Caso Deutsche Bank, la Germania trema

La Germania solida, il gigante economico da imitare, perché là non c’è corruzione, non esiste più. L’immagine di Deutsche Bank è nella polvere: la più grande banca tedesca è stata oggetto di una perquisizione che ha impegnato 170 tra funzionari della Procura, dell’Ufficio criminale federale (BKA), specialisti in reati finanziari e polizia e ha riguardato sei edifici in tre sedi, quelle Francoforte, Eschborn e Gross-Umstadt. L’accusa è di quelle gravi: riciclaggio.

Le indagini della procura di Francoforte si concentrano al momento su due funzionari di banca “non ancora identificati”. Secondo i dati acquisiti tramite l’inchiesta Panama Papers e Offshore-Leaks, l’istituto di Francoforte avrebbe aiutato i clienti a creare società offshore nei paradisi fiscali dove parcheggiare i soldi e poi, in un secondo momento, li avrebbe agevolati nel trasferire i soldi su conti della Deutsche Bank senza segnalare il sospetto di riciclaggio, come la legge tedesca avrebbe richiesto. Attraverso una società con sede nelle Isole Vergini britanniche, solo nel 2016, sarebbero stati assistiti oltre 900 clienti, per un volume di affari di 311 milioni di euro.

Il BKA ha aperto un’indagine per sospetto riciclaggio di Deutsche Bank già nel 2017, sulla base dei documenti a cui è stato possibile accedere tramite i Panama Papers, secondo quanto riferisce Faz. “Stiamo collaborando a pieno con le autorità” rende noto un comunicato della banca, che specifica: “Le indagini hanno a che fare con i Panama Papers”, il famigerato fascicolo composto da oltre 11,5 milioni di documenti della Mossack-Fonseca da cui è originata un’inchiesta giornalistica di grande portata.

Deutsche Bank fatica a liberarsi dal peso del suo passato e il caso Panama Papers si riaccende proprio mentre i riflettori su un’altra inchiesta importante, quella su Danske Bank, non sono ancora spenti. Nel caso della banca danese, Deutsche Bank è finita sotto osservazione degli investigatori per aver svolto la funzione di “banca corrispondente” dei danesi dal 2015. Secondo gli inquirenti sarebbero transitati 150 miliardi di euro sospetti. Nonostante i tanti tentativi di tirarsi fuori dalle pastoie, negli ultimi sei anni, cioè dall’addio del CEO svizzero Josef Ackermann, l’istituto di Francoforte ha cambiato dirigenza quattro volte e ancora adesso non può dire di avere il peggio alle spalle.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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