1992 e dintorni: patrioti cercasi!

Consultando i post su Facebook, capita di imbattersi in qualcosa che lascia interdetti. Vuoi il soggetto che esprime il suo “pentimento”, vuoi l’accostamento con lo sfondo di “+Europa”, “vuoi una trentamila lire” (avrebbero chiosato gli Squallor) ma l’insieme lascia abbastanza sgomento il lettore.

https://www.huffingtonpost.it/2018/06/09/mi-vergogno-della-gioia-provata-per-le-monetine-lanciate-contro-craxi_a_23455008/

Certo, l’accostamento visivo di una riflessione critica di Staino su come la sinistra (ma non solo) si comportò con Bettino Craxi e sulle conseguenze di quella “Mani Pulite” che appare ormai a molti “Rivoluzione Colorata” ante litteram, fatta sullo sfondo del partito atlantista ed eurofilo della Bonino stride ma, con tutti i limiti di un’analisi infiltrata dal solito “all’armi” contro il pericolo “fasciolegaiolpopulista”, gli elementi per riflettere e considerarla una notizia ci sono tutti. Sarà che due volte al giorno anche l’orologio rotto segna l’ora esatta. Ad esempio, questi passaggi dell’intervista appaiono in gran parte interessanti:

Dopo venticinque anni, l’esultanza è diventata complice: “Mi vergogno della gioia che ho provato quando lanciarono le monetine contro Craxi, fu il primo atto di anti politica della storia repubblicana, l’avvento di quello che i Cinque stelle e la Lega oggi hanno portato a compimento con il loro governo”. Come gli eredi del partito comunista italiano, Sergio Staino – disegnatore, vignettista, ex direttore de l’Unità – aveva creduto che la furia della piazza potesse preparare la strada al governo della sinistra. Invece, la campana che sentiva suonare stava suonando anche per la sua parte: “Mi capita di pensare dove abbiamo sbagliato. Cosa abbiamo fatto per favorire che forze negative si affermassero e prendessero addirittura il potere in Italia. E mi torna sempre in mente l’assalto al segretario del partito socialista al Raphael. Allora ci rifiutammo di vederlo come un legittimo rappresentante delle istituzioni. Un uomo con il quale dialogare. Ci lasciammo andare a una pulsione sub politica, a un’estremizzazione dei valori etici, all’esaltazione della magistratura. Sono i sentimenti che hanno aiutato a gettare discredito sul parlamento, sulle altre istituzioni, sulla politica, attraverso la teorizzazione della superiorità della società civile e con una serie di movimenti che, di fatto, hanno prima aperto le porte a Berlusconi, e poi le hanno aperte a Grillo“.

Certo, è un errore mettere nel medesimo calderone Lega e M5S, quando la Lega Nord a trazione “populista” esplode con Mani Pulite ma non dovrebbe sfuggire che con la Lega “nazionale” di Salvini, fortemente innervata di “sovranismo”, quell’esperienza ormai c’entra davvero poco come c’entra davvero poco o niente con l’anti politica. Non vi è inoltre dubbio che, per l’ennesima volta, assistiamo all’incapacità da parte di un esponente della sinistra di mettere in correlazione le pulsioni liberiste e pro-globalizzazione che hanno dominato indiscusse il ventennio successivo a “Tangentopoli” (il vero lascito, e forse i veri mandanti, di quel linciaggio della Politica e del suo ruolo di dominus e regolatore dell’economia, in un racconto in cui quasi sparisce il ruolo del privato corruttore in favore di una narrazione che vede nel corrotto il mostro da abbattere) con i fenomeni di precarizzazione del lavoro e di impoverimento che Staino cita come ignorati dalla sinistra stessa. Ma al di là di tutto la riflessione è pertinente, seppur monca.

Non vi è dubbio infatti che con Mani Pulite un’intera classe politica è stata completamente cancellata  dando la stura ad un grillismo ante litteram incarnato dall’idea berlusconiana dell’imprenditore in politica contro i politici “di mestiere” e molto ci sarebbe da dire sull’uso della carcerazione preventiva e su quante furono invece le condanne in via definitiva che sortirono da quella gigantesca bolla mediatico-giudiziaria. Ma quello che soprattutto manca al ragionamento, almeno in forma espressa, è la conseguenza più grave di quegli eventi: l’intero equilibrio fra Poteri dello Stato fu minato e disarticolato in profondità con la complicità di una classe politica, fatta da nuovi virgulti della “rivoluzione” e sopravvissuti al terremoto del ’92, che preferì la fuga vigliacca davanti all’arrembaggio di alcune procure rispetto ad un’impopolare lotta per le garanzie costituzionali. L’ennesima dimostrazione di come il politico, a differenza dello statista, non riesca a guardare oltre “le prossime elezioni”.

Nonostante gli strilli e le grida al complotto su giornali di famiglia e di bottega (oscura) non appena un amico o un compagno finiva nel tritacarne di qualche inchiesta, infatti, non si è persa occasione di codardo oltraggio ogni volta che un’inchiesta ha riguardato il “nemico” di turno, usando i processi come una clava per perseguire la via giudiziaria non al “comunismo” (come negli incubi “forzitalioti” e nei sogni “tardocompagneschi” di qualche ingenuo ultras dell’una o dell’altra squadra) ma bensì ad un modello “liberista” americaneggiante che garantisse lo smantellamento dei corpi intermedi e di ogni intervento pubblico in economia. In poche parole l’annichilimento di ogni forma di resistenza al dominio dei mercati. Questo schema ha finito infatti per favorire la classe politica che partorì, ad esempio, la Legge Bassanini provando a mettere uno schermo fra se e le Procure. Un’operazione che non ha portato i frutti sperati ma ha moltiplicato i centri di potere cedendo ruolo e comando ad una nuova casta priva di legittimazione popolare in quanto non sottoposta per sua natura al giudizio elettorale che di tale legittimazione è all’origine: la burocrazia. Una classe di alti burocrati “tecnici” o pseudo tali che la politica pensava di controllare con i suoi poteri di nomina (invero sempre meno “liberi” e sempre più vincolati, in omaggio alla narrazione antipolitica, al rinnovo di coloro che ci sono già e che sono “I competenti” lasciando ai politici in realtà solo la facoltà di spostarli giocando un eterno “gioco del 15”) e che è diventata invece l’ennesimo potere autonomo. Specie alla luce del successivo stravolgimento, ad opera di quel Monti che “ha salvato il Paese” ( per anni il mantra dei suoi sostenitori oltre ogni logica ed evidenza), dell’Art.97 della Costituzione operato col l’Art.6 della L.Cost. n.2 del 2012 che alle pubbliche amministrazioni e non ad esempio al Governo o al Legislatore affida il rispetto degli obblighi relativi al pareggio di bilancio introdotto, con modifica dell’Art.81 della Costituzione, dall’Art.1 della medesima Legge Costituzionale. Non sfuggirà ai più attenti come la gemmazione di un potere burocratico autonomo, attraverso provvedimenti successivi ed apparentemente indipendenti, trovi similitudini con la nascita del “potere monetario”, così lo definì Andreatta stesso, incarnato da Banca d’Italia una volta sciolto il vincolo fra essa ed il Ministero del Tesoro. La lettura coordinata della Legge Bassanini e del nuovo Art.97, anche unitamente alle norme che hanno sganciato Banca d’Italia dal suo ruolo “servente” rispetto alle esigenze dello stato e dei decisori politici, restituisce invero il quadro di una politica ridotta a mero orpello buona al massimo a chiudere o aprire buche quando le risorse lo consentono, intenta a difendere magari qualche privilegio del rango che in assenza dei poteri che al rango sarebbero connaturati somiglia molto ai titoli di quei nobili decaduti che i film di Monicelli ci hanno regalato (ma molto meno romantici e simpatici) o a fungere da parafulmine quando le tragiche conseguenze dell’impossibilità di agire e mantenere il territorio, scatenate magari dall’innesco di qualche imprevedibile ed inevitabile fenomeno naturale, colpiscono la Nazione. A questa nuova “casta” burocratica, dicevamo, si è invece affidato il timone dello Stato, il diritto “vitae ac necis” su ogni procedimento amministrativo, Legge, Decreto o Delibera.

Se non bastasse questo a dare la misura del problema, la stessa classe politica approvò la riforma dell’Immunità Parlamentare del 1993, stravolgendo una delle garanzie più forti della reale indipendenza fra Poteri dello Stato ed Ordine Giudiziario, tesa ad impedire – nella sua formulazione originale, come d’altronde il CSM per i Magistrati – che Poteri ed Ordine si giudicassero a vicenda provocando cortocircuiti e tentazioni di scorciatoie autoritarie. Lo fece provando a cavalcare l’onda della piazza per domarne la rabbia senza accorgersene che più che cavalcarla ne veniva trascinata e dimenticando che, per quanto a lungo si resti in sella al toro, in un rodeo prima o poi di solito si finisce sbalzati di sella in potenziale balia delle corna e degli zoccoli della bestia che si cavalcava.

Sarebbe ora però che anche a destra, parlo della destra post-missina che scambiò spesso Di Pietro e il pool di “Mani Pulite” per liberatori, su questo tema cominciasse un ragionamento profondo, una meditazione che esca dal contenzioso politico quotidiano (archiviata ormai la stagione del berlusconismo e dell’antiberlusconismo per consunzione dell’oggetto del contendere) e dagli umori della cronaca giudiziaria. Una riflessione che, magari, cominci dal porsi una domanda che coniarono i giuristi latini ma che resta punto di partenza logico di ogni ragionamento sulle responsabilità: “cui prodest?”, a chi giova? A chi giovò tutto questo?

Occorre una riflessione, magari affidata alle Fondazioni ed ai pochi think-tank che la politica ancora oggi esprime, per riportare il confronto anche su un piano storico-politico e provare a porre rimedio all’idiozia comunicativa (in altra sede sarà da approfondire le responsabilità della stampa in questo processo di abbrutimento del sistema) per cui da un lato ci sono i “politici ladri”, spesso designati tali per un avviso di garanzia che dovrebbe essere a tutela dell’indagato ed invece ne costituisce ormai lo stigma, la cui testa viene reclamata da altri politici che aspirano alla loro poltrona salvo poi richiedere rispetto per la categoria una volta accomodate le terga e dall’altro i “magistrati buoni” (o “cattivi” per l’inquisito di turno) in un’eterna commedia di maschere che dimentica che così come non gli abiti bensì lo Spirito Santo fa il monaco allo stesso modo non è il ruolo a dare onestà, capacità, correttezza ed equilibrio ma sono queste stesse qualità che rendono un magistrato o un politico adatto al ruolo che ricopre. Con la differenza che, mentre la statistica ci offre migliaia di politici di ogni livello defenestrati dal voto popolare ad ogni turno elettorale, non ci sono notizie statisticamente significative di magistrati rimossi dal loro incarico dal CSM né, peraltro, inquisiti da loro colleghi.

Sono passati 25 anni dal 1992 e sarebbe ora che l’Italia tornasse a far pace con la sua storia prendendo atto di come abbiamo vissuto una lunga distorsione istituzionale in cui alcuni poteri ed ordini hanno dilatato i propri compiti e la propria presenza (anche in ossequio a quella legge non scritta per cui in politica i vuoti vengono sempre colmati) ben oltre i limiti che la Costituzione assegnava loro.

Oggi chi parla di Sovranità non può non fare i conti anche con questo. Non può non fare i conti con Sigonella, che fu forse l’ultimo evidente segnale di sovranità nazionale lanciato da questo Paese, o con la “terza via” politica espressa dalla Prima Repubblica nei rapporti con il Medio Oriente, che rendeva l’Italia perno di ogni snodo geopolitico nell’area mediterranea e garantiva al paese tutele importanti dei suoi interessi nazionali sul fronte migratorio come su quello della prevenzione del terrorismo o sul versante economico. Chi aspira alla sovranità nazionale e popolare non può non ritenere necessario restituire alla politica (ambito principe di espressione della sovranità popolare attraverso il processo elettorale) poteri di scelta e mezzi per affermare la “supremazia del politico sull’economico” (cit. Diego Fusaro). Una restituzione di spazio e poteri alla politica, una riattivazione delle condizioni necessarie allo sviluppo di forme di partecipazione democratica ed un riequilibrio istituzionale appaiono dunque non più rinviabili ma, per farlo, occorre anche la volontà ed il coraggio di rileggere la storia recente del nostro Paese e per capire a chi tocchi farlo la domanda è sempre la stessa: cui prodest? E visto che in questo caso la risposta è “all’Italia”, sotto a chi tocca: patrioti cercasi.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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