Non nascondiamoci dietro un dito. La manovra l’ha dettata l’Europa

Alla fine l’ondata sovranista si è rivelata un’ondina. C’è poco da fare. Eravamo partiti non bene, diciamo benino (ciò perché alcune caselle importanti del Governo – come l’Economia e gli Esteri – più che espressione del populismo gialloverde sono state espressione della continuità istituzionale europeista degli ultimi dieci anni) e siamo finiti a schifio, con una manovra finanziaria assolutamente insufficiente, inadeguata, dettataci da Bruxelles, pur con alcune lievi differenze rispetto al passato, che però non sono di sostanza.

Finirà dunque come è sempre finita negli anni passati. Con una legge di bilancio che il Parlamento dovrà limitarsi a respingere o ad approvare, e che probabilmente approverà, perché – spiacente per Borghi e Bagnai – salterà l’esame delle Commissioni e sarà sottoposta al giudizio dell’aula con il sigillo della “fiducia”. Dunque sarà un prendere o un lasciare a pacchetto chiuso. E scommetto che alla fine il Parlamento “sovrano” (il virgolettato non è casuale) approverà senza fiatare, perché l’alternativa è l’esercizio provvisorio e persino una crisi di governo.

Prima di ci rassegniamo, prima affrontiamo questa dura verità, e prima riusciremo a ritrovare il bandolo della matassa, dando atto che forse la traccia sovranista nel governo gialloverde non è poi così influente nelle dinamiche decisionali né lo era fin dall’inizio (Savona docet, benché Savona non sia propriamente un sovranista). Del resto, è lo stesso Barra Caracciolo, sottosegretario al Ministero per i rapporti con l’Europa, a suggerirlo in un recente tweet, quando, ammonendo sul fatto che da qui a maggio le fonti europee potrebbero cambiare in peggio, rendendo ancora più stringente la devoluzione sovrana alla sovrastruttura eurocratica, risponde a una domanda sul perché lui faccia questi appelli pubblici pur facendo parte del governo. «Perché è tutto ciò che posso fare», dice laconico.

Questa frase è la prova provata della debolezza estrema del fronte euroscettico nel governo. E non bastano certo le parole rassicuranti dei vari Borghi e Bagnai – in realtà gli unici, nella Lega, manifestamente sovranisti – a fugare i dubbi che l’ondata sovranista sia appunto un’ondina e che nel Governo, il “verbo” sia tenuto più che in disparte: emarginato del tutto.

Alcuni si consolano sul fatto che non è possibile ottenere tutto e subito, e che ci vuole pazienza perché forse alla fine c’è una strategia il cui filo porta alle elezioni europee di maggio e poi, dopo una crisi di Governo, alle elezioni politiche dove la Lega “sovranista” farà il pieno di voti. E questo potrebbe anche essere un ragionamento che può reggere, perché trent’anni di eurismo non si scardinano in pochi mesi e la Lega effettivamente veleggia oltre il 30% dei consensi (virtuali). Ma la questione non è solo legata all’Italexit, che oggettivamente è una strada allo stato impraticabile e che può essere vista solo in prospettiva, quanto piuttosto al repentino mutamento d’approccio che questo Governo ha avuto nei confronti dell’euroburocrazia. Partito come un bulldozer che avrebbe ridiscusso regole, minacciato veti e sovvertito l’arroganza franco-tedesca, è diventato via via una cinquecento, disposta a trattare con l’Europa sui decimali di deficit, e il tutto mentre Macron “l’europeista”, sotto i colpi dei gilet jaunes, decideva di sforare allegramente il deficit oltre il 3%.

Chiaramente le ragioni di questo cambio di rotta ci sono. E’ subentrata la “paura”. Paura dei mercati, paura dello spread, paura del venire “isolati” in Europa. Insomma, le paure che si instillano nella mente di chi è stato sequestrato per decenni e rinchiuso in uno scantinato: il mondo di fuori è pericoloso e minaccioso, e tu sei debole, brutto e solo. Se esci è finita. Rimani qui e sarai al sicuro. Poi, poco importa che quella “sicurezza” comprenda umiliazioni, privazioni e la prigionia.

I nostri si sono lasciati irretire, complice l’inesperienza o forse complice l’intenso lavorio di chi, dentro e fuori il paese, non vuole che la linea “prona” dell’Italia nei confronti dell’Europa franco-tedesca cambi. E così alla fine hanno ceduto e si sono messi intorno a un tavolo con Moscovici e Junker per decidere i destini del popolo italiano, testimoniando ancora una volta che la sovranità non appartiene al popolo italiano, che la esercita mediante il Parlamento, ma appartiene alla Commissione Europea, espressione di una ventina di Stati, molti dei quali diretti competitor economici e politici della Repubblica. L’idea che questo organismo – pesantemente influenzato dai tedeschi e dai francesi e dai loro alleati satellite – possa (o abbia potuto) davvero concordare una manovra nell’interesse degli italiani, è una bugia alla quale pensavamo che i gialloverdi non avrebbero mai creduto. E invece…

Mala tempora currunt…

Pubblicità

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi