Una truffa chiamata debito pubblico

E’ da un po’ troppo tempo che ci sentiamo ripetere, a mò di ossessivo “mantra”, che il debito pubblico è eccessivo, o che il suo sforamento può portare a gravi conseguenze per l’economia del nostro paese o che, ancor peggio, in virtù di tale debito siamo obbligati ad adottare delle politiche all’insegna dell’ “austerity” e della stagnazione economica, attraverso odiosi taglia alle spese sociali ed ai salari. L’immagine di un’Italia quale “sorvegliata speciale”, non rende giustizia ad uno stato di cose conseguente ad un’ altra e ben più scomoda, verità. Ma vediamo di procedere per gradi. E’ delle ultime ore la notizia dell’ennesima “frecciatina” della Commissione Europea alla manovra economica del governo, accompagnata da toni concilianti che , nulla di buono lasciano intravedere, se non una larvata forma di pressione psicologica condotta all’insegna dell’antico metodo del  bastone e della carota.

Il tutto nasce dall’equivoco ideologico sulla natura del debito pubblico.

La prima riflessione di ordine statistico che ci viene in mente è che, a fronte di un progressivo indebitamento pubblico, si ha una maggior crescita di reddito e ricchezza tra i privati. Ed il fatto che l’Italia, con il suo tanto deprecato debito pubblico, sia uno tra i maggiori paesi al mondo detentori di ricchezza privata ce la dovrebbe dir lunga. Da questa prima considerazione ne deriva una seconda, per la quale, le politiche di bilancio ed indebitamento ben coordinate dallo Stato, hanno sempre finito con il creare occupazione, spinta al consumo e, di conseguenza, benessere generalizzato,sino ad arrivare alla teoria keynesiana ed alle sue più eclatanti applicazioni.

Quello del debito pubblico, quindi, è un problema che ha la propria scaturigine in motivi diversi, da quelli legati al suo semplice palesarsi in quanto tale. E tanto per fare un esempio sulla sua inanità e sulla sua assoluta solvibilità, senza tante tragedie, riportiamo un rapporto della McKinsey Global Institute (MGI) a firma di Richard Dobbs, Susan Lund, Jonathan Woetzel e Mina Mutafchieva ed intitolato “Debt and (not much) deleveraging”, che afferma che ”il debito di Stato detenuto dalle Banche Centrali (o qualunque altro ente governativo) in un certo senso è solo un’entrata contabile, che rappresenta la rivendicazione di una parte del governo verso un’altra. Inoltre, tutti i pagamenti dell’interesse su questo debito sono tipicamente inviati alla tesoreria nazionale, quindi il governo sta effettivamente pagando sé stesso”. Stiamo parlando, praticamente, di una cosiddetta “partita di giro”: lo Stato, deve dei soldi a sé stesso e pertanto non bisogna dare niente a nessuno.

Ipotesi questa, tranquillamente palesata negli anni passati su molti ed influenti media internazionali.

Tanto per citare un altro esempio. Nell’Ottobre 2012, Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph cita il rapporto di due ricercatori del Fondo Monetario uscito l’agosto di quello stesso anno, dimostrante con dati matematici che, se lo stato stampa moneta in misura sufficiente, può eliminare sia il debito pubblico che il credito bancario con risultati ampiamente satisfattori per PIL, reddito e via discorrendo. Con questa soluzione, a detta degli studi che abbiamo citato, il debito verrebbe azzerato e cancellato dal bilancio statale.

Venendo alle cause all’origine dell’ipertrofica crescita del debito pubblico nostrano, esse, nello specifico italiano, a detta degli studi di Ferrero e Bersani, esse sono identificabili nella scissione Tesoro-Banca d’Italia del 1981, grazie alla quale lo Stato, tramite il rialzo dei tassi di rendimento dei propri titoli, avrebbe  pagato così interessi superiori rispetto al tasso d’inflazione, al fine di vendere tutti quei titoli non più coperti dalla Banca d’Italia, ma anche nella graduale perdita di sovranità economica e finanziaria del nostro paese dovuta all’incedere del fenomeno globale e dalla conseguente “deregulation” che ne ha accompagnato il percorso e che,

nella progressiva perdita di sovranità monetaria da parte delle varie banche nazionali dell’Eurozona in favore della BCE, ha avuto il proprio momento-cardine.

Pertanto, la riconquista di una sovranità economica e politica completa, deve avvenire per gradi, smantellando pezzo per pezzo tutti gli elementi che, ad oggi, costituiscono il grande edificio istituzionale globale, proprio iniziando dalla dismissione del circo equestre di Bruxelles, a favore di una Comunità di Stati Indipendenti, che lasci ai vari soggetti nazionali, le mani libere nel gestire le proprie economie, a cominciare dalla nazionalizzazione delle Banche Centrali a cui verrebbe restituita la possibilità di creare moneta senza finanziamenti da parte di istituzioni privati (e quindi la fine “de facto” del cappio del signoraggio, sic!), o quella di svolgere politiche di bilancio libere da vincoli e catene comunitari, per favorire lo sviluppo economico di un paese.

Questa manovra economica rappresenta, quindi, un  primo timido, ma importante passo in direzione di quanto sin qui prospettato.

A conclusione di quanto abbiamo detto, appare chiaro che quello del debito pubblico è, in verità, un vero e proprio “non problema”, perché alle sue origini sta un concetto distorto della gestione dell’economia pubblica, causato da una codina subordinazione ai “desiderata” dei centri del potere finanziario globale che, proprio nella pratica del signoraggio bancario, trova il proprio momento apicale. Eppure, proprio in virtù del suo essere un “non problema”, quello del debito pubblico è il primo, fondamentale tassello, per poter iniziare un autentico percorso di ricerca e riconquista di quella tanto agognata “sovranità perduta”, di cui, oggidì, tutti noi sempre più, sentiamo l’impellente necessità.

Umberto Bianchi

Pubblicità

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi