La vittoria di Jair Bolsonaro e il Sovranismo

Jair Bolsonaro ha indubbiamente idee neoliberiste. Quelle idee – per essere chiari – che propugnano la mitologia dello Stato-azienda o delle Stato-famiglia; e peggio, la discutibilissima idea secondo la quale se diminuisci la spesa pubblica, avrai un debito più basso e dunque, correlativamente, meno tasse (con buona pace di questa formula: Y(PIL)=C+I+G+(X-M)). Insomma, per farla breve, quella mitologia che asserisce che il debito pubblico grava sulle nuove generazioni nei termini di una somma a cranio.

Tuttavia, nonostante le idee neoliberiste, Bolsonaro rappresenta una formidabile rottura del sistema globalista e mondialista. Per meglio dire: spariglia i giochi di chi aspira alla creazione di un nuovo ordine mondiale (e che sia chiaro: a questa locuzione non sto dando un significato “complottista”, ma realista, nel senso di un sistema politico mondiale, il cui potere è concentrato in mano ai grandi capitali che lo gestiscono attraverso le sovrastrutture tecnocratiche).

La sua vittoria può, indubbiamente, far piacere da un punto di vista culturale, identitario e della tutela dei valori tradizionali. Certamente meno (per non dire nulla) da un punto di vista economico-sociale. Anche perché – vi svelo il segreto di pulcinella – tradizione e valori, quali famiglia, patria e identità – al netto di Bolsonaro e di chi crede il contrario – non vanno poi così d’accordo con liberismo e mercantilismo, i quali, invece, aspirano a una libera circolazione dei capitali e delle persone, e dunque a un sistema dove i legami famigliari, le identità nazionali e la realizzazione della persona umana sono messi in secondo piano (se non sono un ostacolo) rispetto al profitto che richiede scarsa coesione sociale, il consumo individualista e i flussi immigratori di massa per annacquare le identità nazionali e dunque gli Stati nazionali.

Per i sovranisti e in particolare per noi sovranisti identitari, quella di Bolsonaro non rappresenta una vittoria del sovranismo sul globalismo (e chi dice il contrario erra), ma nemmeno una sua sconfitta. Semplicemente esprime un sintomo chiaro e inequivocabile: il mondialismo arranca, arretra, e non è più in grado di condizionare le masse.

La realtà dunque è questa: non si può esultare per il risultato elettorale brasiliano. Ma non si può nemmeno deprecarlo o ritenerlo negativo tout court. La classe politica brasiliana precedente era pessima, mondialista, globalista e liberal, dunque più vicino per aspirazioni, obiettivi e istanze al mondialismo, all’eurismo e in generale a una visione del mondo nella quale le democrazie sono vuotate della loro sostanza e il potere politico viene concentrato per via finanziaria negli apparati sovranazionali, tecnocratici ed elitari. Un passo avanti è stato fatto. Seppure non nei termini a noi più congeniali.

By Antonio Cruz/Agência Brasil [CC BY 3.0 br], via Wikimedia Commons

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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