Solzhenitsyn profeta della verità

coscienza e alla completa sottomissione. E’ solo per caso, talvolta, se si è vittime e non carnefici, e questo è uno dei temi dei tre intensi saggi dal titolo Rivoluzione e menzogna, in cui il grande profeta della verità, il dissidente “spirituale” attinse straordinarie vette morali. Vivere senza menzogna, il primo dei tre, uscì lo stesso giorno della sua espulsione dall’URSS. Per combattere il totalitarismo, l’unica arma vincente è la verità. E se non si è capaci di dire il vero per timore del carcere e delle conseguenze, aggiunge, si deve quanto meno evitare che dalle nostre labbra escano menzogne.
Si tratta di una delle massime apologie della verità dell’intera letteratura. I dirigenti totalitari esigono che ci incorporiamo al loro mondo di falsità, sino a difendere con entusiasmo la bugia “ufficiale”. Temono un’unica cosa, che noi non lo facciamo, poiché “quando l’uomo volta le spalle alla menzogna, questa smette immediatamente di esistere”. La chiave della nostra liberazione è “il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna”. Agli uomini non animati dallo stesso suo coraggio rivolge una preghiera: “se non ci arrischiamo a dire quel che pensiamo, almeno non diciamo ciò che non pensiamo”.
Nell’ultimo dei tre saggi, scritti in America all’inizio degli anni Ottanta, Due rivoluzioni, Solzhenitsyn cercò di stabilire similitudini e differenze tra due grandi eventi che hanno cambiato il mondo, la rivoluzione francese e quella russa. Entrambe ebbero un nucleo moderato, i girondini in Francia e i il partito dei cadetti in Russia, e un gruppo terrorista, i giacobini e i bolscevichi. Tutte e due, a un certo momento, virarono a sinistra e finì per imporsi il terrore. In entrambe venne cambiato il calendario, si perseguitò la chiesa e si demonizzarono i cristiani. Soprattutto, la comune arma rivoluzionaria fu la pratica della falsità. Bugie tanto persistenti da rendere ciechi milioni di europei e di occidentali nel giudizio sull’ideologia marxista leninista. L’unica via attraverso la quale si può sfuggire alle pretese totalitarie è vivere senza mentire. Questa è la grande lezione di Solzhenitsyn, più potente e sofferta della testimonianza di un Orwell, adesso ancora più attuale dinanzi alla menzogna neoliberista e all’imposizione dello schema mentale autocensorio del politicamente corretto, totalitarismo light dell’occidente terminale.
La grandezza di Arcipelago Gulag risiede altresì nell’aver reso evidente che la violenza repressiva era l’essenza del comunismo. Troppi inferni edifica l’uomo quando pretende di costruire paradisi ideologici. Una vittima innocente del libro fu Elizaveta Voronskaya, la dattilografa che copiò molte opere di Solzhenitsyn. Arrestata e torturata, crollò e rivelò dove era nascosta una copia del libro. Liberata, la poveretta si suicidò. Subito dopo, Solzhenitsyn diede via libera alla pubblicazione di Arcipelago in Occidente, il cui testo era avventurosamente pervenuto microfilmato in Svizzera.
Lo scandalo fu enorme in Russia, l’ira del Cremlino provocò una riunione straordinaria del Politburo del partito. La Pravda (che significa verità!), organo del regime, definì il libro calunnioso, frutto di una mente malata, pieno di “ciniche falsificazioni inventate per servire le forze della reazione imperialista”. Un perfetto esercizio di bispensiero orwelliano, la deliberata inversione della verità, una prova in più della natura disgustosa e totalitaria del comunismo. Accusato di tradimento, lo scrittore fu arrestato, privato della cittadinanza ed espulso. Non lo uccisero come sarebbe accaduto negli anni di Stalin per timore dello scandalo internazionale, ma il suo lavoro era compiuto, con l’enorme prezzo personale pagato sin dal 1945, anno del suo primo arresto, accusato di aver parlato male dei dirigenti del PCUS.
Arcipelago Gulag fece scoprire al mondo, o almeno a chi ebbe occhi e dignità per vedere, non tanto i dettagli del sistema concentrazionario, non solo la sofferenza di milioni di esseri umani (secondo la storica Anne Applebaum passarono per i campi di prigionia diciotto milioni di persone dal 1921 agli anni 70) ma la sua ragione di essere, l’ideologia marxista leninista. Ci furono altre testimonianze, come quella di un libro collettivo degli anni 50, Il Dio che ha fallito, ma sempre l’autodifesa comunista fu di attribuire alla persona di Stalin le malefatte che al contrario iniziarono con Lenin ed erano la sostanza stessa del sistema. Morte e origine del terrore era l’ideologia, non un singolo dirigente malvagio e sanguinario, eppure non si riusciva a scalfire il prestigio del comunismo presso uomini di cultura e leader di opinione.
Significativo fu un viaggio in Spagna di Solzhenitsyn nel 1976, l’anno successivo alla morte di Franco. Preso atto che nel paese si poteva leggere la stampa internazionale, risiedere ed emigrare liberamente, fotocopiare senza restrizioni ogni testo, lo stupore del russo a sentir paragonare la morente dittatura iberica all’Unione Sovietica suscitò attacchi violentissimi. Uno scrittore spagnolo, Juan Benet, comunista radical chic affermò: “finché ci saranno persone come Aleksandr Solzhenitsyn, i campi di concentramento esisteranno e devono sussistere. Magari dovrebbero essere sorvegliati meglio, affinché quelli come lui non ne possano uscire”. Fosca, rivoltante sincerità rossa.
Se l’opera di S. è gigantesca sul piano morale, profetica nella costante affermazione della verità, importante è anche la suggestione letteraria dei suoi scritti e racconti, tra i quali, oltre alla citata Casa di Matriona, va ricordato Padiglione Cancro, la storia di un gruppo di pazienti oncologici in un ospedale dell’Asia centrale. Parzialmente autobiografico, poiché S. si ammalò davvero di tumore negli anni di prigionia, è un ritratto di chi si era adattato al regime o ne aveva beneficiato, un’esplorazione della responsabilità morale delle generazioni che non mossero un dito nei tempi delle “purghe”, degli assassini di massa e delle deportazioni.
La figura di Solzhenitsyn non è mai stata amata in Occidente; anticomunista, credente cristiano, nemico del materialismo liberale, non gli fu perdonato, dopo Harvard, di essere stato profeta del nostro disfacimento morale. La verità fa male, specie al fragile uomo del tramonto, spiritualmente già morto. “Se l’uomo fosse nato, come sostiene l’umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte”. La speranza di rinascimento spirituale ha un’unica via, “andare più in alto “. Parole indigeste per il materialismo consumista, fratello del collettivismo, simili a quelle di un altro grande esule russo, il filosofo Nikolay Berdjaev, secondo cui il senso dell’agire morale “non è ostacolare il movimento in alto o in avanti, ma nel contrastare il moto all’indietro e verso il basso, il buio caotico, il ritorno allo stato barbarico”. Parole che riguardano l’opposizione al comunismo tanto quanto la regressione neoliberale, consumista e transumana.
Non si può rendere omaggio al grande profeta di verità che fu Aleksandr Solzhenitsyn senza unirlo nella memoria a un’altra limpida figura di intellettuale e uomo di fede russo, il matematico, filosofo della scienza e sacerdote ortodosso Pavel Florenskij, fucilato dal regime comunista nel 1937. Convertito al cristianesimo dopo la lettura della Confessione di Tolstoj, fu uno straordinario scienziato e pensatore, che ha lasciato testi come La colonna e il fondamento della verità e le lettere dalla prigionia dal titolo Non dimenticatemi. Testimone e profeta di verità quanto Solzhenitsyn, un suo brano è il suggello dell’orma che la migliore cultura russa del Novecento lascia a noi posteri incerti malati di nichilismo. “Tutto passa, ma tutto rimane. Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo.”

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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