Il trionfo di Boris. Baroni e operai protagonisti della Brexit

Ho avuto l’onore di conoscere Boris Johnson. Quando eravamo io il sindaco di Roma e lui quello di Londra ci siamo incontrati più volte, abbiamo fatto anche uno “scambio di prigionieri” – come dicevamo scherzosamente – quando mio figlio è andato a studiare a Londra e sua figlia ha fatto altrettanto nella nostra Capitale. È un personaggio bizzarro ed estroso, indubbiamente, ma non è affatto un mezzo pazzo come stanno ancora cercando di raccontarci i nostri giornali.

Boris è un genio con una forte cultura classica (ha scritto anche un interessante libro sulla Roma antica), uno che è riuscito a modernizzare positivamente la sua Città quando era Sindaco, a gestire con questo ruolo un’impeccabile edizione delle Olimpiadi e a passare da protagonista nella politica nazionale. In questa nuova veste ha levato di mezzo prima l’indeciso David Camerun e poi l’improbabile Theresa May, dando nuova forza al vecchio partito dei Tories e scippando a Nigel Farage la bandiera della Brexit.

Oggi guida la Gran Bretagna fuori dal pantano dell’Unione Europea, promettendo di chiudere la partita entro la fine del prossimo gennaio. Perché? Per due motivi: il primo è che ha compreso che Bruxelles è un condominio franco-tedesco dove non c’è spazio per altre nazioni sovrane, ma solo per colonie come l’Italia e la Grecia, o per spettatori marginali come la Polonia e, appunto, il Regno Unito. Il secondo motivo è che Johnson e i suoi economisti vogliono reindustrializzare la loro nazione, uscendo dall’equivoco del “terziario finanziario” che arricchisce la City ma ha ridotto al lastrico tutto il resto del Paese.

Insomma i conservatori – come negli USA i repubblicani di Donald Trump – hanno capito fino in fondo che nessuna grande nazione può crescere economicamente e socialmente se non mantiene o ricostruisce la propria base industriale, rimandando al mittente tutte quelle ricette globaliste che vorrebbero devolvere i compiti manifatturieri alle nazioni emergenti e mantenere in Occidente solo il terziario e la cultura. Per realizzare questa svolta epocale di sviluppo i vincoli di Bruxelles sono troppo pesanti e ingarbugliati, meglio liberarsene per poter procedere speditamente.

In più la vecchia aristocrazia anglosassone, insieme alle classi lavoratrici e al ceto medio impoverito, non ne potevano più di quel declino identitario, condito di maionese multietnica, che segna da decenni la storia britannica. Se la Vandea l’hanno fatta “baroni e contadini”, la Brexit se la sono intestata “baroni e operai”.

Insomma dobbiamo seguirlo con grande attenzione questo Boris Johnson che – dopo questo trionfo, alla faccia delle patetiche manifestazione degli “europeisti” davanti a Downing Street – si candida ad essere la prima stella europea del sovranismo.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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