Formatori e formati: la democrazia del sergente Hartman

Qualche giorno fa, su twitter, Ludivine Richecoeur, Delegata dall’UPR per la zona Mediterranea segnalava questo: https://twitter.com/Richecoeur_L/status/1057558635654590464?s=19.

Alcuni utenti lo hanno rilanciato aggiungendo osservazioni che vanno ben oltre il problema di un libro e del suo contenuto. Lo hanno commentato discutendo di un processo molto più ampio che, de facto, è la vera questione in essere ovvero la costruzione di un “frame”, un concetto forte che si impianta nei valori dei cittadini. «Una volta creato il frame – spiega in un suo scritto un esperto come Marcello Foa – tutto quello che rientra nella cornice rafforza la mia visione del mondo. Le notizie, anche vere, che escono da questa cornice, tendo automaticamente ad essere scartate».

Per questo del tweet in se parleremo più avanti in quanto preliminarmente occorre capire con cosa, realmente, abbiamo a che fare. Quello di cui parliamo è infatti un tentativo di rafforzare (il frame è in costruzione ormai da molto tempo, più di quanto si può intuire ad una prima occhiata) la definizione di Bene per tutto ciò che la cornice racchiude, nel caso di specie la trasformazione da italiani in europee e con essa il progresso, l’uomo-atomo senza legami, apolide, consumatore globale e di identificare come Male tutto ciò che da quel frame è fuori o addirittura lo nega (la tradizione, le identità locali e nazionali, le culture, la “Persona Umana” con la sua complessità ed il suo legame con il trascendente). Un tassello, insomma, di quella lotta fra “Comunitari e Liberal” che già negli anni ’90 Marcello Veneziani identificava come la nuova frontiera dello scontro politico globale. I concetti di patria e famiglia, l’uomo persona multidimensionale fatto di rapporti e legami affettivi, di cultura e di vincoli forti, l’uomo inserito nella storia e nella geografia dei suoi luoghi di appartenenza (che della storia e della cultura di un essere umano sono tratto costitutivo e testimonianza) sono infatti per i chierici della globalizzazione un nemico. Di più, Il Nemico. Sono l’avversario che il processo della globalizzazione mira a mutare nella sua essenza o ad abbattere.

In questa battaglia, lo ricorda spesso Diego Fusaro che riprende peraltro il caso del testo citato da Ludivine Richecoeur nel suo blog (https://www.diegofusaro.com/trasformare-un-bambino-italiano-un-bambino-europeo-le-nuove-direttive/), la distruzione della lingua è tappa importante. Non una scaramuccia ma un obiettivo intermedio strategico di questa guerra alle identità finalizzata a modellare “A Brave New World” (A. Huxley). Non è certo una novità recente il processo di annichilimento ed assimilazione del colonizzato attraverso la lingua del colonizzatore, imposta prima come obbligatoria negli affari e negli atti ufficiali (senza troppa ginnastica storica, provate a presentare un progetto per un programma di finanziamento alla Commissione Europea in lingua italiana, che è una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea, e avrete chiaro il concetto) e poi come unica lingua consentita ed insegnata. E’ infatti strumento di dominazione antico.

Un salto di livello dal punto di vista degli obiettivi e dei metodi lo descrive però Orwell, già nel 1948, nel suo romanzo “1984” dove da vita alla “neolingua”, un costrutto lessicale costantemente aggiornato dal “Grande Fratello”, che mira non solo e non tanto a cancellare identità ma addirittura gli stessi comportamenti sgraditi al Partito, cancellando alcuni concetti attraverso l’eliminazione dei termini atti a definirli.

Alcuni passi contenuti in “1984” tratti dal dialogo fra Syme, il filologo specialista in “neolingua”, ed il protagonista del romanzo, Winston, rendono chiaro, seppur nella forma iperbolica adatta alla trama del libro di Orwell, il concetto: «Stiamo dando alla lingua la sua forma finale, quella che avrà quando sarà l’unica a essere usata. Quando avremo finito, la gente come te dovrà impararla da capo. Tu credi, immagino, che il nostro compito principale consista nell’inventare nuove parole. Neanche per idea! Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno, stiamo riducendo il linguaggio all’osso. […] Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere. Ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà stato rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno stati cancellati e dimenticati. [..] A ogni nuovo anno, una diminuzione nel numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza. Anche ora, ovviamente, non esiste nulla che possa spiegare o scusare lo psicoreato. Tutto ciò che si richiede è l’autodisciplina, il controllo della realtà, ma alla fine del processo non ci sarà bisogno neanche di questo. La Rivolu-zione trionferà quando la lingua avrà raggiunto la perfezione. […]Anche la letteratura del Partito cambierà, anche gli slogan cambieranno. Si potrà mai avere uno slogan come “La libertà è schiavitù”, quando il concetto stesso di libertà sarà stato abolito? Sarà diverso anche tutto ciò che si accompagna all’attività del pensiero. In effetti il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa.»  Cancellare dunque i termini per impedire l’espressione efficace dei concetti stessi e con essi anche il semplice pensiero dell’alternativa. Geniale se ci pensate. Ma se costruite il concetto arricchendolo ed aggiungendogli concetti come, lingua e identità e tradizione, avrete qualcosa di molto più concreto e meno originale, direi frequente nella storia delle colonizzazioni: cancellare le lingue per cancellare identità e tradizioni, cancellare identità e tradizioni per cancellare ogni alternativa a quello che è il mondo del colonizzatore. E cosa è in fondo la “globalizzazione” se non la colonizzazione da parte della finanza apolide e dei mercati di Città, Regioni e Nazioni?

Ecco, quella che abbiamo davanti oggi non è una novità o un film di fantascienza ma una prassi con radici antiche e declinazioni sempre più raffinate e recenti. È una guerra di colonizzazione da parte della globalizzazione e della sua propaggine continentale, l’UE (organizzazione che nulla ha a che fare con il concetto di politico di Europa e molto con il concetto finanziario di “società controllata”), che mira alla trasformazione di un’eresia in ortodossia, in dogma. Un dogma in cui si da per assodata e normale l’innaturale imposizione della trasformazione di un animale sociale e multidimensionale come l’uomo in una somma di individui sciolti da ogni vincolo comunitario, in esseri a-sociali e mutevoli, persino nel genere, pronti a migrare seguendo i capricci de “I Mercati”.

E qui possiamo tornare al contenuto del tweet citato ma con un quadro generale più chiaro che trasforma uno scambio di “cinguettii” su un libro per formatori in questione ben più importante: quale miglior modo di imporre i cambiamenti di cui sopra se non i sistemi di istruzione (trasformati così in perfetti sistemi di #distruzione)?

Le immagini contenute nel tweet sono infatti tratte da «Le sfide di Babele. Insegnare le lingue nelle società complesse», libro del Prof. Paolo E. Balboni.

Un libro di formazione per insegnanti di lingue (L2) in cui peraltro, ove servisse conferma del reale terreno su cui si gioca la partita, si esplicita come la scelta dell’insegnamento precoce delle lingue straniere sia prima di tutto “progetto politico” prima ancora che una scelta dettata da ragioni psicologiche e psicolinguistiche legate all’insegnamento.

Così si legge nel testo: “La dimensione politica merita la priorità: la polis in cui vivranno i bambini che oggi entrano nella scuola dell’infanzia non sarà più l’Italia ma l’unione europea. E da europei, non da italiani (e ancor meno da veneti o Campani o sardi) essi dovranno vedersela con la globalizzazione delle merci, dei servizi, delle persone – cioè dei loro diritti, dei loro doveri, delle loro lingue.

[…] trasformare un bambino italiano in un bambino europeo è possibile se si inizia il processo per tempo due punti l’identità sociale, infatti, si forma prima dei 10 anni di età e se vogliamo che un bambino cresca sentendosi (potenzialmente) bilingue anziché legato ad una lingua (che poi vuol dire una cultura, spesso anche un etnia, con tutti i rischi che ne derivano), allora la ragione primaria per l’accostamento precocissimo la lingua straniera e politica.
Parole impressionanti che ricordano per toni ed termini, per l’idea di costruire politicamente attraverso un indottrinamento dei bambini gli uomini di domani, modelli scientifici e politici di cui, onestamente, non sentiamo la nostalgia.

https://twitter.com/AlbertoBagnai/status/1057628475262025728

 

E’ importante però ribadire un concetto: non è un saggio in edicola alla ricerca di lettori o un ponderoso tomo per addetti ai lavori in cerca di un editore ma un libro per aspiranti formatori che è libro di testo per percorsi ed argomenti su cui si viene valutati in esami fondamentali per diventarlo, dei formatori. Uno di quei libri che si danno nei programmi di studio trasformando quindi per i discenti, come dicevamo, un’eresia (o se vogliamo anche limitarci definiamola un’opinione, un’idea del mondo eminentemente politica) in ortodossia, nell’unica opinione riconosciuta vera da chi quei corsi tiene e giudica e che quindi diventa Verità.

Si mira, quale che sia la volontà e la consapevolezza del “braccio” che scrive, a de-formare i formatori ed i loro formati: non già individui con idee diverse, menti critiche con l’obiettivo di educare ed istruire ma bensì strumenti utili a progetti politici (peraltro antinazionali, quindi anti italiani nel caso specifico) per formare testimonial di come la cancellazione dell’identità dell’individuo, come persona legata alla propria terra, alla propria cultura ed alle proprie tradizioni sia Bene. Insomma un progetto, che nulla ha da invidiare alle utopie descritte da Orwell ed Huxley, volto a creare perfetti cittadini di “A Brave New World” il cui unico legame è la produzione e il dogma finale, il Dio a cui sacrificare gli uomini è il “saggio di profitto”.

A noi tocca contrapporre a questa guerra “di sterminio” la difesa di lingua ed identità, portare avanti una guerra “di libertà”. O siamo consapevoli che questa è una postazione chiave per chi difende l’Uomo oppure saremo sconfitti, l’Uomo sarà sconfitto: un congiuntivo al giorno, un idioma alla volta sino a che, la perdita dei significanti non diverrà perdita dei significati. Persa questa battaglia, come dicevamo, saremo un passo avanti nella trasformazione in perfetti ingranaggi del Mercato Globale, un immenso serbatoio di vittime sacrificali sugli altari del profitto. Monadi che non conteranno più nulla nei processi che dirigono il mondo e le nostre vite, a prescindere da quale vuoto simulacro di democrazia ci venga lasciato come “placebo”. Insomma, sarà pienamente realizzata la democrazia del Sergente Maggiore Hartman che in “Full Metal Jacket” così arringava le reclute: “Io sono un duro però sono giusto! Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani! Qui vige l’eguaglianza: non conta un cazzo nessuno!”

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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