Fiat addio?

I giornali ovviamente esultano: grande fusione, nasce il quarto gruppo automobilistico del mondo, il titolo fa un salto in Borsa,…

Ma la realtà, con ogni probabilità, sarà un’altra: il progressiva fuga della Fiat fuori dall’Italia ha fatto un altro passo avanti. Dopo la fusione con Chrysler che ha fatto nasce l’holding Fca, dopo lo spostamento della sede legale (quella che paga le tasse del gruppo) in Olanda, con la fusione con Peugeot-Citroen la Fiat rischia di perdere anche le ultime radici rimaste in Italia. Con Chrysler e Peugeot-Citroen (a sua volta collegata con Opel) la nuova entità sarà una multinazionale globale che tratterà l’Italia come uno dei tanti paesi sedi di unità produttive, pronte ad essere svuotate o delocalizzate se il costo del lavoro le tasse italiane risulteranno troppo alte. A queste questioni di guida finanziaria se ne aggiungono altre di natura più squisitamente industriale: Peugeot-Citroen è più forte della Fiat nel settore delle piccole cilindrate, con motori e assetti più competitivi – salvo forse la Panda – e quindi nella ristrutturazione industriale andrà a coprire proprio il grosso delle produzioni oggi esistenti negli stabilimenti italiani. Oggi la Fiat in Italia vale (tra lavoratori diretti ed indotto) 60.000 posti di lavoro, in questa situazione almeno un terzo di questi è immediatamente a rischio…

A tutto questo aggiungiamo qualche valutazione politica: se la nuova multinazionale Fiat-Chrysler-Peugeot-Citroen dovrà chiudere uno stabilimento, dove lo farà? Non certo nei paesi dove la mano d’opera costa di meno (tipo la Polonia che oggi produce le Fiat 500), ma neanche negli USA di Trump o nella Francia sempre nazionalista al di là dei Presidenti che si succedono. Rimane l’Italia, dove i politici di centrosinistra (e spesso anche quelli di centrodestra) sono talmente imbevuti delle frescacce globaliste, da pensare che le multinazionali siano portatrici di investimenti e di crescita occupazionale.

Come quando i Francesi compravano marchi dello moda italiana e Renzi esultata dicendo che erano “investimenti esteri in Italia”, mentre era solo la svendita del made in Italy a multinazionali straniere.

Insomma un pezzo fondamentale della consistenza industriale italiana, su cui troppi soldi pubblici sono stati investiti, rischia di dissolversi nel grande male della globalizzazione. All’erta Sovranisti d’Italia.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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