
stesura a penna pensa, pensate a quanto io sia regredito solo per aver toccato una volta il cielo e poi averlo distrattamente dimenticato, distrutto, smarrito.

Cosa vi è di più mediocre di un senso che voglia affermare: trasformiamo le nostre case in un’opera d’arte, tappezziamole di espressioni create da noi, bandiamo dalle nostre grotte ogni oggetto prodotto in serie per omologarci, torniamo intorno al fuoco e raccontiamoci la nostra vita sulla tinta lavabile delle pareti di casa, invitiamo la gente a questa esposizione con la scusa di un caffè. Detto così è nulla, privo di colore, come dire che mi piaci oppure che oggi ho una tosse da bastardo, nervosa.

Purtroppo non ho più niente da dare a questo senso, mi sono già mutilato per lui e non ho più da dargli che una cronaca mediocre di
come mi abbia fatto un gran bene, nonostante il certo dolore, mentre lo stavo a scrivere in quel modo che non mi ritorna e di come mi faccia male ora non rammentandone più la forma, il colore, il tempo musicale dato, le pause.

Non ho più organi da mettere sul piatto della bilancia di questo senso, neanche se volessi. La Homeart è finita prima ancora di cominciare come tutte quante le cose che mi riguardano veramente, che mi stanno a cuore e che non dirò mai più per timore che vadano perse. Solo la mia mediocrità può rimanere, nessuno riesce a dare seguito consapevolmente alla mediocrità di ciò
che è e di ciò che gli sta intorno, quindi non devo neanche preoccuparmi del fastidio procurato, la mediocrità, se ci pensiamo bene, non reca assolutamente alcun fastidio. Semplicemente, non può essere recepita per ciò che, a volte, sia veramente, come la Homeart: nessuno cambierà la tinta lavabile sulle pareti di casa con i suoi scarabocchi e quelli del figlio_ è troppo banale detto così_ e nessun altro darà seguito alle colonne sonore che ho scritto per ogni vano della mia ‘grotta’_ sarebbe inglorioso per tutti essere così mediocri. O che dire della presunzione di invitare gente ad una festa in casa con la convinzione di farla entrare nell’evento espositivo più importante della sua esistenza? quello per cui lavoreresti una vita, per il quale daresti feste in continuazione, felice che il tuo museo sia vissuto da tutte le persone che ami, le più possibili?! No, non funziona, detto così non crea il desiderio di farlo, è mediocre, nemmeno un genio lo potrebbe dire in questa maniera, se ne guarderebbe bene. Esposto in questo modo ti fa venire voglia di
lasciare tutto quanto a posto, dentro e fuori casa, ti incita ad essere immobile e conservatore dello status, non fa scattare molle così, neanche a me.

Mi rileggo e mi viene di rimettere tutta casa in ordine, di non invitare più nessuno, di sgridare mio figlio come faccia un segno sui muri, di correre da un gallerista e dirgli te ne prego comprami un quadro, non farmi morire senza questa soddisfazione. E’ mediocre. Non lascia speranza per il futuro, come una rivoluzione senza morti e feriti, espresso così non dà da pensare. Come tutto quello scrivo, che dipingo, che suono, come me. Troppo normale e privo di blasone, neanche artificiale. Sembra una presa in giro di quelle riuscite male, che non fa ridere, che alle persone gli viene voglia di schifarti solo dopo due parole che abbiano letto di te, anche se ti
conoscono.

Io non so perché ho scelto la mediocrità, l’ignoranza, l’affrancarmi da tutto il resto della vita, compresa la cultura. Non so perché sono
così. Ho fatto un patto con la mediocrità senza chiedere nulla in cambio, con l’ignoranza, sua omologa, ho giocato a scacchi finora battendola poche volte, solo per il gusto di toccare qualche volta il cielo e di poterla sfidare ancora, solo per avere il tempo di distruggere un file senza essere visto da lei, la mediocrità_ sotto scacco si distrae spesso, la mia signora. Che mi si lasci almeno l’illusione di non averlo fatto apposta.

(1) Nickname della net-performer che insieme all’Autore ha realizzato la chat-theatre Medea Remix pubblicata in The
Bodies Artist.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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