Ecco come ci hanno fregato la sovranità ed ecco come riprendercela

Ormai lo sanno anche i sassi. L’Italia è stata desovranizzata. Ci sono state tolte la sovranità politica, economica e monetaria. Non possiamo più decidere il nostro destino. La Repubblica è stata trasformata in un’azienda che deve fare profitto (avanzo) o al peggio deve pareggiare il conti. Così per garantire i diritti sociali (pochi) e una vita dignitosa ai propri cittadini (poca), deve – deve! – fare i conti con il proprio bilancio, come una qualsiasi impresa, ovvero secondo il leit motiv che va di moda oggi, come una famiglia. La moneta, che non emette (più) lo Stato ma un organo terzo politicamente deresponsabilizzato, è stata resa appositamente scarsa. Dunque lo Stato ha solo due vie per ottenerla: emettere titoli del debito pubblico, che però devono essere piazzati sul mercato ai prezzi che decide il mercato, il quale – beninteso – li decide in base ai tagli, alla demolizione dello Stato sociale e al grado di precarietà lavorativa che lo Stato riesce a imporre alla società; oppure attraverso l’esazione fiscale, e cioè quelle che volgarmente vengono definite “tasse”.

E’ vero, non sono il primo a dirlo (e certo non sarò l’ultimo), ma questa è la dura realtà chiamata ideologia neoliberista od ordoliberista di matrice tedesca. Un’ideologia che noi viviamo da qualche decennio. Un’ideologia il cui scopo è la demolizione degli Stati nazionali per sintetizzarli in un macro-stato, dominato politicamente da una classe elitaria espressione del capitalismo finanziario, dove non esiste un’identità nazionale forte, ma più identità, annacquate e affogate nella mitologia del multiculturalismo. Il cuore di questa ideologia è il mercato, e il suo dio è il profitto. Dunque, l’obiettivo è la demolizione delle identità nazionali, per atomizzare i popoli e renderli massa, e cioè una somma di individui preposti al consumo e al lavoro sfruttato e sottopagato. I diritti sociali vengono fortemente ridimensionati per non ostacolare il conseguimento del profitto e il gretto individualismo viene elevato a valore e diritto civile meritevole di tutela legale, in parte per distrarre e in parte perché più sono forti i diritti cosmetici (i cosiddetti civili), minore è la necessità di rivendicare i diritti sociali.

Esiste una fase intermedia, nella quale una nazione dominante, nel contesto sovranazionale, espande la propria influenza sulle nazioni vicine (neonazionalismo), indebolendole e creando i presupposti per una sottomissione politica ed economica utile allo scopo. Il macro-stato, infatti, necessita di una classe elitaria in grado di gestire il processo e di governare i popoli, e dunque è necessario che esista una nazione che si assuma questo compito, inseguendo obiettivi imperialistici.

La domanda però è un’altra: come diamine ci siamo arrivati? Come è stato possibile metterci la corda al collo volontariamente? Beh, la risposta è evidente: ci hanno raccontato un sogno, ci hanno delineato un miraggio, ci hanno prospettato un futuro radioso, pieno di speranza, progresso e pace. In altre parole ci hanno ingannato con le parole, a cui non sono seguiti (ne mai avrebbero potuto seguire) i fatti. E quelli seguiti sono stati di tutt’altro tenore.

Ma, del resto, potevamo immaginarlo. Il processo di desovranizzazione è iniziato in tempi non sospetti, quando la nostra sovranità era piena e indiscutibile. Già se ne parlò, per la verità, a livello accademico e politico negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale (compresa la sede costituente). Ma erano i tempi della ricostruzione e l’ebrezza della fine di una dittatura e di una guerra sanguinosa, rendeva i politici dell’epoca arditi e fantasiosi sul futuro. L’idea di una nazione europea, i cosiddetti Stati Uniti d’Europa, era infatti una visione che affascinava, soprattutto – guarda caso – i liberisti che guardavano agli Stati Uniti; un po’ meno i socialisti e i comunisti, che invece vedevano con sospetto – come frutto della strategia imperialista americana – il progetto che avrebbe comportato inevitabili cessioni di sovranità (leggere a tal proposito, Lelio Basso).

Le prime avvisaglie si ebbero però molto dopo, e cioè verso la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, con una giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea orientata verso l’affermazione della primazia del diritto comunitario e la Corte Costituzionale italiana che in un primo tempo cercava di arginare i tentativi desovranizzanti dei giudici europei e che poi cedeva, riconoscendo che effettivamente i regolamenti europei potevano comportare una disapplicazione del diritto interno (ex vincolo esterno). Da qui in avanti, il processo di desovranizzazione – fatto abilmente passare per limitazione della sovranità ex-art. 11 Cost. – sarebbe stato tutto in discesa, complice i trattati comunitari, complice il divorzio tra Bankitalia e Tesoro, complice lo SME e complice – nel 1989 – il crollo del muro di Berlino e del comunismo, la fine della guerra fredda, e soprattutto la riunificazione tedesca; eventi tutti che hanno fatto da premessa storico-politica-economica all’Unione Europea e alla sua famigerata moneta.

Come uscirne? Non è una domanda semplice questa. E la mia, chiaramente, non vuole essere una risposta tecnica, anche perché per uscire dall’euro non esiste alcuna exit procedure normata. Esiste solo per l’uscita dall’Unione Europea (art. 50 TUE). Vero è però che esiste un’indubbia legittimità costituzionale a un’uscita unilaterale sia dall’euro e sia dall’Europa. La sovranità infatti non può essere in alcun modo intaccata dalle norme esterne, e se oggi ciò viene riconosciuto “possibile”, è perché esiste e resiste una volontà politica in tal senso. Ma la nostra Carta, in alcun modo e per alcun motivo, prevede cessioni di sovranità ad altri Stati o strutture sovranazionali. Sicché nessun impegno internazionale è talmente vincolante da rendere la cessione costituzionalmente legittima e un’eventuale riappropriazione di quella erratamente ceduta, illegittima.

Questo cosa significa? Semplicemente che rimanere o uscire dall’Euro(pa) è solo una questione di volontà e determinazione politica. Qualsiasi altra ragione cede davanti a questa evidenza.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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