La mia famiglia, Fredy Pacini e i diritti di Abele

Un uomo, dopo essere stato derubato 38 volte ed aver deciso di dormire in azienda per difendere il luogo in cui si guadagnava il pane ha reagito sparando all’ennesimo delinquente che si era introdotto “a casa sua”, ammazzando uno di coloro che avevano violato non solo la sua proprietà ma l’intimità stessa frugando fra le sue cose (si, anche sul lavoro c’è un pezzo di noi perché non siamo macchine), il suo presente ed il suo futuro stesso rubando quello che magari doveva ancora finire di pagare.

Per questo Fredy Pacini (questo è il nome del cinquantasettenne che ha sparato), che già da anni denunciava pubblicamente di essere costretto a dormire in azienda per timore di perdere tutto a causa dei continui furti, sarà sotto indagine.

Mentre leggo questa notizia mi torna in mente Mio padre che durante gli anni del suo lavoro ha subito 13 rapine. Ogni volta che tornava, dopo una di queste, il sorriso che faceva raccontandolo per tranquillizzare mia madre, era un po’ più tirato.

Sempre più tirato man mano che gli anni avanzavano e che quella triste “abitudine” si riproponeva.
Lo ricordo tornato a casa, dopo una delle ultime, bianco come un cencio. Il sorriso non c’era più.
Solo dopo qualche anno mi raccontò che, quella volta, il “tossico” che gli aveva puntato la pistola alla tempia tremava come una foglia e innervosito dal tempo perso nell’aprire la cassa aveva “scarrellato” per mettere il colpo in canna e… una pallottola già in canna era saltata cadendo per terra togliendo così a mio padre ogni dubbio fra arma vera e giocattolo e dimostrando che il rapinatore armeggiava confusamente con un’arma carica.

13 rapine, quello che chi lavora alzando una saracinesca subisce regolarmente. Mio padre non era un’eccezione. Una o due l’anno i più fortunati. Peggio altri.

La maggior parte di chi le subisce non le denuncia nemmeno, inutile nella stragrande maggioranza dei casi e pure pericoloso le pochissime volte in cui ladri e rapinatori vengono trovati. Tornano ridendoti in faccia pochi giorni dopo per ricordarti che sanno chi sei e che tu, ogni giorno, dovrai dare la schiena alla strada mentre alzi la saracinesca…

Ma non è solo ciò che accade sul lavoro il tema, infatti a quei sorrisi tirati di mio padre si sovrappone nei ricordi il suo viso che si rabbuiava mentre girava le chiavi nella serratura della porta di casa, “Non ci sono mandate…” e la domanda di mia madre:

“Tommaso , hai chiuso dando più mandate? Sei sicuro?

Si Caterina, sicurissimo. Suona ai vicini, entrate lì”.

Il viso spaventato di mia madre, anche quello mi ricordo troppo bene, che metteva al sicuro me e mia sorella Viviana bambini mentre mio padre, armato di un bastone preso in prestito (che avrebbe usato se avesse trovato qualcuno ancora dentro, ne sono certo, e magari avremmo letto il suo nome nella cronaca giudiziaria per “eccesso di legittima difesa”), entrava sperando che la memoria avesse giocato loro un brutto scherzo, di trovare tutto a posto.

Non entrare da solo. E se c’è ancora qualcuno?

Avevamo paura, tutti. Anche mio padre. La memoria non aveva giocato scherzi: la nostra casa era stata svaligiata, violata e messa a soqquadro come le nostre vite.

E in ultimo il ricordo di mia madre richiama alla memoria mio nonno Raffaele. Un uomo profondamente buono e mite e la catena dei ricordi me lo restituisce mentre raccontava, quasi piangendo per il senso di impotenza e per “vergogna”, con i lividi ancora evidenti sul corpo. Raccontava come la sua Rosetta, mia nonna, chiedesse aiuto e si lamentasse per il dolore e che lui per terra, in vecchiaia ormai quasi cieco, ringraziava chi gli porgeva il braccio per aiutarlo… scambiando per cortesia l’ultimo oltraggio del delinquente che invece, dopo aver rotto il femore a mia nonna scippandola, era tornato indietro per rubare a mio nonno, trascinato a terra con lei, anche l’orologio. Quella Domenica in cui, come sempre, due anziani signori innamorati dopo la Messa si concedevano il rito di comprare da mangiare fuori era diventata un incubo.

A scanso di equivoci: ho 46 anni, non 150, e non vivo nel sobborgo violento di una città mediorientale né in una favela brasiliana. Questo è il racconto di persone normali a confronto con la quotidiana esposizione al crimine, al sopruso. Numeri statistici che in realtà sono persone. Tutto a non più di qualche centinaio di metri dal centro della mia città, Palermo, che peraltro benché afflitta da grandi organizzazioni criminali non è mai stata nemmeno lontanamente ai primi posti delle classifiche quanto a microcriminalità.

Quindi quando penso a Pacini che magari dovrà affrontare un processo con le spese e le difficoltà connesse agli anni di giudizi ed appelli, udienze e testimonianze, che subirà quasi certamente una causa civile in cui un giudice potrebbe stabilire (è già accaduto) che il derubato, in questo mondo alla rovescia, debba risarcire i familiari del ladro magari decretandone così il fallimento con conseguente messa in vendita dei beni personali, della sua casa (anche questo non sarebbe un evento nuovo nella cronaca della difesa personale in Italia) mi dico: Io questo mondo alla rovescia non lo accetto.

Non sono un giurista e quindi il “come” tecnicamente non mi riguarda ma se entri in casa d’altri spaventando Antonio e Viviana bambini, se derubi Caterina, se togli il pane a chi se lo guadagna onestamente, se sbatti per terra Raffaele e Rosetta, se punti una pistola alla tempia di Tommaso e nel farlo muori ammazzato pietà vuole che tutti si pianga una vita che si spegne, umanità vuole che si compatisca la famiglia che perde un affetto ma, accertata la natura criminale dell’atto ed il fatto che la supposta “difesa” non sia magari l’agguato mascherato ad un nemico personale, l’unico risarcimento che dovrebbe poter essere richiesto è un’offerta in Chiesa per Messe in suffragio dell’anima di un peccatore: il ladro. La pena, per una persona perbene che spara a qualcun altro la fornisce già la sua coscienza, quella coscienza che sembra orribilmente muta in chi della prevaricazione e del crimine ha fatto un mestiere.

In questo paese, in cui gli appelli a non toccare Caino si sprecano, sarebbe ora che la politica si ricordasse che esistono anche i diritti di Abele fra i quali il diritto a difendersi da quel fratello tanto caro a certa “Asinistra”.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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