Stupri di Colonia: dove sono le femministe?

femministeQuando c’era da fare la morale sul “corpo delle donne”, sulle cene di Berlusconi o su altre questioni effimere erano in prima linea mentre questa volta, con le donne davvero umiliate in quanto tali, tacciono: sarà forse perché di mezzo ci sono degli immigrati? Qualunque sia il motivo questo silenzio è ipocrita e assordante, come annota Massimiliano Lenzi su Il Tempo.

di Massimiliano Lenzi

Dov’erano le sentinelle femministe del «corpo delle donne«, le guardiane del moralismo contro la televisione occidentale e guardona, commerciale, a Colonia? Dove stavano, quelle voci indignate per una tetta fuoriuscita dal reggiseno od una chiappa sbucata da uno slip e scoperta in onda sulla tv italiana (o magari per una donna decisa a trascorrere una serata a casa di un uomo adulto, consenziente e libera) quando a Colonia, nella civilissima Germania di Frau Angela Merkel che vorrebbe insegnare al mondo l’arte dell’accoglienza, è andata in scena la foia di maschi islamici e immigrati, arrapati, che hanno accerchiato giovani (e meno giovani) ragazze in giro nel centro della città per l’ultimo dell’anno?

Una costrizione senza pari. Paurosa e crudele. A queste femministe italiane ed assenti noi diciamo: vergogna. Una parola sola viene su dalla nostra coscienza (maschile), per l’indifferenza e la paura che loro manifestano verso la reale mancanza di libertà e verso la temibile sottomissione delle donne e del loro corpo che arriva dai fatti di Colonia. E che ci pone l’eterno problema dei diritti civili e delle libertà in questi nostri tempi: le donne e l’Islam.

Non la televisione, non le libertà occidentali, anche eccessive, non le voglie di maschi adulti verso donne adulte e libere sono il limite al corpo delle donne, bensì la sottomissione, la foia, la voglia di soffocamento civile, contro ogni volontà, che arrivano da una certa cultura islamica dove la donna tutto può essere tranne che libera. Lo scrivano in prima pagina sui giornali d’élite e borghesi le nostre femministe, quelle che si indignano per un complimento troppo galante, per uno sguardo e basta, per dei programmi televisivi dove giovani starlette saltellano in costume. Loro che hanno fatto il Sessantotto e pure il Settantasette, loro che ci hanno spaccato i maroni per le cene galanti di Berlusconi, loro sempre pronte ad indignarsi per un balletto troppo osé o per una gamba troppo scosciata. Lo scrivano queste nostre e care femministe che una certa cultura islamica, tutta maschile, tutta religiosa e devota, soffoca le loro libertà. Lo scrivano perché noi maschi occidentali ci siamo rotti le palle di passare per brutti sporchi e cattivi, magari perché abbiamo amato il Drive In di Antonio Ricci, il cinema di Tinto Brass o i film con Alvaro Vitali, Lino Banfi e le docce di Edwige Fenech.

Ora basta, escano dalle teche del loro femminismo inutile, manierista, banale, oversize, per guardare in faccia i mali veri del mondo rispetto al libero arbitrio. Che una donna maggiorenne ed occidentale scelga di fare la puttana, senza costrizioni, ci sta, è nelle sue libertà. Che una donna od una ragazza occidentale venga accerchiata una sera, quella dell’ultimo dell’anno, magari perché indossa la minigonna o semplicemente i pantaloni, dagli sguardi libidinosi di maschi islamici in una piazza di una importante città europea, beh questo non ci sta, non deve starci, non è libertà ma sopraffazione. Ed allora scendano in campo, levino la loro voce, si incazzino le femministe nazionali per tutto ciò, loro capaci di trasecolare per un culo in tv o per le cene eleganti di Silvio Berlusconi.

La sottomissione non sta nella libertà (anche in tv) di mettersi in mostra bensì nella paura che ad uscire, anche in abiti succinti, si possa essere accerchiate. Perché come ha scritto lo scrittore Charles Bukowski «l’anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci: soprattutto perché provi un senso di benessere, quando gli sei vicino». Femministe occidentali, se ci siete, battete un colpo.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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