Se il problema non è la prescrizione ma i tempi del processo

Tiene ancora banco la questione “prescrizione”, con i 5s che si impuntano sulla sua sostanziale cancellazione. Ma è chiaro – come ho peraltro scritto in due diversi articoli (qui e qui) – che la soluzione prospettata dai grillini è irricevibile, poiché violativa del principio di ragionevole duratata dei processi, che è principio costituzionale inderogabile per una corretta somministrazione della giustizia che non sia puro arbitrio dello Stato e dunque del magistrato che dovrebbe esprimerne la volontà attraverso le sentenze.

Io in fin dei conti capisco chi vuole cancellare la prescrizione, perché erratamente pensa che così facendo, tutti avranno una sentenza, che sia di condanna o di assoluzione. E tutti, dunque, riceveranno il loro boccone di giustizia. Ma non è così semplice: è una visione romantica della giustizia che non corrisponde alla realtà. Cancellare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio comporta – e lo ripeto – un allungamento dei tempi processuali. Non v’è affatto garanzia, infatti, che il processo, una volta che viene tolto il muro della prescrizione, venga deciso in tempi umani. In parte perché la burocratizzazione della giustizia imperversa in ogni ufficio giudiziario, e in parte perché il carico è tale e le responsabilità sono poche o nulle, che il cittadino che malauguratamente entra nel meccanismo, rischia di uscirne con le “ossa rotte”, nonostante la sua innocenza o una responsabilità, in alcuni casi, lieve. Nella mia piccola esperienza, è capitato spesso e volentieri che la chiusura delle indagini preliminari e la richiesta di rinvio a giudizio, arrivino dopo anni dalla denuncia del fatto e dopo anni nei quali il fascicolo è rimasto nei cassetti della procura a prendere polvere. Dunque pensare seriamente che in questo stato pietoso della giustizia italiana, la cancellazione della prescrizione possa dare una ventata di giustizia, è – ripeto – illusorio.

Dunque come fare? Chiaramente non è possibile dare qui soluzioni definitive e organiche. Non spetta a me, del resto, offrirle. Ma qualcosa si può dire. E si deve partire dai principi costituzionali, che se da una parte sanciscono il diritto di difesa del cittadino, la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, il giusto processo e la ragionevole durata dei processi, dall’altra, chiaramente, non incoraggiano certo l’impunità. Ecco dunque che – a mio modo di vedere – non basta potenziare gli uffici giudiziari, come afferma il ministro della Giustizia: in parte perché le risorse sono quelle che sono (dentro l’euro) e in parte perché il potenziamento delle strutture non è di per sé garanzia di celerità dei processi. E’ necessario agire su altri fronti.

Ma prima di dare il mio contributo e prospettare soluzioni, merita una menzione la proposta di Paolo Becchi che, con il collega Giuseppe Palma, propone di far intervenire la sospensione della decorrenza dei termini di prescrizione dal giorno in cui (il difensore del)l’imputato deposita il ricorso in Cassazione, limitatamente però alla durata di un anno. La soluzione è indubbiamente condivisibile e potrebbe effettivamente trovare riscontro soprattutto in area leghista, perché razionale e informata al principio della ragionevole durata dei processi. Ma dubito che i grillini potranno considerarla come un degno sostituto della loro tagliola giustizialista, perché terrebbe fuori i casi in cui la prescrizione interviene prima della Cassazione (e non sono pochi).

Io credo che, al netto della proposta sopra illustrata (che faccio mia), gli interventi non dovrebbero in realtà riguardare gli istituti che regolano la sospensione e l’interruzione della prescrizione (in un certo qual modo, intervenendo su essi si scontenta sempre qualcuno), bensì dovrebbero essere maggiormente mirati e dovrebbero riguardare la natura dei reati coinvolti, magari prevedendo per alcuni reati di particolare allarme sociale o comunque odiosi, prescrizioni più lunghe di quelle attuali. Possiamo persino prevedere che per alcuni reati odiosi o di particolare allarme sociale come la violenza sessuale o la corruzione (la cui conoscenza spesso emerge dopo anni), la prescrizione non sia prevista (si garantirebbe così il principio di uguaglianza che tratterebbe i casi diversi in modo diverso, e dunque i reati in modo diverso a seconda della loro gravità e offensività), ovvero decorra dal momento della loro conoscibilità o conoscenza da parte del terzo che non sia la vittima (ciò per evitare i casi di sequestro emozionale legato alla paura o alla vergogna di denunciare).

Sul lato della procedura penale, sarebbe invece opportuno stabilire tempi contingentati per i processi penali, con tempi di rinvio ristretti per ogni udienza, con un massimo di udienze non superiore a un certo numero per anno, e con i processi di primo grado (salvo particolari complessità, da giustificare adeguatamente e che dunque possono comportare una sospensione del decorso della prescrizione) che non possano durare più di un anno. La fissazione delle udienze d’appello non dovrebbe essere fatta oltre un anno dal deposito del ricorso in appello; e così pure la fissazione dell’udienza in Cassazione. Paritempo dovrebbero essere contingentati i tempi per le indagini preliminari e per la richiesta di rinvio a giudizio, e, naturalmente, dovrebbe essere escluso il ricorso del PM in appello contro le sentenze di assoluzione (salvo nuove prove). Il tutto, prevedendo sanzioni e decadenze a garanzia dell’imputato, il quale non può subire come una seconda pena, le eventuali mancanze dell’apparato giudiziario, che comunque dovrà essere potenziato con risorse e strutture per renderlo più efficiente e in grado di assorbire facilmente la domanda di giustizia.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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