La marcia di Macron è al capolinea

Non ho mai avuto in grande simpatia i francesi. Del resto, è grazie a loro se oggi siamo, per l’ennesima volta, nei pasticci, imbrigliati in una moneta che avvantaggia solo i tedeschi. Non possiamo infatti dimenticare – e ce lo ricorda Paolo Becchi in Italia Sovrana (pag. 124 e ss.) – che sono stati i francesi, temendo una «marginalizzazione nel contesto geopolitico europeo», a voler imbrigliare i tedeschi in un’unione economica, che beffardamente, alla fine ha avvantaggio soprattutto loro. L’euro, del resto, cosa è se non un marco debole (per loro) e una lira forte (per noi)?

Eppure, in questi giorni, i cugini, mi hanno sorpreso favorevolmente, perché hanno compreso che il “figlioccio” delle élite tecnocratiche, al secolo Emmanuel Macron, non è la speranza e il futuro dei francesi, ma è esattamente l’opposto: è la loro condanna e il loro declino. E non ci hanno messo molto a capirlo: appena poco più di un anno. Pensavano di aver fatto un grande affare nello sbarrare la strada a Marine Lepen (che oggi si prende una grande rivincita morale), e invece non si erano accorti che stavano semplicemente spianando la strada a chi – con poco più del 40% dei voti – intendeva semplicemente neutralizzare l’avvento del populismo in Francia, senza cambiare di una virgola la condizione economica, sociale e politica dei francesi.

Questa è la realtà. Le politiche neoliberiste macroniane, una evidente sterilità in politica estera (Sarkozy, al confronto, è stato un gigante), nonché la sempre più lampante subalternità della Francia alla Germania (altro non è l’asse franco-tedesco), in poco più di un anno hanno fatto emergere un presidente debole con i forti e forte con i deboli. L’ondata dei gilet jaunes (gilet gialli), al di là della motivazione ufficiale (l’aumento del prezzo del carburante), ha, in questo senso, radici in un malessere ben più profondo, che l’inquilino dell’Eliseo non sembra obiettivamente in grado di comprendere né certo di sedare con il dialogo e il confronto. Del resto – e lo si ribadisce – la sua elezione aveva (solo) uno scopo: tenere la Francia ancorata saldamente al progetto mondialista, tutelare il potere della tecnocrazia europea e neutralizzare così il populismo lepenista, e dunque il possibile pericolo per il crollo dell’Unione Europea.

I francesi però hanno capito in fretta. Al contrario degli italiani, che hanno compreso solo dopo molti anni (e non sono sicuro fino a quanto), i cuginetti hanno inondato le piazze con i loro gilet, evocando una rivoluzione che non solo non è mai stata dimenticata, ma che oggi appare ancor più attuale, poiché l’aristocrazia opulenta e arrogante di ieri, nel nostro tempo è stata abilmente sostituita dalla tecnocrazia del capitale finanziario. E a poco è valso (e vale) il tentativo di creare acredine tra i gilet gialli e le masse di immigrati che da decenni vivono in Francia, rendendo il paese di Giovanna d’Arco il più grande avamposto arabo-africano in occidente. Bisogna infatti ricordare che i gilet gialli sono gli eredi di quel popolo francese incazzato che ha raso al suolo una monarchia secolare, che ha alzato al cielo i forconi, ha espugnato la Bastiglia e ha portato le idee di libertà in mezzo mondo.

La verità è che davanti al malessere economico e sociale dei francesi e davanti a un’ondata umana che non accetta più di essere presa in giro da una classe politica sempre più insofferente ai processi democratici e ai responsi elettorali avversi – liquidati velocemente come fascisti e populisti, o come il prodotto di un voto non consapevole, e peggio ancora inquinato dalle fake news – la vittoria di Macron di un anno fa risplende in tutta la sua fulgida bellezza come la più grande vittoria di Pirro del mondialismo e dell’eurocrazia. Si illudevano che il populismo fosse stato fermato, e che la guerra fosse stata vinta. E si sbagliavano, come si erano sbagliati i nobili annoiati nella reggia di Versailles.

La marcia di Macron e del suo rivoluzionismo posticcio è arrivato al capolinea perché ha mostrato il suo vero volto. Qualunque cosa accada da qui in avanti, il presidente francese, sempre più isolato e sempre più in basso nella classifica del consenso e del gradimento (l’ultimo dato lo dava al 25%), è politicamente finito. Una vittoria morale per la Lepen e il populismo, che forse molto presto potrà trasformarsi in una vittoria elettorale. E allora per la tenuta della sovrastruttura eurocratica a trazione tedesca non scommetterò più un soldo bucato.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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