Quel film, sull’odio, che smuove le coscienze

Quando scorrono i titoli di coda e le luci si riaccendono a illuminare la sala strapiena di persone, ho gli occhi umidi e una sorta di inquieto vespaio nello stomaco. Mi volto verso Fabio, seduto di fianco a me: lo vedo turbato, scosso come tutti. “Bello… molto potente” sono le uniche parole che riesce a dirmi. Io non gli dico niente, annuisco, poi mi giro in cerca delle mie figlie, sedute qualche fila più indietro: chissà se gli sarà piaciuto, mi domando, se avranno capito, se avranno pianto. Le vado a cercare con lo sguardo anche perché ho il timore che non abbiano resistito alla durezza del film, al sangue, alla violenza, a tutta quella cattiveria; che se ne siano allora andate via prima e adesso al cinema torneranno solo tra qualche giorno, per vedere magari Boldi e De Sica che spernacchiano nell’abituale film natalizio. Invece le mie figlie, appena più giovani della studentessa Norma Cossetto, protagonista del film, ci sono ancora e non sembrano piangere per quanto una mi pare abbia appena gli occhi lucidi: a farlo, invece, senza alcun pudore e singhiozzando, è mia moglie, di fianco a loro. Le drammatiche vicende di Norma Cossetto e la tragedia delle foibe, così ben raccontate e rappresentate, hanno toccato, squassato e percosso tutti, anche coloro che questa pagina di storia italiana conoscevano bene e ne hanno custodito una qualche memoria, per quanto in tanti, troppi, avessero cercato a lungo di negarla, dimenticarla, tacerla, nasconderla dietro a un simulacro di antifascismo permanente. E ancor meglio la conoscevano, per averla vissuta sulla pelle, gli spettatori appartenenti a famiglie di esuli e sfollati, che immagino abbiano assistito al film, con una partecipazione emotiva particolare e attraversati da sentimenti contrastanti: il risveglio di antiche sofferenze (“pensavo che il tempo avrebbe cancellato quei ricordi invece sono cresciuti insieme a me” dice all’inizio una bravissima Geraldine Chaplin nei panni di Giulia Visantrìn) insieme alla consolazione di vedere un’opera che quel dolore raccontava, finalmente, in modo più obiettivo, senza censure o visioni di parte; che riparava una lacerazione, ricomponeva una pagina di storia per riconsegnarla, più completa, alla memoria collettiva nazionale. Nel racconto di Red Land i carnefici e le vittime non sono confusi eppure le vicende trattate, quelle storie che si compongono in Storia, vengono offerte nella sua articolata complessità di sfaccettature: senza semplificazioni, manicheismi o altri vizi nei quali troppo spesso è incappata una certa irrispettosa propaganda travestita da storiografia. Ecco quindi che episodi e figure escono dagli stereotipi di una certa abituale narrazione (i buoni tutti di là e i cattivi dall’altra parte) per consegnare una verità fatta delle diverse e multiformi luci che abitano ogni uomo: paure, debolezze, viltà, opportunismi, smarrimenti (esemplare quello dell’esercito all’indomani dell’8 settembre) ma anche eroismo, fedeltà, onore, amor patrio, sacrificio.

Rosso Istria è un film che ti porti dentro per un po’, anche fuori dal cinema. Le urla strazianti che escono dalla gola delle foibe (“un mostro senza occhi e senza naso ma con una bocca enorme che inghiottiva tutti”) ti continuano a riecheggiare nelle orecchie e ti fendono lo stomaco. Anche a notte inoltrata, quando non riesci a prendere sonno, e ripensi ai polsi di Norma legati col filo di ferro, alle sue mani insanguinate, rivolte al cielo in una ultima, disperata preghiera: con le dita sgranate a evocare il palco di quel magnifico cervo che all’inizio del film corre nel bosco, impaurito dai colpi di rivoltella dei comunisti Titini. Pallottola… foiba… pallottola… foiba: il destino di tanti italiani in Istria passò da questa duplice sorte (legati a due a due, il primo veniva ucciso e gettato nella foiba così che, cadendo, il cadavere trascinava l’altro con sé).

Di là, in camera, le mie figlie ora dormono o forse ancora no. Forse stanno pensando alla ferocia, alla bestialità, alla violenza di cui è stato (ed è) capace l’uomo, alle sofferenze inferte a persone innocenti, come Norma o come il prete impiccato alla corda della campana della sua chiesa (anzi, della “chiesa che è di Dio” grida a un certo punto). Magari staranno rivolgendo una silenziosa preghiera per quella ragazza istriana di cui nessuno, a scuola, gli aveva mai parlato prima: Norma Cossetto, un’altra Anna Frank. Quello che non si chiederanno è perché, per la visione di un tale film, distribuito e apprezzato in tutta Italia, fosse presente così tanta polizia in assetto anti sommossa: ho già spiegato loro che evidentemente, la verità è ritenuta da qualcuno (pochi, pochissimi per fortuna) ancora sovversiva, fastidiosa. Sono coloro che preferiscono dedicarsi alla mistificazione piuttosto che alla comprensione, che indulgono a instillare veleno e spargere odio, anche a costo del ridicolo. Anche a costo di commettere oltraggio alla memoria di una povera ragazza rapita, massacrata, violentata e gettata viva in una foiba (e Medaglia d’Oro della Repubblica Italiana al valore civile) solo perché italiana come loro (o piuttosto figlia di un fascista come sarà stato magari il loro nonno). Ho spiegato alle mie figlie (ma cerco di insegnarglielo ogni giorno con l’esempio) che l’odio è proprio brutto: è un sentimento che rende ciechi, che impedisce di vedere la realtà e che vorrei non provassero mai per nessuno.

Priamo Bocchi

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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