Dei bambini schiavi nelle fabbriche turche non parla nessuno?

siria_bambini_xinI bambini non sono tutti uguali. Alcuni servono ignobilmente per farne prime pagine d’impatto mediatico, vessillo di slogan politici ad usum delphini. Corpicini riversi su spiagge fotografati in ogni loro triste angolazione, usati per giustificare folli politiche migratorie che santificano “statisti per un giorno”. Gli stessi che poi si sono travati, dopo breve tempo, a fare repentini passi indietro certificati dalla momentanea sospensione del Trattato di Schengen. Altri bambini invece non muoiono, per loro fortuna, diventano “solo” schiavi in quel coccolato paese chiamato Turchia. Che ci sia un progetto poco nobile dietro la gestione dei flussi migratori, lo dicemmo a suo tempo proprio su Qelsi.

L’ulteriore conferma l’abbiamo con questo report che vede coinvolti brand famosi nello sfruttamento del lavoro minorile. Nessuna prima pagina, annunci lacrimosi, pugni battuti sul petto per questi bimbi. Figuriamoci poi se è coinvolta la Turchia alla quale l’Unione Europea promette cospicua elargizione di denaro proprio per gestire i flussi migratori (l’obolo richiesto all’Italia è di 3 mld di euro).

Si paga un contributo per schiavizzare ragazzini profughi di zone di guerra, lo si fa in assoluto silenzio; si sbraita, al contrario, come galline sgozzate se qualcuno si azzarda a riferire dei fatti di Colonia come degenerazione del lassismo politico sull’integrazione.

No, i bambini non sono tutti uguali. Quelli scomodi si tacciono, quelli utili per favorire l’esercito industriale di riserva (di cui faranno parte i silenziati superstiti) si sbandierano come simboli di civiltà. Che orrore.
@PgGrilli
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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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