Ecco perché l’Europa è la prima vittima dell’Unione europea

Quanti militanti, a Destra, agli albori della loro militanza politica, si sono ritrovati in qualche manifestazione a cantare “Svegliati Europa è l’ora di marciar/la reazione in campo a sgominar…”? Quanti altri si sono ferventemente appassionati leggendo le struggenti profezie di Drieu La Rochelle sull’Europa? Quanti altri ancora hanno applaudito Almirante che replicava all’Eurocomunismo berligueriano vagheggiando l’Idea di un’Europa delle Nazioni e delle Patrie? Quanta soddisfazione abbiamo provato nel leggere “Memoria ed Identità” di Giovanni Paolo II scoprendo che il tema della Nazione non esclude, né è incompatibile con quello dell’Europa?

Ebbene in questi anni, presi dall’urgenza di difendere la sovranità nazionale e popolare dall’oppressione di un’Europa delle burocrazie e della tecnocrazia, abbiamo del tutto abbandonato la riflessione sull’Europa e sul modo di coniugare l’idea di Europa, che è propria del nostro retaggio culturale e ideale, con quella della difesa della sovranità nazionale e popolare.

Un gruppo di grandi intellettuali europei, che per comodità di comunicazione, potremmo definire “conservatori” e che hanno fondato il così detto “Gruppo Vanenburg” ha redatto e pubblicato un manifesto di 36 punti dal titolo.  “Un’Europa in cui possiamo credere”. Ne fanno parte alcuni notevoli pensatori europei contemporanei come il filosofo ed antropologo francese Rémi Brague, il filosofo conservatore britannico Sir Roger Scruton, il pensatore tedesco Robert Spaemann, il politologo francese Philippe Bénéton.

Essi partono dalla considerazione che “l’Europa in tutta la sua ricchezza e la sua grandezza è minacciata da un falso concetto di se stessa. Questa Europa falsa immagina di essere il compimento della nostra civiltà, ma in verità ha usurpato la nostra casa. Fa appello alle esagerazioni e alle distorsioni delle autentiche virtù dell’Europa mentre è cieca di fronte ai propri vizi (…) i patron della falsa Europa sono stregati dalla superstizione dell’inevitabilità del progresso”.

Passano poi a descrivere “l’Europa vera”, quella che non ripudia le radici cristiane e che trae ispirazione dalla tradizione classica. “Le virtù profonde degli austeri romani e l’orgoglio dei greci nella partecipazione alla vita della città, come pure il loro spirito d’indagine filosofica, non sono mai stati dimenticati dall’Europa vera. Anche queste eredità sono nostre.” L’Europa vera non ripudia le Nazioni ma da esse trae linfa vitale e forza cultural-identitaria. “L’Europa vera è una comunità di nazioni. Abbiamo lingue e confini diversi: eppure ci siamo sempre riconosciuti reciprocamente affini, anche quando siamo arrivati ai ferri corti o persino alla guerra. A noi questa unità nella diversità sembra naturale (…) Quando gli Stati-Nazione dell’Europa sono divenuti più forti e meglio distinti l’uno dall’altro, l’identità europea comune si è rafforzata.”

Questa Europa vera è stata messa in crisi da un disegno colonizzatore che intende fare dell’Europa (attraverso la forma dell’Unione Europea) l’avanguardia di un mondo interamente globalizzato e multiculturalizzato: “Legittimati da presunte necessità economiche o attraverso l’elaborazione autonoma di una nuova legislazione internazionale sui diritti umani, i mandarini sovranazionali delle istituzioni comunitarie dell’Unione Europea avocano a sé la vita politica dell’Europa, dando a tutte le questioni sempre risposte tecnocratiche del tipo “non vi è alternativa”. Questa è la tirannia “morbida” ma sempre più concreta, che noi abbiamo oggi di fronte”.

Ora però questo disegno inizia ad essere smascherato e l’arroganza di questa falsa Europa diventa sempre più evidente unitamente all’emergere di una sua debolezza strutturale che procede in parallelo con l’infiacchimento antropologico dell’uomo europeo: “I divertimenti popolari e il consumo materiale non alimentano la vita civica. Depauperate dei più alti ideali e impedite dall’ideologia multiculturalistica di esprimere il loro orgoglio patriottico, le nostre società trovano ora raramente la volontà di difendersi. In più non saranno certamente la retorica dell’inclusione o l’impersonalità di un sistema economico dominato da gigantesche multinazionali a ridare vigore al senso civico e alla coesione sociale”.

Nello spazio necessariamente limitato di questa recensione non vi è la possibilità di ripercorrere uno per uno tutti i punti del “manifesto”. E’ un documento di notevole interesse, del quale vi consigliamo la lettura cercandolo su Internet oppure leggendolo dal n. 20 della Rivista di Studi Conservatori “Cultura ed Identità” (www.culturaeidentita.org).

Rappresenta un mirabile e argomentato appello a recuperare questa nobile idea, a non rassegnarci alla sua definitiva riconversione in senso tecnocratico e globalista: “Ma il futuro dell’Europa riposa sulla rinnovata lealtà verso le sue tradizioni migliori, non su un universalismo spurio, che esige la perdita della memoria e il ripudio di sé. L’Europa non è iniziata con l’Illuminismo”.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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