Uscire dall’euro non è un’opzione, è una necessità!

Perché è fondamentale ed è importante recuperare la sovranità nazionale? E’ una domanda che viene spesso fatta e pochi riescono a rispondere, e chi risponde, troppo frequentemente, assume il ruolo della classica Cassandra nel deserto che non viene ascoltata e della quale tutti ridono (però risus abundat in ore stoltum). Per fortuna, oggi quelle risate pian piano si stanno spegnendo e le orecchie del popolo hanno iniziato ad ascoltare chi da anni predice e predica che l’euro non è la soluzione, ma è l’origine di tutti i nostri guai (e tralascio per carità di patria l’Unione Europea).

Non si può qui fare una disamina dettagliata delle ragioni economiche che spingono verso l’abbandono (immediato) della moneta unica. Si può solo affermare che l’euro ha una sua filosofia che oggi più di ieri risulta essere incompatibile con le esigenze di un’economia avanzata e soprattutto con le esigenze dell’economia italiana. Il sistema della moneta unica infatti è incardinato su due direttive neoliberiste: stabilità dei prezzi (controllo dell’inflazione) e rigidità dei conti pubblici (austerity). Due direttive che, negli anni, hanno creato una serie di effetti aberranti (voluti?): lo svuotamento progressivo delle istanze democratiche e sovrane, assoggettate e umiliate dagli umori del mercato finanziario che persegue finalità e interessi non sempre (anzi quasi mai) coincidenti con le esigenze dei popoli; un processo di precarizzazione del lavoro, poiché per garantire la stabilità dei prezzi, se non può essere svalutata la moneta (per evitare l’inflazione), si deve necessariamente rendere flessibile e precarizzato il lavoro; la totale assenza di politiche espansive basate sugli investimenti pubblici per rilanciare e sostenere le economie nazionali, alimentando il mantra (ideologico) dei conti pubblici in ordine e della necessità di ridurre il debito sovrano.

E’ chiaro ed è evidente che in questo drammatico contesto, l’economia non cresce e anzi arretra, si disgrega e con essa si disgrega la società e il tessuto economico che la alimenta e la sostiene. Del resto, non è un caso che oggi il PIL italiano sia pari a 1600 miliardi di euro, e cioè sia uguale a quello di dieci anni fa, con un rapporto però debito/PIL peggiorato, perché il debito è cresciuto ed è conseguentemente aumentata la dipendenza dell’economia reale dai cosiddetti “mercati”, nonostante negli ultimi anni la BCE abbia limitato gli attacchi speculativi sui debiti sovrani attraverso il Quantitative Easing, che però – è noto – non è servito a rilanciare l’economia reale dei paesi UE, ma a garantire sostanzialmente la tenuta del sistema monetario. Dunque una misura non sufficiente e anzi preordinata semplicemente a tenere in vita il paziente in coma (l’euro).

La realtà dunque è ineludibile: non si esce dal vicolo in cui ci si è infilati volontariamente o meno, persistendo con le politiche economiche sbagliate, basate su una moneta incontrollata e incontrollabile dai processi democratici e su un modello economico del tutto estraneo alle caratteristiche dell’economia italiana (per non dire incompatibile). Ecco dunque che appare assolutamente necessario compiere un atto di coraggio sovrano e ripensare la politica economica perché (ri)diventi lo strumento attraverso il quale incidere positivamente sulla società affinché il popolo tragga il massimo benessere e il massimo sviluppo da questa azione, che si traduce in massima occupazione e pieno sviluppo economico. E questi obiettivi potranno essere perseguiti  solo e se si recupera la piena sovranità, e dunque si attui un modello economico del tutto opposto rispetto a quello previsto dall’art. 2 del TFUE, e cioè il modello economico costituzionale (artt. 41 e ss.), disatteso e ignorato da ormai tre decenni. In difetto, si continuerà a parlare aziendalisticamente di coperture necessarie, di risorse che non sono sufficienti, di debito pubblico troppo elevato, e intanto, mentre si parla e si ragiona in termini neoliberisti (l’ideologia è sempre un male), l’economia italiana continuerà a essere falcidiata dalla crisi, dalla disoccupazione e dalla povertà, e peggio, la patria continuerà a essere vittima del colonialismo economico e politico franco-tedesco. Metaforicamente parlando, è un po’ la storia di quel malato che sta schiattando mentre il suo medico persiste nel somministrargli il farmaco sbagliato per non ammettere che la terapia individuata sta uccidendo il paziente. E del resto, a tal proposito, cosa si è detto della Grecia? L’operazione è tecnicamente riuscita, ma il paziente è morto.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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