Il Primo Re, cinema verticale

Il film di Matteo Rovere “Il Primo Re” sta ottenendo un successo crescente e, per certi versi, inatteso per cui si moltiplicano i dibattiti, le discussioni, le recensioni, molte delle quali protese pedantemente a trovarne difetti, o a scovarne carenze e criticità.

Insomma si ripete lo schema sanremese (per citare eventi un po’ più vicini) di un prodotto culturale apprezzato dal pubblico e dalla gente e che l’intellighentia si sforza di demolire e ridimensionare.

Ultima in ordine di tempo la stroncatura di Furio Colombo su “Lettera 43” nella quale si introduce, con un’operazione scopertamente manipolatoria, il tema dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’apertura dei confini che avrebbe caratterizzato la “vera” Roma assai differentemente, a suo dire,  dalla “falsa” Roma di Rovere.

Questo tipo di critica però non coglie uno dei valori principali dell’opera di Rovere: la profondità dei temi cui rimanda, lo spessore del racconto, la dimensione verticale rispetto all’appiattimento sulla dimensione orizzontale della contemporaneità e dell’attualità.

Cosa vogliamo dire quando parliamo di “dimensione verticale” e di “profondità di temi”? Tale dimensione è già preannunciata dalla splendida citazione  scespiriana che apre il film  sulla inesistenza di un Dio che possa comprendersi. Nel complesso della narrazione si registrano ammiccamenti ed allusioni sapientemente smorzate e lasciate sospese alla tragedia greca e all’errata interpretazione di un oracolo da cui muoverebbe la vis tragica, alla riflessione sul potere fine a sé stesso del Macbeth scespiriano, al senso religioso delle origini e delle età arcaiche così come descritto in quel trattato di antropologia ante litteram che fu “La Scienza Nuova” di Giambattista Vico.

Tra questi temi, tutti legati all’essenza dell’umano, predomina però quello della ribellione al Dio, del “fuoco rubato agli Dei”, dell’illusione che si possa fare a meno del Dio e che ci si possa sostituire. E’ la caduta in cui incorre Remo. Quando l’uomo pretende di fare a meno del Dio si trasforma in qualcosa di meno che “umano”, si trasfigura negativamente e smarrisce sé steso dando origine a nefandezze e ad atti orribili e tremendi. In fondo il limite tracciato con il fuoco a terra e che nessuno può oltrepassare, non è un semplice confine terrestre e mondano. Esso marca anche l’estremo limite di un nomos che non può essere violato, di una legge non soggetta all’arbitrio soggettivo degli uomini che non può essere tradita e trasgredita; allude simbolicamente al più invalicabile dei confini:quello tra umano e sovraumano.

Questa dimensione del film è completamente negletta e ignorata da certa critica intellettual-progressista.

Vi sono inoltre altri aspetti, non trascurabili, su cui val la pena spendere qualche riflessione. E’ un film interamente italiano: italiana la regia, italiani gli attori, italiane le splendide musiche della colonna sonora, italiani fotografo, sceneggiatore e costumista. Insomma una dimostrazione che la migliore “Cinecittà” ha ancora degli eredi degni di rinverdirne i fasti.

La narrazione è superba perché si snoda con un ritmo pieno di suspence sul quale non pesa l’uso del latino come lingua con il possibile rischio di distrazione dello spettatore nel dover leggere i sottotitoli in italiano. La tecnica del racconto filmico si avvale di una sapiente pluralità di angolazioni da cui muove la cinepresa per puntare sulle scene, sui protagonisti, sui loro volti e le rispettive movenze. Impeccabile e realistica anche la ricostruzione degli ambienti. La scena dell’alluvione e dello straripamento del Tevere non indulge in autocompiacimenti come negli hollywoodiani film catastrofici ma riesce a mettere in simbiosi la tragicità dell’evento con l’esigenza di sobrietà e snellezza del racconto e della narrazione.

Si tratta insomma di un’opera che non solo merita di essere vista e, forse, anche rivista ma che meriterebbe di essere il primo passo di un sequel, di una serie (magari una trilogia) che ci ricordi le origini della nostra civiltà: ciò che siamo stati e di cui dobbiamo portar memoria, se vogliamo al meglio comprendere ciò che potremmo essere.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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