Tales from minor life: Il mio Main

sabbatiniNon mi dire sempre le stesse cose, non farmele pesare troppo, i miei errori sono lì e non c’è bisogno che tu me li ricordi in continuazione. Li conosco benissimo. Li ho fatti io cosa credi? Come dice la reclàme: li ho fatti e li ho firmati. L’unica cosa che abbia firmato in vita mia.
Rimarcandoli in continuazione cosa pensi di ottenere da me che già non abbia calcolato o desunto dall’autoanalisi delle mie esperienze sbagliate? Sei stupida. Non ti sento nemmeno, ne aumenta il mio senso di colpa per le cose che ho fatto, sai bene che dopo aver toccato il fondo, di più non si possa soffrire o sentirsi afflitti e colpevoli.
Che vuoi? Chi ti ha chiesto niente? Sei certa che sia un tuo diritto preoccuparti così tanto per me? Non hai nient’altro di buono o interessante da fare? Pensa per te, alla tua felicità, ai tuoi di errori se ne hai commessi, a come pensi di vivere per i prossimi dieci anni, ai viaggi che farai, a quello che vuoi, ma tienimi a parte di tutto questo. Non mi ci infilare a forza e non reagire così alla mia volontà di non starci dentro.
Mi mandi al manicomio scusa, non riesco proprio a capire perché pretendi la mia presenza fisica
all’interno delle tue aspirazioni, non ti basta la presenza che garantisco al di fuori di esse? Io non
vedo problemi. Si sta bene e poi tu vivi le tue cose, cerchi di concretizzare i tuoi sogni, che cosa
c’è che non va, perché vuoi pure che io sia il testimone forzato della tua quotidianità? Cosa ti risolve? Sono tuo anche senza starci all’interno. Dovresti essere tranquilla in questo senso. Non mi piace nessuna oltre a te, non ci penso nemmeno.

Mi ‘ani’? Quando mi chiedi così non capisco se vuoi sapere cosa sento per te o per il tuo culo. Non fa fatica rispondere sì a tutte e due le evenienze. Oggi è sabato poi e fa piacere in giorni così dare
calore alla persona con la quale hai vissuto tanto tempo, hai fatto l’amore, hai parlato, mangiato. A
proposito cosa c’è per pranzo? Ah, riso, fagioli e indivia, una bella minestra, buona e leggerina,
l’ideale per vivere con gli auspici adatti questo fine settimana che non passerò con te. Non sei una brutta donna, anzi, nemmeno ti si può rimproverare di essere una scassapalle, quando ti ho conosciuto ho creduto davvero che tu fossi la persona giusta per me. Poi ho cominciato a scendere la tua cima dal versante destro, ora sono quasi a valle e non ho più la pazienza per ritornare su da te. Ti giuro è solo una questione di indolenza. Almeno fino a pochi giorni fa.

Racconto di due donne quella che amo adesso e quella che ho amato. Si mischiano i discorsi dall’inizio fino a mi ‘ani’ parlo di ciò che vivo attualmente, da mi ‘ani’ in poi tutto è relativo al
passato. Chi ci capirà mai nulla di quel che scrivo. Non è facile disgiungere i pensieri, far
combaciare le espressioni, i ragionamenti, è questo che ha sempre caratterizzato un buon scrittore da uno mediocre come me. Penso però che la mediocrità sia uno stadio necessario nel passaggio tra una società basata sulle vecchie specializzazioni ad una invece ricomposta a nuovo nei saperi e in quello che vi è di manuale ed intellettuale nel nostro fare espressivo. Altra divagazione.

Parlo di adesso. Rimane il fatto che stia registrando quanto provo. Non è mio compito dare una versione, non mi interessa, ma solo dire di me qualcosa di come sono e io sono così.

Perché non vuoi lasciarmi per strada? Io sono un cane fedele, ti aspetterei, non vedi come muovo la
coda solo per te? Non mi allontanerei mai dal mio marciapiede, dal mio main. Perché ti ostini a
volermi con te a tutti i costi, al guinzaglio? Sono abituato a stare sciolto, ma so come si ama, come
si perdoni, come sia segreto e grande quello che provo per te, perché fai tutta questa fatica a
credermi? Non fare mai la cazzata di misurare l’amore che ti porto in base a tutta una serie di
parametri tipo: il mio interesse superficiale per te, le formalità o l’aspetto canonico di una relazione a due. Chiedimi di morire, non mi dire che devo venire al tuo compleanno. Allontanami se vuoi,
ma ti prego non giudicare mai il mio amore dal fatto che non ti cercherei mai più. Non farmi
questo. Possibile che sia così destabilizzante per te amarmi senza impiastrare questo sentimento
con tutte le vigliaccherie dovute al farsi compagnia, come due vecchi, io non ho bisogno di farmi fare compagnia da te per sapere che mi sei dentro, sei la tipa che tengo per mano in ‘santander de la corte'(1), non ho bisogno di parlare, nemmeno di vivere per amarti. Voglio esplodere con te, non vederti consumata da una vita di sogni andati in fumo, dalle cose che si devono accettare per forza o che si fanno per il bene di qualcuno che sia importante. Io voglio essere parte della tua libertà, una valorizzazione ed una esaltazione di questo, non un bastone per la vecchiaia. Non credo mi ameresti in fondo, se così non fosse. Come potresti? Di cosa ti innamoreresti? di uno straccio per pulire terra, di una rendita mensile, l’amore non conosce questa civiltà, è quello che è, vive per strada, dove mi puoi riconoscere ogni giorno dentro le facce di chiunque incontri con un filo impercettibile di umanità segnato sulla faccia.

Sono in mille luoghi oltre che dentro di te. Dovrebbe darti forza questo aspetto della nostra storia invece che intimorirti. Sei innamorata di un cane mediocre e con poco senso dello stare al mondo cosi come, la nostra società, ci induce a ritenere che questo sia. Innamorata di uno abituato a morire invece che a vivere. Di un fan del suicidio. Vuoi cambiarmi? Per chi lo fai scusa? Per te? A me non è necessario davvero questo cambiamento, ci ho messo anni a raggiungere questa mia forma di
equilibrio. Io sono felice, se cosi si può dire, solo tu mi manchi in questo momento. ‘Sono quello più
vicino e quello più lontano’ come dicono in Cina(2)_ ma senza il bisogno che tu mi confonda con l’Amore di Margherita Porete(3); non faccio le ferie ad agosto e a natale mi faccio le seghe e vado comunque a dormire, ‘chiamo a raccolta gli uomini, mi gridano sulle bandiere, ma nessuno deve sapere pronunciare il mio nome’. Ho una guerra in corso con frippy un altro bastardo come me (solo che lui è un cane) che mi si vuole trombare susy, la mia cagnetta, ma io non voglio, l’ho visto fare cose turche in mezzo alla strada e non mi va giù nemmeno un po’ l’idea che si accoppi con lei: quello non vuole bene a nessuno. La domenica non vado al mare e la neve mi deprime conosco bene solo una lingua, quella di ferro e non saprei come comportarmi per più di quindici giorni di seguito nella stessa casa con qualcuno. Pago le bollette quando mi ricordo e non aspiro ad avere una pensione, un conto in banca, una casa al mare o che altro. Una delle mie più grandi aspirazioni è quella di dire ad un poliziotto o qualsiasi altro essere umano rappresenti una parvenza di autorità: ‘tu mi fai un pippone’, qualunque cosa mi chieda imperativamente o solo mi proponga e non sono
mai stato in un villaggio turistico, ho sempre girato cosi a cazzo di cane, senza metà, con una
semplice strana voglia addosso di allontanarmi sempre da tutti, di stare per conto mio, senza
infastidire alcuno. Come potrei voler disturbare te? La donna che più amo su questa terra.

Forse non è il luogo questo per dire certe cose, ma senti un po’: come si fa a non amare uno come me, non ti faccio pena? Ho sempre aspettato una donna così, che mi dicesse: vieni cialtrone a chiavare con me e ora che l’ho trovata tu mi vieni a dire che la cosa ti spaventa? Che vuoi tutto oppure niente di me? Che idea scarna e ampollosa che hai del tutto di una persona tu. Pensi che dentro un recinto di oche io potrei dare tutto il lato migliore di me? Non ho mai concesso la mia forma interiore a chi abbia provato a recintarmi, ho imparato a respirare con il cervello per non farlo mai, per lasciarlo, al limite, solo credere e sopravvivere.

Ma davvero mi ci vedi dare il massimo di me in un pollaio? perdonami se insisto. Dentro una casa, in società insomma. Io posso essere solo un ospite in queste situazioni, non mi appartengono mai più di tanto, lo vuoi capire oppure no? L’amore o quel che ti pare esserlo ti fa avere una visione
ottimistica delle mie possibilità di cambiamento, se pensi questo.

Ci credi se ti dico che non sono stato bene nemmeno una volta, in vita mia, dentro le normali situazioni che scandiscono la routine giornaliera in un ambiente familiare più o meno
comune? Forse una soluzione ci sarebbe, ma lasciamo perdere. Spero tanto che tutto quello che io
abbia scritto fino adesso, siano solo pensieri che non ti appartengano, dubbi che riguardano perlopiù solo il mio passato e che tu sia la tipa che veramente ancora non avevo mai incontrato, che pensavo non esistesse. Non che ne sia del tutto sicuro (vedi come sono prevenuto), in questi anni mi ero come assuefatto all’idea che la donna capace di vivermi non c’era: che fossi io a non volere farla esistere o che non esistesse per conto suo era un dettaglio di poco conto per me fino a poco tempo fa, di fatto, mi ero del tutto rassegnato alla cosa. Ora provo a vivere di nuovo una speranza. E’ importante avere speranze stampate sulla faccia. Ho realizzato da poco_ guarda caso, un lavoro che tenevo in sospeso da anni, i volti della rivoluzione.(4) Pensavo addirittura di non metterci più le mani, mi mancava la molla per tirarlo fuori completamente da me. Mi sentivo inadeguato a rappresentare con coerenza e sentimento il concetto che avevo isolato ed elaborato durante l’ideazione di questo progetto. A chi può mai fregare della speranza incisa sul volto della gente?
A me sembrava di no. Io, dopotutto, non ne avevo prima di conoscerti. Per questo era rimasto lì in
sospeso, nonostante il tempo e la passione con la quale ci avevo lavorato sopra, come faccio sempre, a dispetto della mia mediocrità e inquietudine.

Ci sono dentro i volti dei contadini russi degli anni ’20 mentre provano una mungitrice industriale, la prima, analfabeti che si muovono intorno ad una macchina_per l’epoca sofisticata, nel tentativo di farla funzionare a dovere quel tanto; hanno scolpita nelle loro espressioni la speranza di vivere in un mondo il cui cambiamento dipenderà da quanto sapranno imparare a far funzionare quell’aggeggio. Hanno vissuto l’unico periodo della storia umana in cui gli ultimi, anche se solo per abbaglio, hanno toccato con mano la possibilità di decidere il loro destino, hanno facce diverse dalle nostre, dalla mia, sono degli illusi privilegiati, nessuno più ha vissuto un quinquennio con quelle prerogative, sono le facce della rivoluzione che Eisenstein nelle sue pellicole ci ha reso per sempre, le facce di chi, con la buona fede, ha tentato di cambiare il mondo e pensava di stare per riuscirci, di chi ha
creduto con sincerità alla possibilità di relazionarsi con gli altri in una maniera diversa dai ruoli imposti, sorrisi che fa sensibilmente piacere guardare, ricordare, i quali, ti fanno venire in mente, a ragione, che almeno per una volta l’essere umano ci abbia provato veramente a cambiare la sua misera costituzione, senza badare a conseguenze_ appena cinque anni in ottomila di storia conosciuta, ma pur sempre un tentativo capace di farci ancora sognare di poter provare a ricevere sul nostro viso almeno qualcuna di quelle espressioni di gioia e libertà che debordano, trasudano da quelle immagini.

Ecco, ho finalmente trovato la spinta per montare questo lavoro, avevo prima bisogno di pensare ad una speranza che mi riguardasse da vicino per terminarlo. Ora lo so. Nell’Uomo con la Macchina da Presa di Vertov era già finito tutto, Mosca sembrava Milano o Berlino, Varsavia: una città come le altre, non si distingueva già più da nessuna di quelle città borghesi dove non c’è mai stata speranza, le facce dei moscoviti che vanno a lavorare, che prendono il tram, che escono la sera nelle vie del centro, le espressioni che hanno dentro le quattro mura di casa dicono tutto, come le nostre di oggi, le nostre facce di merda, con i sorrisi contratti stampati dal narcisismo che ci consuma, smorfie che non fanno vivere al nostro interno nessun altra speranza, se non quella, di arrivare a fine mese
con l’illusione di viverne un altro con lo stesso tenore di vita.

Oggi per me è un giorno diverso tra tutti quelli che ho strappato a forza al mio suicidio, l’unico giorno di speranza, si vede dalla faccia, potevo montare anche la mia dentro il clip che ho prodotto, ho il viso della rivoluzione. Ho un po’ paura di caricarti di così tanto significato, non vorrei stritolarti dentro le mie aspettative di rinascita. Non voglio che tu ti senta impegnata più di tanto dai lineamenti che hai ridisegnato sul mio volto. Ho ancora un mare di forza, solo che è speranzosa, tutto qua, niente di più, non voglio spaventarti, ho solo un viso non più del tutto inutile, si può guardare anche senza farci troppo caso a questo cambiamento espressivo, intercorso, così all’improvviso, dopo averti, diciamo, incontrata. Non sono abituato a farmi riconoscere per strada è la prima volta che tento di farlo, cerca di capirmi. E’ nuova per me la sensazione, diverso l’impatto con l’aria che respiro, con gli sguardi che incrocio, mi sembra che tutto riguardi me ora e non che io sia solo uno spettatore equidistante, come prima, di tutto ciò che mi avvenga intorno, ma è vero ancora non sono interamente pronto ad immaginarmi in due dove finora sono stato sempre da solo.

Non è facile riabituarsi a vivere dopo aver cosi provato a morire, ho bisogno di voltarmi ogni tanto, di fare segno di andarmene, di tenermi un po’ in disparte, ancora, specialmente da te, anche se ti fa male, se non vuoi, anche se so, così bene, quanto questo sia affatto deleterio e sbagliato nei tuoi confronti, ma devo farlo quando lo sento agitarsi dentro, sei la mia rivoluzione e non voglio sbagliare l’ora x, non voglio dare luogo ad un insurrezione che non porti a nulla, sconfitta nel sangue prima ancora di aver preso il potere, non voglio tu sia la Comune di Parigi voglio provare a farti essere la mia rivoluzione conservatrice. Ciao. C’è una mungitrice nuova che ci aspetta e 100.000 volti colorati di fango, pioggia e rivoluzione: un solo amore.

(1) Inusuale anticipazione del titolo di una delle successive short-story dei Tale.

(2) Le parole in corsivo sono quelle di una poesia tradizionale cinese che una fotografa italiana, Rossana Cagnolati ha preso come ispirazione per un lavoro fotografico dedicato all’Autore alla fine degli ’90.

(3) Mistica francese del XIV sec. famosa per il suo testo: ‘Lo specchio delle anime semplici’.

(4) L’Autore in linea con le premesse della sua ricerca espressiva di quegli anni contestualizza nella struttura narrativa dei suoi testi i primi video in Flash che dedicò alla sua visione post-ideologica della cinematografia russa di Eisenstein e Dziga Vertov. insieme al suo gruppo di lavoro.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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