A proposito del divorzio tra Tesoro e Bankitalia…

Si moltiplicano – ahinoi – i tentativi di sminuire questo importante e determinante passaggio politico-economico, consumatosi nel 1981, quando l’allora ministro Beniamino Andreatta e il Governatore della Banca d’Italia Azeglio Ciampi decisero che Bankitalia sarebbe diventata definitivamente autonoma e avrebbe potuto determinare in maniera del tutto indipendente le politiche monetarie e gli acquisti del debito pubblico.

Secondo alcuni, in realtà, questo fu un passaggio più formale che sostanziale. Peccato però che per essere stato solo – diciamo – un passaggio formale che nulla cambiava a livello politico e di relazione tra Esecutivo e Banca Centrale, di seguito al noto evento (e per tutti gli anni ‘80) il debito pubblico italiano lievitò come l’impasto messo accanto a una fonte di calore, e ciò a fronte di una diminuzione degli acquisti dei titoli del debito pubblico da parte di Bankitalia.

Non voglio però qui fare un’analisi meramente economica. M’interessa di più la ragione politica. E questa ragione politica è chiaramente l’unione monetaria e il sovvertimento delle regole di finanza pubblica in favore del sistema ordoliberale europeo. Dunque l’Italia in quegli anni aveva aderito allo SME, che non era altro che l’anticamera dell’euro. Nello SME, i margini di oscillazione della lira erano stretti (ma non strettissimi – nell’ordine ±6%). Sicché, per poter garantire, in questo senso, che la lira rimanesse all’interno dei recinti definiti nello SME, era necessario che Bankitalia non rispondesse più alla voce politica (e precisamente al Parlamento e al Governo). Doveva, in altre parole, avere margini decisionali autonomi; cioè doveva poter decidere in perfetta libertà se monetizzare o no il debito statale.

Ecco dunque la ragione – peraltro confermata da Andreatta – per la quale negli anni ‘80 gli acquisti del debito pubblico italiano si erano ridotti progressivamente (v. grafico) e nel contempo erano aumentati gli interessi sui titoli pubblici, determinando, altresì, un incremento esponenziale del rapporto debito/PIL, che – si ricorda – sfiorava il 100% sul PIL a inizi anni ‘90. E tale crescita, naturalmente, non si era fermata certo lì. Questa era proseguita dopo il trattato di Maastricht (19921), il Patto di Stabilità (1997) e dulcis in fundo, dopo l’ingresso nella moneta unica, che aveva sottratto del tutto la politica monetaria (la sovranità) allo Stato italiano per conferirla (com’è tutt’oggi) alla Banca Centrale Europea, la quale per statuto, non può acquistare i titoli del debito pubblico degli Stati membri.

Il meccanismo così creato a livello europeo ha reso la moneta un bene di scambio difficoltoso da reperire e costringe tutt’ora gli Stati membri a procacciarsela solo ed esclusivamente sul mercato finanziario privato (come un qualsiasi “buon padre di famiglia”). Le implicazioni sono drammaticamente evidenti: se lo Stato entra in crisi di liquidità (e cioè non riesce a finanziarsi), delle due l’una: o “obbedisce” ai mercati e segue una politica economica confacente ai loro interessi per avere la loro fiducia (tagli sociali, Stato minimo, privatizzazioni, pareggio di bilancio), oppure affoga. In tale ultimo caso, per salvarsi deve invocare i meccanismi di salvataggio europei e internazionali (v. alla voce Trojka), che però non offrono il loro aiuti gratuitamente, ma richiedono – anch’essi – politiche economiche altamente restrittive e dannose per l’economia reale del paese (v. caso greco), nonché l’amministrazione controllata sui processi democratici.

Questa la ragione politica di fondo che sta a monte del famoso divorzio. L’idea – già all’epoca in voga – di sottrarre le banche centrali all’obbligo di monetizzare il debito (con lo scopo di contrarre la spesa pubblica e il deficit), e dunque, per conseguenza, sottoporre gli Stati nazionali e le loro Costituzioni al perenne giudizio dei mercati finanziari2. In altre parole, in quegli anni furono messe le basi per il sovvertimento dei principi di finanza pubblica e delle regole macroeconomiche di impostazione keynesiana, per abbracciare quello che è noto come il sistema ordoliberale di matrice tedesca: lo Stato sociale dipendente dal mercato e dal sistema bancario e finanziario. Detto con un esempio pratico: se il mercato decide che deve essere fatta una riforma delle pensioni con la quale si mandano in pensione le persone a 80 anni, quella riforma deve essere fatta, altrimenti niente soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici. La morte delle democrazia popolare e costituzionale.

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[1] In quell’anno ci fu pure il più grande attacco speculativo sulla lira che costrinse il Governo Amato a portare fuori dallo SME la moneta nazionale.

[2] Non è un caso che Andreatta andrà a dire: «[…] Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu’ difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato […]», tratto dall’articolo Il divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari: uno scritto per il Sole del 26 luglio 1991, pubblicato su Il Sole 24 Ore il 26 luglio 1991, linkato più su.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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