Casalino, Capitan Alatriste e i Sovranisti. Avvertenze ai rivoluzionari

Chi si fosse scandalizzato di fronte alle dichiarazioni di Rocco Casalino, in un audio carpito durante un colloquio privato, probabilmente non ha compreso sino in fondo ciò che sta succedendo in Italia e nel resto del mondo in questi anni. Non ha capito che è partita una lunga linea di cesura che chiude una stagione e ne apre un’altra.

Personalmente ritengo che l’unica pecca del ragionamento di Casalino sia la fonte.
Non per un fatto personale (non lo conosco né conosco le sue capacità nel ruolo che ricopre) ma perché certe cose, nel “mondo” in cui la politica governa davvero, non le fa trapelare un responsabile della comunicazione o un portavoce alla stampa ma le dicono i politici nel chiuso di una stanza o, meglio, pubblicamente. E poi le fanno.

I migliori prima le fanno e poi le dicono.

Al MEF, Casalino o non Casalino, occorre disboscare non accomodare visto che sta tutto in mano al “Club Bankitalia”, un addentellato di potere che taglia fuori da decenni la politica dalle scelte vere ed impone politiche economiche ad eletti e Ministri, spesso secondo schemi decisi da organizzazioni sovranazionali ed istituzioni non italiane perseguendo “sogni” che nulla hanno a che fare con i loro doveri d’ufficio, i programmi dei partiti che governano o gli interessi dei cittadini e della Patria.

Se non si comprende che questo è il centro della questione non è chiara la natura del “regime change”, così lo definirebbe il “deep state” USA (più abituato a causarli che a subirli i “cambi di regime”), che sta avvenendo e che sarà complicato a farsi e pieno di contraddizioni. E da questo punto di vista un’avvertenza serve darla a tutti quelli che pensano o pensavano che, fatte le elezioni e defenestrato il PD, il cambiamento potesse essere un lavoro pulito, coerente, chirurgico fatto da altissimi ed esperienti professionisti con la velocità della Blitzkrieg. Spiace deludere tutti ma dopo decenni in cui le teorie irrazionali hanno avuto il tempo di trasformarsi in dogmi, ed i chierici di quei dogmi sono assurti agli altari dell’informazione, delle Università e delle istituzioni finanziarie e non, il cambiamento è una guerra di trincea, è guerriglia, un’impresa da portare avanti con “quel che c’è” e che, anche per questo, sarà sangue e fango, prostitute e banditi, profittatori e ladri, poeti e guerrieri con i bastoni. Sarà un romanzo picaresco di gente dal grande cuore e a volte dal piccolo cervello o grandi cervelli e piccoli cuori.

Insomma sarà Altriste ed i suoi mercenari e assassini in piedi sul campo contro ogni logica e previsione in attesa di morte certa e scelta nonostante il sudario non abbia tasche, eroi improbabili per necessità o per redenzione; saranno straccioni contro i cavalieri in scintillante armatura (che costa e quindi solo gli amici del “nemico” se la potranno permettere), sarà Cefalonia o Balaklava e puzzerà di sporco e di sudore e adrenalina che con il loro lezzo sono il fertilizzante del campo della paura e quindi dell’unico campo su cui può fiorire il coraggio e l’onore; saranno Ettore Fieramosca con i suoi soldati di ventura che “questa volta combattiamo gratis” non il bel Lancillotto e lo saranno solo perché, amici mie, il popolo comincia a comprendere che non ci resta niente, niente se non batterci. “No queda sino batirnos” come diceva, per tornare al “capitan Alatriste”, uno dei personaggi di Arturo Perez Reverte.

In questa cesura, in questo cambio c’è una sola certezza: la tecnica deve tornare ad essere subordinata alla politica. Per uscire dal campo delle metafore non vi è dubbio che nelle democrazie il popolo sceglie i suoi rappresentanti e questi determinano le linee politiche in accordo con il mandato popolare. La tecnica e la burocrazia mettono in pratica le azioni necessarie a raggiungere gli obiettivi che la politica fissa. E se non lo fanno? Se non lo fanno vanno a casa perché vengono meno ai loro doveri o vengono trasferiti ad altri, meno onerosi, incarichi.
Sembra un concetto semplice, quasi banale ma la fuga vigliacca della politica culminata nella Legge Bassanini e nella riformulazione dell’immunità parlamentare, avvenuta con L. Cost. 3/1993 modificando l’originario Art.68 della Costituzione, hanno contribuito a renderlo un’eresia. Certe scelte hanno costruito un sistema in cui pubblici funzionari, autonominatisi “ottimati” (pur avendo fra per proprie fila almeno per la statistica la stessa percentuale di imbecilli, disonesti, raccomandati, geni, eroi ed onesti di ogni altra categoria), dai ruoli dell’Ordine Giudiziario e della burocrazia di ogni grado hanno pensato di potere e dover guidare il Paese travalicando sistematicamente i propri ruoli. L’Unione Europea, peraltro, ha giocato un ruolo fondamentale nel costruire una visione della gestione della cosa pubblica in cui la politica risulta servente rispetto a mercati, tecnici, lobbies e apparati vari. D’altronde non può sorprendere che un mostro burocratico (qualcuno la chiama EURSS non a caso), la cui stessa struttura impedisce l’esistenza di una connessione fra popolo e governanti ed in cui l’ unico organo eletto direttamene (il Parlamento europeo) è quello che conta meno nel sistema di potere che la governa (non potrebbe essere diversamente essendo lo stato nazionale l’unico contenitore in cui può esplicarsi pienamente il processo democratico), sia il primo motore immobile di un “moloch” di tecnocrati che pensa di sostenersi eterno ed immutabile, all’occorrenza anche contro il consenso dei popoli e qualche volta persino contro la realtà.

Se esiste una vera “missione” che investe le prime propaggini di ciò che domani potrebbe essere la politica che governerà un “mondo nuovo”, che non sia l’allucinante utopia di “A brave new world” di Huxley o dell’orwelliano “1984” in cui sistemi di produzione od elite tendano soltanto alla conservazione di se stesse, è proprio riequilibrare il sistema: ritrasferire nelle mani degli eletti dal popolo i poteri di governo del Paese. E’ prioritario infatti rimettere il timone della nave nelle mani degli unici legittimati dal voto e su cui ogni 5 anni gli elettori tutti possono esercitare un potere di controllo nella forma del consenso concesso o negato sottraendolo a tecnici, burocrati, comitati d’affari, mercati, C.d.A., organizzazioni sovranazionali e diktat di paesi stranieri che da anni impongono piloti automatici alle nazioni. Il resto verrà.
L’alternativa è il fallimento, un colpo durissimo e forse mortale al concetto stesso di democrazia, alla lotta per la Sovranità dei popoli. O sarà governo del “Popolo Sovrano” o il perpetuarsi del governo della tecnocrazia (e quindi della finanza globale) che abbiamo visto all’opera già da tempo e del cui avanzare Giorgio Gaber aveva dato un’immagine eloquente già nel 1972.

“Ora si muovono più in fretta
hanno moltissimi alleati
hanno occupato anche la Rai
le grandi industrie gli operai
anche le scuole e i sindacati

Ora si tolgono i mantelli
son già sicuri di aver vinto
anche le maschere van giù
ormai non ne han bisogno più
son già seduti in parlamento

Ora si possono vedere
sono una razza superiore
sono bellissimi e hitleriani
chi sono chi sono
sono i tecnocrati italiani

Ein zwei ein zwei
Alles kaputt”

(Giorgio Gaber – La presa del potere)

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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