Mattarella dimentica Latorre e Girone nel discorso di fine anno

mattarellaNel suo discorso di fine anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha menzionato neppure una volta i nomi di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, ormai sotto scacco dell’India da quattro anni. Considerato che, almeno formalmente, il Presidente della Repubblica è anche il Capo delle Forze Armate, sarebbe stato doveroso da parte sua ricordarli. Ce ne ha parlato Domenico Capocardo su Italia Oggi.

di Domenico Capocardo

Non una parola su Massimiliano Latorre e su Salvatore Girone.

Non una dimenticanza, ma un errore politico e umano, questo di Sergio Mattarella nel suo primo discorso di fine anno agli italiani.

Come tanti, ho aspettato sino alla fine in attesa di una parola – in fondo è lui il capo delle Forze Armate – sui marò vittime del sopruso indiano e delle decisioni di un governo incapace di sceverare tra l’interesse e il prestigio nazionale e l’interesse delle nostri industrie degli armamenti, e insensibile alle imprescindibili esigenze di tutela dei nostri militari impegnati in missioni disposte dallo Stato italiano.

Il messaggio di fine anno, è stato pronunciato in un contesto sbagliato, l’appartamento quirinalizio di Mattarella, rinunciando ai fasti della scrivania ufficiale alla quale normalmente lavora.

Il presidente era scomodamente seduto su una scomoda poltroncina, e dava una sensazione di insuperabile imbarazzo. Il tutto era una specie di segnale che siamo rientrati nell’epoca democristiana, quella di un minimalismo che colpiva e colpisce i segni del prestigio dello stato, cercando di instillare negli italiani una sorta di rassegnata indifferenza per i valori laici della Costituzione repubblicana. Vicino allo sciovinismo francese e all’autoconsiderazione tedesca, una modestia italiana che non dà, né all’interno né all’estero, il senso di un ben riposto orgoglio nazionale.

A parte gli aspetti formali, si è trattato di un discorso piatto e senz’anima, un inventario di cose, di questioni e di prospettive tra le quali non è emerso lo Zeitgeist, lo spirito del tempo in cui viviamo. E, diciamocelo francamente, una serie di deludenti banalità, inattese in un politico di antica militanza, di gravi sofferenze, di importanti incarichi svolti con onore, più in silenzio che con la rivendicazione del ruolo svolto.

Avevo creduto nella scelta di Mattarella, a gennaio dello scorso anno, pensando che avrebbe ricondotto la presidenza nei limiti continuamente travalicati da Giorgio Napolitano: mi sono sbagliato. Il modo nel quale interpreta la suprema magistratura dello Stato è evanescente ed ectoplasmatico. Purtroppo, il momento che attraversiamo avrebbe preteso una presidenza presente e capace di indirizzare il governo e il paese in una serie di vitali questioni. Naturalmente, nell’elenco di banalità, ci sono alcune parole che possiamo riprendere in positivo o in negativo.

A quest’ultimo genere appartiene la frase giovani che si sono preparati, hanno studiato, posseggono talenti e capacità e vorrebbero contribuire alla crescita del nostro paese. Ma non possono programmare il proprio futuro con la serenità necessaria. In realtà, questo genere di giovani non solo trova la propria strada soprattutto all’estero con un certa facilità, ma riesce a costruirsi invidiabili prospettive di carriera e di sviluppo professionale. Il problema sono le centinaia di migliaia di giovani del Sud che hanno studiato poco e male, e che non hanno una chanche diversa da quella di vivere di assistenza familiare e sociale.

Sono questi il problema maggiore. Per essi si dovrebbe immaginare una politica di formazione al lavoro che c’è (non a quello che non c’è né ci sarà). Per essi si dovrebbe avviare una riqualificazione del personale insegnante delle scuole medie e delle università. Per essi si dovrebbe immaginare la realizzazione di centri d’eccellenza che, nel Sud, mancano del tutto.

Il lavoro manca soprattutto nel Mezzogiorno. Si tratta di una questione nazionale. Anche questa è una banale constatazione se non è accompagnata dalla condanna di un ceto politico che ha distrutto quel poco o molto che era stato costruito.

Le diseguaglianze rendono più fragile l’economia e le discriminazioni aumentano le sofferenze di chi è in difficoltà.

Una proposizione viziata dall’utopia e dal pietismo di marca democristiana: le diseguaglianze, in realtà, sono fisiologiche e normali nella vita sociale. Esse dovrebbero incentivare lo spirito di emulazione e la volontà di crescita, gli elementi che (non contrastate dai pubblici poteri, la vera zavorra del paese) permettono agli Stati Uniti di presentarsi come la nazione in cui l’ascensore sociale funziona meglio.

Un elemento che ostacola le prospettive di crescita è rappresentato dall’evasione fiscale. Una banalità condivisibile, naturalmente, che tuttavia dimentica la necessità di porre al Paese il problema dell’abbassamento delle tasse, cocondizione per ottenere un reale successo nella lotta all’evasione.

Dobbiamo avere maggior cura dei nostri territori.

Occorre combattere contro speculazioni e sfruttamento incontrollato delle risorse naturali.

E poi il presidente si rivolge a Jacques II de Chabannes de La Palice, maresciallo di Francia, signore di La Palice, Pacy, Chauverothe, Bort-le-Comte e Le Héron per mutuarne il modo di ragionare: si può chiedere ai cittadini di limitare l’uso delle auto private, ma, naturalmente, il trasporto pubblico deve essere efficiente.

Appare positiva l’osservazione sulla questione migranti: Il fenomeno nasce da cause mondiali e durerà a lungo si deve governare. E poi: molte comunità straniere si sono insediate regolarmente nel nostro territorio, generalmente bene accolte dagli italiani. Tanto che affidiamo spesso a lavoratrici e a lavoratori stranieri quel che abbiamo di più caro: i nostri bambini, i nostri anziani, le nostre case Serve accoglienza, serve anche rigore.

E, nel finale, ha formulato valutazioni d’ordine generale, che hanno colto nel segno: negli ultimi anni è cresciuta la sensibilità per il valore della legalità. Soprattutto i più giovani esprimono il loro rifiuto per comportamenti contrari alla legge la quasi totalità dei nostri concittadini crede nell’onestà. Pretende correttezza. Un ottimismo non condivisibile, che tuttavia rappresenta una condivisibile esortazione. In definitiva, un’occasione perduta, questo messaggio. Forse non poteva che essere così, vista la personalità del nostro presidente della Repubblica, persona perbene, di modeste visioni e di inesistenti capacità comunicative.

C’è da sperare che non si manifesti una contingenza, una temperie per la quale sia necessaria l’energia di un capo, la visione di un leader.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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