Se il Governo gialloverde “cede” sul deficit

Ieri Conte ha offerto alla Commissione Europea un deficit previsionale inferiore rispetto a quello prefissato del 2.4%, pari al 2.04%. L’obiettivo era, neanche farlo apposta, indurre la Commissione Europea ad accettarlo, nonostante la stessa Commissione abbia più volte fatto intendere che vorrebbe un deficit inferiore al 2%. E sul punto, non è un caso che l’offerta di Conte alla fine non sia stata giudicata soddisfacente da Moscovici che ha dichiarato che il Governo deve fare di più.

Vero è comunque che il messaggio politico della strategia del Governo è passato, ma è passato nella direzione opposta, e cioè come un messaggio di cedimento su tutta la linea. È stato sufficiente leggere cosa è accaduto su Facebook e Twitter, una volta appresa la notizia, per rendersi conto che il tentativo di “patteggiamento” con l’Unione Europea, ha certificato una intrinseca debolezza politica di questo Governo che gli elettori – profondamente disorientati – non riescono ad accettare. Soprattutto davanti allo sforamento del deficit francese e alle parole di Moscovici.

E poco importa che poi i pompieri siano giunti in soccorso del Governo, invocando la strategia e spiegando – pur con buona volontà – che alla fine quello che conta è il consuntivo, dove probabilmente si avrà lo sforamento del 3%, soprattutto se verranno attuate le riforme di bandiera quali il reddito di cittadinanza e la riforma della Fornero. E poco importa perché il messaggio politico che è passato è evidente: la politica economica viene decisa a Bruxelles, almeno per quanto riguarda l’Italia. Mentre la Francia può fare quel che vuole. E non importa oltremodo perché questo messaggio è passato nonostante la Commissione UE sia dimissionaria e qualcuno abbia comunque detto che anche Junker e Moscovici hanno ceduto a loro volta, visto che volevano comunque un deficit di gran lunga inferiore. E visti i presupposti, non è affatto detto che non ottengano la loro vittoria.

Insomma, detto francamente: oggi non è un buon giorno per il sovranismo e per questo Governo. Non si può certo parlare di successo né ci si può consolare con l’idea che le riforme bandiera comunque verranno mantenute. E non ci si può consolare soprattutto perché se anche si evitasse la procedura di infrazione, non è detto che questa verrebbe scongiurata del tutto: la Commissione, soprattutto prima delle elezioni europee, potrebbe richiedere un’ulteriore manovra correttiva e magari pure la previsione di qualche clausola di salvaguardia. E allora, addio.

Ora, davanti a questa prospettiva, il duo che regge le sorti di questa maggioranza e del Governo ha due strade strettissime: o cede definitivamente ai ricatti eurocratici e ammette pubblicamente che la politica economica di questa nazione in realtà viene decisa a Bruxelles e dagli eurocrati dentro e fuori l’Italia, e che dunque si sta realizzando – per la gioia di euristi e oppositori – il “momento Tsipras”, oppure coglie l’occasione, davanti alle parole di Moscovici e alle grigie previsioni di recessione imminente, di uno scatto di orgoglio e dignità, e chiude qualsiasi altra trattativa, rimaneggiando il target verso e oltre il 3%, e mandando un messaggio chiaro alla Commissione dimissionaria: non esistono animali più uguali degli altri; soprattutto la Costituzione è il faro che impone il dovere patrio di intervenire quando una pericolosa recessione è in atto, onde salvaguardare pensioni e posti di lavoro. E cioè l’interesse nazionale prima di tutto.

Davanti a un eventuale fallimento o a una rinuncia, lo spettro del crollo dei consensi e della fiducia in questo Governo diventa una eventualità più che concreta, e allora non scommetterei più un centesimo bucato sulla sua sopravvivenza e su una vittoria populista in Europa.

Due parole, infine, su Matteo Salvini. Il segretario della Lega deve decidere definitivamente cosa vuole fare con il partito, oggi al massimo dei consensi (domani chissà). Deve decidere se traghettare realmente questo movimento verso una dimensione nazionale, patriottica, sociale e sovranista oppure intende seguire ancora la narrativa nordista eurogermanica e tifosa dell’euro dello zoccolo duro nordista. Personalmente questo è un aspetto ancora densamente fumoso e irrisolto. E la trattativa al ribasso con Bruxelles non contribuisce certo a fare chiarezza. Anzi…

Foto: Il Tempo

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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