Perché è giusto nazionalizzare i monopoli naturali

Secondo i liberisti incalliti – quelli che vorrebbero privatizzare anche l’aria che si respira nell’errata convinzione che un imprenditore la renderebbe più pura solo perché ne trarrebbe un profitto – nazionalizzare è brutto, bruttissimo; roba da statalisti. Alcuni di loro – caso mai accadesse – arrivano a paventare persino improbabili scenari venezuelani, e altri addirittura il ritorno del comunismo.

Chiariamo ancora una volta una evidente verità: collettivizzare l’economia, è un conto. In tal caso lo Stato diventa l’unico player economico che elimina quelli privati, diventando così il monopolista del mercato. Questo sistema – ed è sotto gli occhi di tutti – è stato sconfitto dalla Storia e difficilmente potrà mai tornare in auge.

Altra cosa però è la nazionalizzazione dei cosiddetti monopoli naturali, e cioè di quei monopoli che per la caratteristica dei beni e dei servizi offerti, non consentono la concorrenza di mercato (e che dunque rappresentano la negazione stessa del mercato); tali monopoli sovente si concretizzano in un servizio di interesse nazionale collettivo (infrastrutture, energia).

Ebbene, un player economico privato che detiene un monopolio naturale è una contraddizione logica ed economica che tradisce i principi fondamentali del liberalismo economico: non solo il privato monopolista consegue utili che non vengono del tutto reinvestiti nell’attività economica (poiché logicamente vanno ad arricchire il titolare dell’azienda che detiene il monopolio naturale), ma non avendo nemmeno concorrenti, non è interessato ad offrire il miglior servizio al minor prezzo, ma tenderà a offrire il minor servizio al maggior prezzo possibile: ciò per massimizzare il proprio margine di utile, che in assenza di concorrenza è già di per sé alto.

E non è finita qui. Il processo di “privatizzazione” dei monopoli naturali incentiva il fenomeno del cosiddetto “capitalismo di relazione”, e cioè di quel capitalismo fondato non su una sana concorrenza (assente del tutto), ma sui legami con il potere politico. Ed è quel fenomeno che, in alcuni casi, a fronte della privatizzazione dei profitti, nel caso di crisi, vede la socializzazione delle perdite, con un danno non indifferente per la collettività, che non gode dei benefici, ma si accolla inevitabilmente le perdite.

Proprio per queste ragioni, e per altre evidenti, i monopoli naturali dovrebbero essere controllati dallo Stato, e cioè nazionalizzati. Questo non è statalismo, ma è tutela dell’interesse collettivo. Lo Stato non è interessato a ottenere un profitto: dunque l’utile netto ottenuto dal monopolio naturale, viene giocoforza reinvestito totalmente nel servizio monopolista. Non essendoci un utile da ripartire fra gli azionisti, lo Stato potrebbe persino decidere di non far pagare un prezzo per quel servizio, o di farne pagare uno simbolico.

Ora alcuni affermeranno: “Eh, ma lo Stato è inefficiente ed è sprecone. E poi vuoi mettere gli stipendifici e le poltrone?”

Questo è vero. Ma è chiaro che la questione dello Stato inefficiente e sprecone è una questione di mala cultura politica e amministrativa (non solo italiana) che non giustifica in nessun caso la privatizzazione dei monopoli naturali e in generale delle aziende strategiche di interesse nazionale. Semmai, proprio perché si è consapevoli che questi monopoli devono essere gestiti necessariamente dallo Stato, i cittadini dovrebbero essere spinti a richiedere la massima trasparenza nella loro gestione e nella loro erogazione, pretendendo altresì che i servizi pubblici vengano erogati con puntualità ed efficienza. Essi del resto hanno l’arma del voto come metodo di persuasione; mentre quest’arma è del tutto spuntata se l’erogatore del servizio è un privato.

Purtroppo però questa consapevolezza oggi non esiste. Esiste semmai la consapevolezza – ben instillata da decenni di propaganda neoliberista ed eurista – che lo Stato è per sua natura inefficiente e sprecone e che dunque il miglior sistema per erogare un servizio pubblico è privatizzarlo (chissà perché!). E’ chiaro però che a quel punto, il servizio non sarà più pubblico, non risponderà più all’interesse collettivo, ma a un interesse privato. E quando un servizio collettivo risponde a un interesse privato, il sistema democratico e il benessere sociale vengono di fatto neutralizzati in favore di logiche mercantilistiche.

Del resto, sintomo evidente di questa degenerazione culturale ed economica, è il leit motiv sui “mercati” che non bisogna far arrabbiare, che bisogna tener calmi, che bisogna ascoltare e sui cui desiderata bisogna prendere le decisioni politiche (troppo spesso in barba al responso popolare), per non innalzare lo spread ed evitare il downgrade dei titoli pubblici.

A tal proposito significative sono le parole de Il Pedante (noto blogger), che riassumono in poche battute quanto spiegato precedentemente: “Se privatizzi lo Stato, ottieni un altro Stato: di proprietà privata, con gli stessi difetti, dove tu però non conti un cazzo!“.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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