The Body’s Archeology

24758L’arte non vive più nei luoghi consacrati alla vecchia divisione del lavoro ovvero l’arte si prefigura e si rende visibile in tutti i luoghi sconsacrati ad essa dove si attua la ridefinizione della conoscenza e del lavoro manuale ed intellettuale.
Per articolare e rendere chiaro e sensibile a tutti il concetto che fa da premessa a questo intervento occorrerà procedere a piccoli passi, cercando di trovare dei punti d’appoggio alla tesi che si vuole esporre, i quali, siano il più possibile afferrabili e scevri da interpretazioni soggettive o culturalmente datate. La difficoltà risiede nel fatto che bisognerà mettere a revisione idee, termini e concetti che sono ancora da molti comunemente accettati, sedimentati, ma che, invece, a nostro avviso, meritano, ai fini di una chiara esposizione, di essere sottoposti a verifica riguardo alla loro reale consistenza e significato.
Ci riferiamo, naturalmente, a termini come arte, conoscenza, tecnica, insomma a tutto il corredo linguistico con cui di solito si affrontano discussioni e approfondimenti vari in questo ambito. Vediamo similitudine tra questa situazione e quella che spinse Locke a scrivere il ‘Saggio sull’Intelletto Umano’: per cercare di sottoporre a critica le idee imperanti al suo tempo circa l’innatismo delle idee e dei principi egli capì che occorreva prima riflettere nuovamente sulle basi conoscitive entro le quali gli uomini discutessero di tali cose.
Anche noi, pur consci dei nostri limiti oltre a quelli che ci separano incommensurabilmente dal filosofo inglese, sentiamo in maniera forte questa necessità, prima ancora di arrivare alla dimostrazione di qualsiasi altra tesi o punto di vista. Crediamo che senza una propedeutica esposizione di quello che noi intendiamo per espressione artistica, linguaggio interno, conoscenza, tecnica e altre cose, sia pressappoco impossibile riuscire a seguire il ragionamento che porti alla tesi affermata nella premessa. Non pretendiamo che tutti debbano essere d’accordo, ma soltanto di dare la possibilità a tutti di controbattere con cognizione di causa rispetto a quanto stiamo tentando di esporre. Riteniamo accorciata e limitata una comunicazione in cui chi ascolta o chi ci legge non abbia le chiavi conoscitive, la sorgente dalla quale si sia partiti per affermare o perorare qualcosa. Meritorio è sempre il tentativo di farsi capire, interpretare e conoscere.
A quanto, quindi, pare, pensiamo sia necessario per prima cosa stabilire una definizione chiara e ridotta ai minimi termini di cosa sia per noi sottostante al termine ‘arte’, cosi logoro, abusato, inadeguato quanto dir si voglia. ma che, proprio per questo, useremo senz’altro anche nel presente testo proprio per il suo valore immediatamente percepibile ai più.
Ogni persona crediamo sia capace con termini suoi di formarsi una, per quanto vaga e ridotta, idea di questa parola ed è curioso vedere come infatti del vocabolo ‘arte’, in effetti, si abbiano cosi tante interpretazioni dalle più rigorose, alle più metafisiche, alle più personali e romantiche. Abbiamo sentito da sempre di tutto e di più intorno alla descrizione, profonda o meno che fosse, di questa parola: da chi ritiene classicamente che l’arte sia tecnica applicata alla creatività, a chi la consideri per lo più una attività terapeutica per la cura del proprio spirito.

Al primo estremo però, quando gli chiedi, si, ma che cosa è la creatività? E al secondo quando gli domandi cosa sia lo spirito o la coscienza?, entrambi parimenti rispondono, di solito,chiudendosi in un elitario mutismo oppure in una confusa descrizione riparatoria, oppure propinandoti una serie di lunghe dissertazioni, per carità degne davvero_ ma non sempre, di nota storica, ma che quasi come una recidiva, non tengono conto nemmeno alla lontana, delle più elementari scoperte che si siano fatte in altri campi dal sapere umano negli ultimi venti o trent’anni o peggio ancora tralasciando del tutto di considerare anche in minima parte ciò che da da millenni già si sappia e si conosca.
Praticamente avviene che ognuno dalla propria parcellizzata visione del sapere tenga conto solo di un aspetto omettendone tutti gli altri: la Babele è perfetta, la vecchia divisione del lavoro rispettata, con la buona pace di tutti: chi infatti non si capisce con gli altri ha sempre la sensazione di stare nel giusto e continua tranquillamente a svolgere la propria funzione assegnatagli nella società divisa e tribalizzata.
Per passare e rendere visibile a tutti la geometria non-euclidea era necessario capire che si trattasse di dare una diversa definizione delle rette e dei punti che costituivano la base della geometria classica. C’era l’impossibilità di cogliere questa nuova geometria se si continuavano a concepire le rette e i punti cosi solo come Euclide le concepisse cioè lungo un piano.

Ora, per lo stesso motivo, proviamo a dare dell’arte o meglio dell’espressione artistica una definizione non parcellizzata e ridotta ai termini più semplici. Ricominciamo da capo. Riassumiamo per quanto ci sia possibile i saperi e proviamo a raccontare un’altra storia. Dall’inizio ad oggi. Dal semplice alla gestione della complessità. Vediamo cosa succede, se un’altra Babele, oppure un nuovo modo di intendere e sentire le cose ovvero la base per farci proseguire il cammino verso un confronto e un sistema più evoluto di relazionarci ed esprimerci.
Partiamo da un’asserzione difficilmente contestabile: fuori del nostro corpo non c’è ‘arte’ o processo artistico. Dove finisce il controllo del nostro corpo sul processo artistico inizia l’archeologia del corpo, la storia dell’arte in quest’ottica nient’altro è che la storia del processo artistico del corpo e delle sue escrescenze. Il Partenone è parte dell’archeologia del corpo di Fidia, i più bei vasi a ‘figure rosse’ dell’arte attica lo sono del corpo di Eufronio, stessa cosa dicasi delle serigrafie di Wharol, delle scatolette di Merda d’Artista di Piero Manzoni, dell’orinatoio di Marcel Duchamps e via dicendo. Famosa e illuminante circa quello che stiamo esponendo è la domanda posta da quest’ultimo ai quanti non volessero farglielo esporre: ‘Spiegatemi perché un orinatoio non possa essere un’opera d’arte ed io non lo esporrò!’
Alla stessa maniera invitiamo tutti a dimostrare che esista fuori dal controllo del corpo qualcosa che possa essere definito come ‘arte’ oppure qualcosa di più della sua semplice archeologia.

Si faccia attenzione, tuttavia, che per quanto riguarda la definizione di corpo qui assunta non si commetta l’errore di considerare esaustiva, a questo proposito, l’idea umanistica che noi possiamo avere di esso. Tutte le scienze che studiano l’argomento ormai concordano nel non dare per scontato il fatto che noi siamo l’unica versione di corpo possibile. Si sa ad esempio che anche un corpo del tutto strutturato come il nostro, ma vivente in un ambiente privo di gravità nel corso di qualche generazione possa tendere a sviluppare altre due braccia al posto delle gambe. Dunque per corpo qui si intenda semplicemente un essere capace di riflessione su se stesso e il giorno in cui si riuscirà a costruire un computer con le stesse capacità di un bambino di tre anni dovrà, evidentemente, sottoporsi a rettifica anche il termine stesso di vivente come qualificativo del sostantivo corpo.
Tutto questo per ribadire che la nostra analisi non si discosta mai da un punto di vista delle cose, il quale, è del tutto relativo alla qualità materiale e sensoriale dell’idea di corpo. Corpo per noi, da questo particolare punto di vista è carne ed ossa viventi od al limite qualsiasi cosa capace di auto-riflessione sulle proprie azioni, vivente o meno, niente spirito, anima, categorie e termini che esulano completamente dalla delimitazione di campo che abbiamo dato, in questo caso, al concetto di corpo.
Specificato questo torniamo pure alla definizione di corpo che meglio conosciamo e vediamo quali conseguenze comporti la prima asserzione fatta. Ci si chiede, ovviamente, per quale motivo, considerata la premessa per cui non ci sia ‘arte’ e processo artistico fuori dal controllo del corpo, quest’ultimo senta la necessità di innescare tale processo? E chiarita tal necessità ci si chiede ancora quali e da dove provengono i materiali che tal ‘corpo’ elabora nella produzione creativa della sua archeologia e come di conseguenza possono essere definiti in una qualità o in un denominatore comune tutti questi strumenti vari che usa in questo processo. Il kernel di quello che noi chiamiamo comunemente ‘arte’ o fare artistico.

Prima ancora di stabilire se un corpo sia un genio o un mediocre artista sosteniamo che in ogni corpo l’espressione artistica è recepita innanzitutto come un bisogno, impellente, il quale, pur con tutte le peculiarità del caso, può essere associato, in quanto ad importanza, ad altri bisogni assolutamente primari del nostro organismo come il mangiare, il respirare oppure il bisogno di accoppiarsi.
Ad ogni carenza di uno di questi o di altri bisogni del nostro organismo equivale così una debilitazione ed un mancato sviluppo delle sue funzionalità e potenzialità: il prezzo che un corpo paga per la non soddisfazione di questo bisogno di espressione è con ciò, la mancata partecipazione allo sviluppo estetico della comunità in cui vive, con tutto quello che ciò comporti in fatto di crescita e realizzazione delle proprie capacità espressive e creative in senso lato.
Certo non si muore, soltanto non si partecipa oppure lo si fa in maniera del tutto marginale.
Diciamo per cui, pure, che per quanto si riferisca all’espressione artistica noi siamo nella stessa condizione che Noam Chomsky ha descritto per ciò che riguardi l’apprendimento della prima lingua: abbiamo i drive incorporati per la sua acquisizione ed elaborazione, così come abbiamo nel nostro hard-disk (per usare un termine improprio, ma che bene possa rendere l’idea) scritta la predisposizione all’espressione artistica o estetica.
Non esiste quindi, una persona non creativa, non adibita ad ospitare un processo artistico, può esistere soltanto un corpo che non ne sia consapevole. Dare rilievo a questa predisposizione genetica del corpo all’espressione creativa non è un fatto fine a se stesso o di carattere puramente divulgativo, ma è la base materiale su cui poggiano solidamente tutte le ultime sperimentazioni circa la possibilità di un arte partecipata.

Se è vero che ogni corpo per propria vocazione e struttura abbia tra i requisiti dei suoi bisogni primari anche quello di esprimersi artisticamente ed esteticamente, non è utopico, per quanto ancora allo stato iniziale di consapevolezza, immaginare un ‘arte’ praticata da milioni di individui contemporaneamente, anche in simbiosi performativa.
Sulle caratteristiche proprie di un arte cosiddetta partecipata abbiamo ampiamente detto nel saggio ‘I Corpi Artista’ cui rimandiamo chi fosse interessato ad approfondire, quello che cii interessa adesso è, proseguendo il cammino innescato dalla prima asserzione, descrivere invece il processo attraverso il quale questa predisposizione primaria del corpo esplica il suo bisogno di espressione.
Cosa avviene concretamente quando un corpo innesca un processo creativo? Non ci interessa sapere ora se alla fine di questo procedimento si avranno le Damigelle di Avignone oppure uno scarabocchio, ci preme soltanto descrivere cosa accade quando un corpo incontri del materiale plasmabile; come esso si comporti lungo questa elaborazione e quali fattori entrino in campo principalmente al suo interno.
Innanzitutto, cosa e come può essere definito questo materiale plasmabile con cui il corpo mette in moto un qualunque processo creativo e soprattutto dove trova questa ‘materia’ da plasmare, fondere e rielaborare?
La risposta è del tutto naturale: un corpo è un terminale ricettivo ed è materiale plasmabile per le sue espressioni qualsiasi cosa si presenti come altro da sé, dall’ambiente che lo circonda, agli individui che lo compongono e lo popolano insieme a lui. E’ da questa complessa interazione che il corpo ricava il cosiddetto materiale plasmabile per le sue espressioni estetiche, ‘materiale’ che può altresì essere indicato anche come ‘informazioni’ che il corpo riceva dall’esterno di sé. E’ rappresentabile questo processo in maniera molto fisica: un corpo respira ossigeno cosi come acquisisca informazioni. Tutto il suo materiale plasmabile è dunque riassumibile come informazione assunta ovvero un corpo riceve informazioni anche quando non ne è cosciente, così come il suo apparato cardiaco funziona indipendentemente dalla sua volontà.
Descritto a grandi linee il momento di ricezione del corpo vediamo di fare altrettanto con quello che sia il momento elaborativo di questo materiale informativo che il corpo assume dall’esterno. Come è evidente, questo momento elaborativo del processo creativo del corpo può essere più o meno desto, può avere minore o maggiore valore estetico, può infine concretizzarsi in un archeologia del corpo del tutto materiale oppure immateriale completamente, ma ancora una volta è il cosa avviene che ci interessa setacciare, è il denominatore comune dei vari gradi nel quale questo momento elaborativo del corpo si esplica che ci preme di evidenziare.
In effetti, non c’è uno qualunque dei sensi o delle attitudini o degli organi di cui il corpo disponga che, in linea di massima, possa essere eluso, per importanza, dal momento elaborativo del corpo stesso, ma si può senz’altro asserire che, indipendentemente dalle caratteristiche tattili o mentali o di qualunque altro tipo con le quali il corpo dia forma e visibilità a questa elaborazione di informazioni assunte, tuttavia, quello che, in ultima analisi, esso mette in campo è sempre e solo il suo grado di conoscenza storicamente dato ovverossia il suo sapere che si performa nei modi e nei procedimenti attraverso i quali si sia cristallizzato nel corpo stesso.
Uno scultore esprime la sua conoscenza attraverso le mani e il rapporto che esse e la sua mente tecnica impostano con il materiale plasmabile, uno scrittore fa la stessa cosa, il suo tipo di conoscenza passa attraverso l’inchiostro, i significati e l’architettura della trama che lo stesso può far assumere a questo inchiostro sulla pagina. Tutte le ‘figure’ attraverso le quali si è cristallizzato il processo artistico finora non sono state nient’altro che figure storicamente date con le quali la conoscenza dei corpi si è andata ad applicare al processo creativo. Niente di immutabile o perennemente archiviato nella storia del DNA umano: è la conoscenza semmai il dato consolidato attraverso il quale un corpo elabora creativamente il materiale informativo assunto dall’esterno, non la ‘figura’ con la quale questa conoscenza si è manifestata all’esterno nel corso dell’umana cronistoria estetica e di pensiero.

Eccoci dunque, arrivati alla tesi esposta all’inizio del presente intervento. Tutte le ‘figure artistiche’ assunte dal corpo finora nel corso della sua storia si sono sviluppate all’interno di una società fondata su una divisione del lavoro e su di una conoscenza che ne sia lo specchio. Fino a gran parte dell’ultimo millennio questo tipo di conoscenza e di ‘figure’ del corpo hanno quasi sempre, nella elaborazione del materiale informativo ricevuto dall’esterno, incontrato la qualità di pensiero, esperito cioè alla loro funzione storica di rappresentare i momenti più alti di questa ‘qualità’ dell’umana specie nel suo percorso di ‘evoluzione’ estetica e culturale. Ora qualcosa è cambiato. E’ evidente come il materiale plasmabile, l’informazione assunta dal corpo non sia più riqualificabile, rielaborabile da queste ‘figure’, almeno non con la stessa possibilità di successo verificatasi nel millennio appena scorso di incontrare opportunamente la qualità di pensiero. Il tipo di conoscenza, quindi, espressa da queste ‘figure’ del corpo fondate sulla vecchia divisione del lavoro non è più in grado di riqualificare adeguatamente dal punto di vista estetico e creativo l’informazione che l’esterno sotto forma di materiale plasmabile mette oggi a disposizione del loro corpo artista. Questo ci pare sia il dato di fatto inequivocabile.

E’ imbarazzante e sotto gli occhi di tutti l’estrema difficoltà, con la quale, le classiche ‘figure’ del corpo artista si rivoltino su se stesse replicando pedissequamente forme e modi di espressione che le relegano, ormai, nel migliore dei casi, nell’ambito dell’artigianato oppure nel novero dei prodotti destinati dalla produzione di merci al mercato per il basso consumo d’arredamento. Basti, a questo proposito, anche solo dare un’occhiata sul web all’estrema povertà estetica dei siti letterari o di quelli dedicati alle arti visive che ancora si formano del tutto, nella stragrande maggioranza dei casi, all’interno di queste ‘figure classiche ed obsolete’ di conoscenza del corpo. E’ lapalissiano, a nostro modo di vedere, come, pure solo dal lato della gestione del media, questi siti e i quanti vi si aggirino alla stessa ‘vecchia maniera’ siano del tutto inadeguati ovvero non siano capaci affatto di andare oltre il mero uso da vetrina di internet ed abbiano difficoltà enormi finanche a considerarlo semplicemente mezzo quantomeno interno al processo di espressione.

Ed ancora, può un poeta scrivere oggi versi decenti, senza porsi il problema di conoscere e usare a livello espressivo qualche linguaggio di programmazione? Può un corpo artista nella elaborazione del suo processo creativo rifarsi a termini come sensibilità, coscienza escludendo da questo processo quanto la genetica e lo studio dell’IA abbiano prodotto rispetto a questi termini in fatto di conoscenza e pensare di andare oltre una mera ‘arte’ terapeutica? Anche in artisti come Andrej Rublev la tecnica non smise mai di misurarsi con i pathos e i grandi temi sociali che la società del suo tempo ponesse innanzi alla sua figura di corpo artista: per questo non fu solo un buon artigiano. Il volo dell’Icaro sia sempre da esser tenuto presente nell’analisi di tutte le sue icone e affreschi più belli. Le strutture accademiche, altresì, ed in generale tutti i centri dove a livello istituzionale si andavano a costruire le basi del sapere umano, invece, sfornano ancora ‘figure’ che alloggiano, per la maggiore passivamente del tutto, all’interno di una conoscenza basata sulla vecchia divisione del lavoro, per questo ora l’ARTE vive solo nei luoghi sconsacrati ad essa.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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