Caso Diciotti. Il Governo gialloverde rischia di affondare

Ieri la doccia fredda. La questione sembrava risolta, e invece il Tribunale dei Ministri di Catania – sul caso Diciotti – inoltra al Senato l’autorizzazione a procedere contro il ministro, Matteo Salvini. L’accusa è pesante: sequestro aggravato di persona. Un reato che prevede dai 3 ai 15 anni di carcere. Non certo bruscolini.

Ora, è chiaro che, ancora una volta, ci troviamo davanti a uno scontro, quello tra i due poteri dello Stato: il Governo e la magistratura; tra un ministro e i giudici su atti e comportamenti palesemente e inequivocabilmente di natura politica, sui quali non esiste né dovrebbe mai esistere sindacato giurisdizionale. Nel caso della Diciotti questo sindacato è escluso, tant’è che la Procura competente aveva chiesto l’archiviazione della posizione di Salvini. Ma i giudici di Catania sono stati di contrario avviso, e oggi ci troviamo davanti al dilemma: autorizzare o no?

Chiaramente il problema è, nell’ambito della maggioranza, del M5S. Nelle fila delle opposizioni non credo che voterebbero mai a favore né Forza Italia né Fratelli d’Italia; se il garantismo dei primi è sempre stato conclamato (nonostante tutto e i rapporti non idilliaci con la Lega), la sintonia di FdI e Lega sulle politiche securitarie e anti-immigrazione dovrebbe essere sufficiente per evitare il voto favorevole. Quanto alla sinistra, l’incognita è rappresentata soprattutto dal PD.

Ma il problema maggiore, la spina nel fianco di Matteo, è e resta l’ambiguità del M5S. Il quale non riesce proprio a comprendere che il meccanismo delle guarentigie costituzionali a favore del potere politico non sono privilegi, ma sono meccanismi atti a garantire l’equilibrio tra i poteri dello Stato e dunque a garantire che non vi siano indebite intromissioni e prevaricazioni dell’uno o dell’altro. Perciò, se è vero che i giudici sono soggetti solo alla legge, è anche vero che gli atti politici non possono essere soggetti al sindacato giurisdizionale. Però per il movimento, o meglio per una parte di esso, i politici dovrebbero sempre sottoporsi al processo, dimostrandosi quanto si è lontani da qualsiasi maturità democratica.

Ma a parte questo non trascurabile aspetto teorico, che qualsiasi studente di giurisprudenza al primo anno apprende senza particolari problemi, e scendendo sul piano pragmatico-politico, un sì dei M5S aprirebbe le porte alla crisi di governo. Difficilmente Matteo Salvini potrà reggere una maggioranza nella quale “l’alleato” lo manda a processo per una decisione di carattere politico su un tema concordato nel contratto di Governo e che rappresenta una delle principali fonti del consenso politico della Lega. Certo, secondo alcuni analisti, il processo farebbe bene a Salvini in termini elettorali, ma è chiaro che poi c’è l’incognita della sentenza, e in ogni caso si aprirebbe un varco per contestare per via giudiziaria le politiche migratorie e qualsiasi politica del Governo su questo e altri temi. Insomma, un vulnus costituzionale non indifferente, che sancirebbe la fine della divisione dei poteri e dunque la legittima intromissione del potere giudiziario nelle decisioni di carattere politico.

Il M5S si trova dunque in una posizione scomoda dalla quale però può agevolmente sgattaiolare via, giustificando il diniego all’autorizzazione sul presupposto che l’approccio grillino sul punto è tanto giustificato quanto il reato contestato sia di natura non politica e di grave disvalore sociale. Sicché, la coerenza grillina non verrebbe in alcun modo intaccata qualora Di Maio sostenesse che l’atto contestato non riguarda un crimine contro la pubblica amministrazione o comunque di particolare allarme sociale, ma riguarda un atto politico condiviso dall’intero Governo. In tale caso, l’asse gialloverde sarebbe salvo e il M5S non perderebbe ulteriore consenso, soprattutto di quella parte di elettorato che condivide le politiche securitarie del ministro dell’interno.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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