Il fallimento della generazione fiocco di neve

Fabio ha poco più di vent’anni. Frequenta con mediocri risultati l’università, è figlio unico e appartiene a una buona famiglia. I genitori stravedono per lui, e sperano il massimo. Esentato dalle incombenze materiali, sempre accontentato in tutto, aborre la fatica e il lavoro fisico, disprezza e deride il matrimonio. Non si è mai rifatto il letto da sé, veste solo capi firmati, se va a prendere un gelato in compagnia, deve essere “quella” gelateria, mai andrebbe a sciare senza un equipaggiamento alla moda. E’ uno dei milioni di giovani senza storia, deprivati di identità, strani individualisti entro il gregge, preda perfetta del gusto corrente, delle idee preconfezionate, del conformismo privo di riflessione.

L’uomo, diceva José Ortega y Gasset, non ha natura, ma ha storia: è oggi quello che è perché ieri fu un’altra cosa. Aborriva il soggettivismo, che considerava un morbo e dichiarò “guerra al capriccio”. Chissà che penserebbe se tornasse nell’amata Madrid e potesse osservare le masse giovanili transumanti nella notte, con la bottiglia in mano, vestiti di costosi stracci, con vistosi tatuaggi, anelli tribali e bizzarre acconciature. Certo, sono così perché le generazioni precedenti, i genitori e i nonni, hanno decostruito il mondo. Fragili, impegnati solo nel presente, destano grande preoccupazione per il domani, il loro e quello della società che erediteranno. Sono la generazione “fiocchi di neve”. Freddi, liquidi, informi, si sciolgono al primo sole. E’ in atto, a partire da loro, un raffreddamento globale.

Il pessimista non gode di molte simpatie, è accusato di catastrofismo, preconcetto passatista, incomprensione dei segni del tempo, ma lo scettico più incallito è oltrepassato dalla realtà. Ne è prova l’opera di un osservatore privilegiato, Jonathan Haidt, psicologo americano, docente di leadership etica, una disciplina molto business class. Il suo ultimo libro, La trasformazione della mente moderna, è stato tradotto in diverse lingue, ma non in italiano. Al nostro pubblico è nota soltanto un’opera, A righteous mind, tradotta con il fuorviante titolo di Menti tribali. La tesi di Haidt è che le cattive idee stanno condannando un’intera generazione di giovani al fallimento. Persino statistiche che sembrerebbero confortanti vengono da lui interpretate nel senso dell’introversione, dell’insicurezza dei nostri ragazzi.

La percentuale di chi ha provato l’alcool, il fumo e il sesso prima dei 16 anni è scesa di alcuni punti, dall’inizio del millennio, almeno in America. Nessun sospiro di sollievo: anziché imparare ad assumere rischi senza la rete protettiva degli adulti, troppi vivono rinserrati in casa, attaccati agli apparati informatici. La catastrofe è che nessuno li sta preparando per la vita reale, malgrado le “buone” intenzioni della generazione dei padri. Sono i cosiddetti genitori elicottero, che riempiono le ore della loro prole con attività extrascolastiche e tendono a preservarli da qualsiasi trauma, reale o immaginato, a costo di convincerli di vivere in un mondo spaventoso.
Le cattive idee sono i pensieri irrazionali che i genitori elicottero hanno instillato nei figli. Tre in particolare, secondo Haidt: Ciò che non ti uccide ti rende più debole (la menzogna della fragilità); fidati sempre dei tuoi sentimenti (la menzogna del ragionamento emotivo); la vita è una battaglia tra buoni e cattivi (la menzogna di “noi contro loro”).

Questa combinazione letale di buone intenzioni e cattive idee condanna non solo al fallimento una generazione, ma, a poco a poco, avvelena la società nel suo insieme. Negli ultimi anni, l’ansia, la depressione e il suicidio tra gli adolescenti sono saliti alle stelle, la cultura è diventata ideologicamente uniforme, il che impedisce agli studenti di apprendere, confrontare, farsi un’opinione. I social network e i nuovi media consentono di rifugiarsi in bolle ideologiche, dove si semina il nulla e, per contro, impera la polarizzazione tra membri di tribù contrapposte.
Preoccupa che i disturbi psicologici si stiano moltiplicando tra i più giovani, con cifre in costante aumento e picchi per gli atti di autolesionismo, specie tra le ragazze. Il fatto è che non sono preparati ad affrontare la realtà, gli inevitabili insuccessi, elaborare i no ascoltati per la prima volta con raccapriccio dopo i sì dei genitori e del blando sistema educativo. Il momento cruciale, nella ricostruzione di Haidt, è stato il 2010, la generalizzazione dell’uso dello smartphone, parallela al fulmineo sviluppo delle reti sociali. “La vita sociale degli adolescenti cambiò radicalmente. Nel 2008 i ragazzini andavano a casa degli amici o stavano all’aria aperta. Nel 2010, divenne normale che si rinchiudessero nelle loro stanzette con il telefono cellulare.” Bambini e ragazzi hanno bisogno del gioco per completare il processo di sviluppo neuronale. Se si limita la fase ludica, arrivano meno forti all’età adulta, fisicamente e socialmente, meno resistenti al rischio e più vulnerabili. “Se sei un giovane che si è agganciato alle reti sociali dal 2010, il tuo cervello funziona diversamente dal mio. Questo è un dato di fatto.”, conclude amaramente Haidt.

L’unica alternativa è smontare poco a poco le tre grandi menzogne indicate. Quello che non ti uccide ti rende più debole sembra il credo maggioritario della iGen, i nati dopo il 1995, i nativi digitali, ossessionati dalla sicurezza, non solo fisica, ma soprattutto emozionale. Il dramma è che “credono di doversi mettere in salvo dagli incidenti automobilistici o dagli attacchi sessuali nei campus universitari, ma anche della gente che ha idee diverse dalle loro”. E il restringimento della mente prodotto dal politicamente corretto. Gli esseri umani diventano adulti affrontando le avversità, non sfuggendole.

La seconda menzogna è emozionale: confida sempre nei tuoi sentimenti. Si insegna che se qualcosa dà fastidio, si tratta di un male. Di qui nasce la febbre di boicottaggi a coloro che sostengono “idee erronee”, nonché l’assurdo concetto che le università debbano proteggere gli studenti- giovani adulti maggiorenni – dal confronto. Si tratta di un insulto all’eredità di una civiltà bimillenaria, inaugurata dal metodo di Socrate L’attuale deriva è la prova della facilità con cui le pessime idee attecchiscano tra i più giovani. Ciò vale anche per l’apparente scontro buoni/cattivi, che finisce nel pregiudizio e nell’uso della violenza, fisica o morale, per togliere la parola a chi non piace, anzi, “offende” in quanto dissenziente, non conformista.

Che cosa dedurre dall’opera di Haidt, conferma autorevole di ciò che sperimentiamo quotidianamente? Vien voglia di cavarsela affermando che i giovani si radono ogni giorno, ma non sono uomini. La vita, piaccia o no ai fiocchi di neve, è una cosa seria. Il futuro è nero non solo per la fragilità, l’assenza di passione e il senso malinteso della libertà delle ultime generazioni, ma soprattutto in quanto si estenderanno fino a generalizzarsi l’impreparazione e la bassezza morale delle classi dirigenti, l’infantilismo di massa, la sindrome di Peter Pan che annega la società nella futilità, nel vuoto, nell’impero dell’effimero denunciato da Gilles Lipovetsky.
Vivono in una sorta di orgia protratta all’infinito, la bambagia è il simbolo dei granai dell’avvenire. In Italia, come altrove, abbondano i titoli accademici ma mancano i colti e ancor più i preparati. Le ultime generazioni frequentano l’università, ma assomigliano a un gregge addormentato senza capacità critica né franchezza nella discussione.
I giovani devono affrontare la vita a viso aperto, allenati alla conquista, alla fatica del fare e della conoscenza, lontani dalla pomata emolliente dell’iperprotezione familiare ed educativa, forti nelle idee, alieni alla discoteca emozionale che li circonda. Devono tornare a crescere tra tesi debitamente contrastate, sostenute da principi saldi, premessa della capacità di decisione. Haidt fornisce, nel suo libro, un arsenale intellettuale orientato ad allontanare i giovani dalla Disneyland in cui trascorrono l’età più importante della vita. Ragazzi che si radono ma non sono uomini e ragazze che senza i “mi piace” nelle reti sociali piangono sperdute. Serve ripristinare la forza delle idee e l’idea della forza, intesa come tenuta morale, resilienza alle inevitabili avversità. Basta con l’enfatizzazione confusa delle “emozioni”, produttrici di bambole e burattini facilmente manipolati da ogni potere, preda di ogni sorta di timori e insieme facili obiettivi di propaganda e falsità.

Affermiamolo senza eufemismi: la maggioranza dei Millennials e della i-Gen è debole, ipersensibile, manichea. Non è preparata a guardare in faccia la vita, che è conflitto, né la democrazia tanto esaltata, che è dibattito, contrasto. Corrono verso il fallimento a testa in giù. Generazioni che temono il linguaggio, impauriti da parole o significati, completamenti ignari della realtà: è la neo cultura dell’ultra sicurezza (safetysm), in cui il gregge, docile, lanare, cieco, felice nella sequela del pastore, non si sveglia mai. I cuscinetti protettivi posti dinanzi a ogni disagio creano fragilità esistenziale. Di qui l’ansia e la depressione adolescenziale, ragazzi che traferiscono alla reti sociali le loro emozioni e interazioni sociali vivendo nel paragone dell’aspetto fisico, dello status sociale, nella sindrome “fomo”, fear of missing out, il timore di perdere il contatto con le attività e le esperienze altrui, unita alla paura di essere esclusi da eventi o contesti sociali. La carnevalata è servita con pesanti conseguenze: si desidera il gregge, il gruppo, la moda. Chi non utilizza certi termini o non partecipa a determinati riti o abitudini, è deriso, bullizzato, indicato come pecora nera: un deviante.

I più giovani cercano seguaci, non amici, mancano della vera libertà e non saprebbero utilizzarla, i genitori e i nonni fanno da supervisori permanenti di ragazzi e adolescenti che non arriveranno alla condizione di adulti. La carota è la condiscendenza permissiva, ma anche il videogioco stupido o violento, offerto a navigli portati dal vento che il mare farà naufragare. La fragilità è il primo passo, poi arrivano insicurezza, ansia, irritazione. Finiranno per diventare pessimi professionisti e cittadini nefasti. Non è colpa loro, ma non sanno più che cosa siano la vocazione, la passione. Si limitano a muovere compulsivamente le dita sullo schermo come sonnambuli senza sapere che cosa leggono o vedono. Dispensiamo i nostri rampolli dalla minima burrasca senza sospettare quanto sia sbagliato. “Se proteggiamo i giovani da ogni tipo di esperienza potenzialmente perturbatrice, faremo sì che sia molto più probabile che siano incapaci di combattere con i casi della vita, quando usciranno dal nostro ombrello protettivo “ (J.Haidt)

Non c’è autorevolezza, esigenza esterna, dunque autocontrollo, tenuta interiore, tensione a migliorarsi. Una protezione amniotica che genera depressione, insicurezza, sino ai disturbi psichici e alla piaga dei suicidi giovanili. Sono incoscienti, per responsabilità altrui, anche della violenza quotidiana che vivono e qualche volta praticano. Attraversare, superare esperienze difficili e traumi rafforza il carattere. Non si tratta di esporre a pericoli o trascurare i rischi, ma la dinamica dell’ipersicurezza, l’incultura della bambagia si basa su errori fondamentali sulla natura umana. Per la saggezza popolare “quel che non strozza, campa”. Soprattutto, tempra e permette di separare la sfera emozionale da quella della reazione matura, dell’esperienza e della presa di distanza da fatti e parole, premessa per affrontarli con equilibrio.

I nati dopo il 1982 mostrano tassi di suicidio via via più elevati in base all’anno di nascita. Troppi cervelli in formazione sono occupati solo dai social network, il cui rumore manca di profondità, di autentiche motivazioni personali, in cui tutti desiderano giocare, nonostante il possibile rischio, chiedendo l’approvazione a ogni impresa grottesca. Non ci sono più giochi esterni, fisici, vigorosi, c’è meno tempo per uscire, socializzare, presi dalla febbre di interagire con gli schermi, nella dipendenza da ciò che gli altri ci dicono attraverso la tastiera. Tutti giudicano tutto in una babilonia superficiale intrisa di perfidia. Non ci sono discrepanze ed idee proprie, ma si trema dinanzi alla disapprovazione o al temuto “non mi piace”, il pollice verso nel nuovo Colosseo.
La trasformazione della mente moderna, di cui auspichiamo la traduzione in italiano, è un breviario essenziale per abbandonare la bolla di dipendenza e fallimento, abolire autolesionismo e ansia, proteggere da un mondo liquefatto dove l’armatura è d’argilla. L’osservazione dei più giovani, privi di filtri culturali ed esperienze consolidate, convince che l’intera società occidentale vive fuori dal tempo, il finale è stato ieri, il presente è una sorta di supplemento inerziale, freddo, entropico. La rovina ha raggiunto il sostrato antropologico su cui si chinano ingegneri genetici e improbabili tecnologi dell’identità. Il mondo nuovo che offriamo a chi sta entrando nella vita è un paradiso farmaco-pornografico di individui incomunicabili che trascinano esistenze fantasmatiche in un paesaggio di ceneri.

Saremo catastrofisti, apocalittici, ma lo sguardo sulle generazioni degli evanescenti, precocemente estenuati fiocchi di neve, ci porta a un sentimento considerato reazionario, la malinconia. Cadono le foglie, non solo sul capo incolpevole della generazione “fiocchi di neve “. Sotto la neve pane, dicevano i contadini. Non resta che accendere fuochi ed attendere la primavera.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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