Una reale Unità d’Italia, passo necessario per evitare il crollo del Paese. Una proposta

www.mittdolcino.com – Abbiamo sentito parlare per anni dell’Unità d’Italia. Purtroppo ne abbiamo perso il senso compiuto, da anni ormai. Tutti noi abbiamo in qualche forma contribuito a tale progetto, certamente con le tasse (la gente del nord sente particolarmente questo aspetto). Dobbiamo comunque dire che l’Italia si è comportata meglio rispetto all’EU: grazie ai trasferimenti al Meridione, in perenne ritardo di sviluppo, un professore di Palermo oggi prende lo stesso stipendio di uno di Milano. In Europa, la prima a Berlino a non volere che una sorta di uniformità intra-Unione si compia.

Ricordo che chi scrive arriva dal profondo nord.

Ora, chiediamoci: quanto fatto dall’Italia con il Meridione è stato sufficiente? No, non lo è stato. E’ infatti inammissibile che il Sud sia in perenne stato di arretratezza rispetto al Nord, nonostante l’incessante flusso di denari (ossia grazie alle tasse pagate dai cittadini) durante almeno 70 anni.

Dunque, va indagato il perchè di tale fallimento.

La risposta è abbastanza immediata: il sistema romano-centrico ha drenato valore a vantaggio non tanto della gente del sud, che non si potuta sviluppare causa malagestio in sede romana, ma privilegiando i potentati che tali denari hanno intermediato anche grazie ad un colpevole mancato controllo nell’utilizzo dei fondi. Dobbiamo infatti ricordare come, a far data al 1860 e ante , il regno delle Due Sicilie fosse ricchissimo. Mio cognato, grande storico andaluso, mi spiegava con dovizia di particolari come la nomina a Vicerè di Napoli fosse il mandato di gran lunga più ambito nel Regno di Spagna, vista la ricchezza dell’area tra Napoli e Palermo.

Successivamente ci fu l’implosione del Sud neo-Sabaudo, un po’ voluta, un po’ perchè il baricentro dell’economia si stava spostando al nord, più vicini all’EUropa, così si diceva (tragicamente, come succede oggi…).

Corsi e ricorsi storici, facilitati dal progressivo riscaldamento globale dell’epoca – che, notasi, non dipese (e non dipende) dalla CO2, lo scopriremo fra pochi anni – autorizzando anche i popoli di oltre Gottardo di godere di un relativo benessere quotidiano, aumentando le opportunità di business.

Oggi siamo al dunque e l’equazione sta raggiungendo la rottura dell’equilibrio: oggi, possiamo sperare ad un mantenimento dell’Italia contemporaneamente democratica, benestante ed in pace solo grazie allo sviluppo Meridione. Nel senso che lo sviluppo potenziale sta a sud, NON a nord. Anche il l clima sta a sud, così come le opportunità stanno a sud. Il nord è fondamentalmente “cotto”, nel senso che ha strutture ed industria, ma non c’è più nulla da fare se non mantenere lo status quo.

Il sud invece rappresenta un serbatoio di manodopera competente e relativamente istruita, certamente ordini di grandezza superiore dagli illetterati provenienti dall’Africa. E stando di fronte all’Africa!

Tutti parlano di tenuta del sistema Paese ma nessun osa declinare tale ragionamento in termini di sviluppo del Sud, che ancora manca ed è una grande opportunità. Forse perchè troppi politici oggi riciclatisi sono stati in passato complici del sacco della Cassa del Meridione? Chissà, sta di fatto che oggi senza il Sud che consuma e costruisce infrastrutture – e che quindi si sviluppa – l’Italia è destinata ad essere sopraffatta dai poteri centro EUropei, come tante volte è successo nei secoli passati.

Dunque ci troviamo a dover prendere il toro per le corna, ossia a fare qualcosa se non altro per evitare di morire di stenti, come molti oltralpe forse vorrebbero: in primis, non possiamo più permetterci che le risorse messe a disposizione grazie alle tasse dei cittadini siano dilapidate da una malagestio romano-centrica. Successivamente, dobbiamo fare in modo che tali risorse siano meglio distribuite, potendo arrivare anche e soprattutto alla periferia, senza filtri (un po’ come dovrebbe fare l’EUropa, che invece lo NON vuole, visto che si tratta di stirpi diverse in seno ad una Unione forzata e non solidale, ndr).

Per tale fine, il primo passo secondo lo scrivente è redistribuire i ministeri, spostandoli da Roma verso le altre regioni, con particolare attenzione a creare parallelo sviluppo derivante da occupazione di pregio spostata nei vari capoluoghi regionali. E soprattutto – così facendo – evitando gli inciuci che una permanenza solo romana di ministri e ministeriali può inevitabilmente contemplare.

Dunque, perchè non pensare ad un Ministero della Difesa a Palermo, ad uno degli Interni a Napoli, ad un Ministero della Giustiza nella asburgica Trieste (tanto per dare un significato nordico nei metodi d’emanazione delle leggi, oggi più africane che europee). E magari il Ministero della cultura a Firenze, dell’educazione a Bologna, dell’Industria al Veneto, dell’Economia e Finanze a Milano, il ministero degli affari esteri a Torino. E via discorrendo.

Senza considerare la possibilità di delocalizzazione dei vari enti, ISTAT, INPS, varie Corti, enti di supporto, vedasi  LINK(https://www.mittdolcino.com/2018/12/18/litalia-e-importante-per-leuropa-e-per-il-mondo-ecco-lunica-ricetta-per-salvarla-in-extremis/)

Per inciso, questa proposta può arrivare solo dal Sud, essendo certi che la Lega non avrà alcun problema ad avallarla.

Se i colleghi del Sud sapranno promuovere tale scelta strategica ritengo si creeranno automaticamente la basi per lo sviluppo futuro del Paese, giustificando per altro anche vis a vis con l’EUropa il completamento delle infrastrutture necessarie per garantire un sufficiente coordinamento ministeriale.

Sta a chi è attaccato difendersi. Oggi l’Italia e sotto attacco e questa proposta può essere,almeno secondo chi scrive, un valido strumento di depotenziamento degli attacchi esterni, per altro con parallelo miglioramento dell’efficienza del sistema Paese.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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