La retorica sul debito pubblico “brutto brutto”

Ogni tanto nel dibattito politico fa capolino la retorica sul debito pubblico “brutto brutto” che deve essere ridotto, perché questo debito peserebbe sulle nuove generazioni, le quali devono così pagare i “bagordi” dei padri. Dunque, abbassarlo diventa quasi un dovere che richiede, tra l’altro, immani sacrifici (chissà perché; ma lo vedremo).

Mai retorica fu più destituita di qualsiasi fondamento macroeconomico. E mai lo fu, perché in realtà, davanti al refrain sul debito pubblico da abbattere, nessuno dice cosa è il debito pubblico e nessuno dice perché oggi sarebbe da abbattere. E questo perché se davvero venisse spiegata la dinamica del debito pubblico e le ragioni per le quali oggi qualcuno parla di ridurlo, la gente con un cervello funzionante inizierebbe a farsi troppe domande. Domande che i neoliberisti non vogliono che vengano poste con troppa insistenza.

In un articolo non è possibile riassumere la complessità della questione, e dunque ci si limiterà a mettere a fuoco qualche punto fondamentale.

Cos’è il debito pubblico “brutto brutto”?

In uno Stato sovrano il debito pubblico “brutto brutto” è semplicemente una forma di finanziamento che lo Stato utilizza per recuperare risorse, chiedendo al privato un investimento e offrendo in cambio un vantaggio (normalmente un interesse). Qualora nessun privato sottoscriva i titoli del debito pubblico o non tutti i titoli vengono collocati, la Banca Centrale acquista il residuo emettendo moneta e finanziando lo Stato (processo di monetizzazione del debito). Il denaro viene poi utilizzato per la spesa pubblica in deficit, e dunque per esempio per costruire strade, ponti, finanziare la sanità, l’istruzione, la difesa e in generale per espandere l’economia reale e garantire i livelli occupazionali (e perciò il benessere collettivo).

Se si sceglie una politica di riduzione del debito pubblico, lo Stato deve necessariamente: o aumentare l’esazione fiscale, oppure deve tagliare la spesa pubblica in deficit, ovvero ancora deve realizzare entrambi gli obiettivi (perseguendo così il pareggio di bilancio). In ogni caso, le politiche restrittive così definite riducono gli investimenti nell’economia reale. Ergo, riducono il reddito dei cittadini, e questo perché la spesa pubblica (in deficit) essendo una componente fondamentale del PIL, riflette il loro reddito. E per i “cittadini” intendo tutti: dall’operaio, al professionista, passando per le aziende e gli artigiani. La riduzione della spesa in deficit (fino al pareggio), comporta inoltre una riduzione delle prestazioni sociali, dunque della sanità e dell’istruzione, che peggiorano in qualità e servizi, costringendo i cittadini a rivolgersi ai servizi a pagamento o a rinunciare alla prestazione se il loro reddito non è tale da coprire il costo.

La diminuzione del reddito dei cittadini dunque crea povertà, meno introiti fiscali e più assistenza. Dunque la spesa corrente si aggrava e con essa si aggrava la pressione fiscale, perché lo Stato rinunciando in tutto o in parte a una forma di finanziamento “pulito” come il debito pubblico, deve recuperare risorse in altro modo. E quest’altro modo – si è detto – è l’aumento ulteriore della pressione fiscale che erode sempre più il reddito disponibile. Dunque l’economia reale si avvita su se stessa e va in stagnazione.

I nodi sul debito pubblico “brutto brutto” vengono al pettine

Ed è in questo risultato – la stagnazione – che i nodi sul debito pubblico “brutto brutto” vengono al pettine e si scopre perciò la ragione primaria del perché oggi la retorica che lo riguarda è nella top ten dei discorsi politici ed economici. La sua riduzione, infatti, giustifica politicamente e moralmente l’inibizione dell’interventismo statale in economia e la demolizione dello Stato sociale, e dunque la conversione dei servizi essenziali (istruzione e sanità in primis) in servizi commerciali a pagamento, facendo passare il tutto come una necessità per combattere gli sprechi, la malapolitica, le inefficienze della burocrazia e la corruzione.

Ma questo è solo un aspetto del complesso discorso sul debito pubblico “brutto brutto”. La domanda fondamentale che ci si deve porre infatti è un’altra: come è stato possibile che oggi la retorica del debito pubblico “brutto brutto”, al netto dei (banali) discorsi sulla corruzione e sugli sprechi che riguardano la spesa statale, abbia fatto incredibilmente presa sull’opinione pubblica, tanto da indurla a credere che davvero il debito pubblico sia destinato a gravare sulle nuove generazioni?

Le regole UE che rendono il debito pubblico “brutto brutto”

Qui entrano in gioco l’Unione Europea e le sue regole ordoliberiste su debito e spesa. Perché, vedete, finché lo Stato italiano era sovrano, e cioè aveva una sua moneta e una Banca Centrale lender of last resort (prestatore di ultima istanza del debito pubblico), il debito pubblico, seppur monetizzato, si attestava intorno al 50% sul PIL (che intanto cresceva) e i tassi erano minimi. Non esisteva speculazione, lo Stato investiva (in deficit) nell’economia reale e i salari crescevano. Nessuno all’epoca si sognava di definire il debito pubblico brutto brutto, tranne quattro gatti ordoliberisti, estimatori del “modello tedesco”, anche perché l’industria italiana portava il nostro paese a diventare la quinta potenza industriale al mondo e insidiava (guarda caso) l’economia tedesca.

Le cose sono cambiate quando l’Italia – follemente (ma è una lucida follia indotta) – decise non solo di rendere la propria banca centrale indipendente e non più obbligata a monetizzare il debito (1981), ma anche quando concluse che era giunto il tempo di mettere in soffitta la Costituzione del 1948 e aderire al Trattato di Maastricht (1992), il quale – è noto – poneva un tetto (arbitrario) al debito pubblico “brutto brutto” (60% del PIL) e alla spesa pubblica ancora più brutta (3% del PIL). Il tutto perché intanto gli ordoliberisti si erano moltiplicati nel nostro paese e le mira egemoniche della Germania (intanto riunitasi) avevano trovato in loro proficua sponda ideologica e politica.

I nostri guai con il debito pubblico “brutto brutto” sono iniziati dunque negli anni ‘80 e sono peggiorati negli anni ‘90 e infine si sono incancreniti negli anni 2000 dopo l’adesione scellerata alla moneta unica (che ci ha tolto sovranità monetaria), e peggio pure al Fiscal Compact (2012) che ci ha imposto il pareggio di bilancio e dunque un limite di spesa pubblica prossima allo zero in rapporto alle entrate (abiura del deficit).

In questo contesto, il debito pubblico “brutto brutto” è iniziato a lievitare e odiernamente sfiora il 130% del PIL. Le ragioni di questo lievitamento sono complesse, ma essenzialmente note. Senza troppi giri di parole e semplificando, paghiamo fior di quattrini di interessi sul debito perché non esiste più una banca centrale che lo garantisca e perché abbiamo uno Stato sociale che – nel rispetto della Costituzione – richiede comunque un certo tipo di risorse che solo il finanziamento tramite il debito pubblico può soddisfare, seppure in un contesto desovranizzato. Sicché, odiernamente, nell’euro (e dunque in quel contesto desovranizzato), a causa di questa “discrasia” tra regole europee e Costituzione (su cui sono stati scritti degli ottimi libri), ci troviamo costantemente davanti a due scelte: o attuiamo politiche di contenimento del debito pubblico “brutto brutto”, tagliando la spesa pubblica, privatizzando e facendo un po’ di macelleria sociale, e dunque violando palesemente la Costituzione, oppure, essendo il nostro paese alla completa mercé della speculazione finanziaria (i “mercati”), l’eventuale debito pubblico “brutto brutto” utilizzato per mantenere livelli decenti di stato sociale è destinato a lievitare sempre di più in ragione del tasso di interesse che varia al variare della domanda di acquisto dei titoli sul mercato, valutato in rapporto a un titolo indice (il bund tedesco). E tale domanda normalmente cala (e il tasso aumenta così come lo spread) quando lo Stato cerca di fare politiche di spesa in deficit (e dunque a vantaggio dell’economia reale) e aumenta (e conseguentemente cala lo spread e il tasso di interesse) quando invece le politiche sono di contenimento della spesa in deficit e del debito, e vengono attuati piani di privatizzazione e di dismissioni.

E’ un meccanismo perverso che assomiglia parecchio a un ricatto. O tagli e impoverisci l’economia per finanziarti e sopravvivere, oppure se vuoi cercare di far crescere la tua economia, sei destinato al “fallimento” perché poi i mercati non ti comprano più il debito pubblico “brutto brutto” e nessuna banca centrale ti verrà in aiuto (e se lo farà, lo farà a un prezzo piuttosto salato – says european rules). Non esiste nessuna terza via; non esiste nessuna austerità espansiva.

Tutto questo per garantire la stabilità dei prezzi (obiettivo UE simulato) e dunque la rendita finanziaria del grande capitale (obiettivo UE dissimulato). E va da sé che poco importa che poi gli scarsi investimenti pubblici contraggano paradossalmente il PIL e determinino così un aumento del rapporto debito/PIL. Sicché oltre il danno, pure la beffa. Non solo non possiamo fare spesa pubblica in deficit perché dobbiamo contenere il debito pubblico “brutto brutto”, ma proprio perché non possiamo fare spesa pubblica in deficit, l’economia non cresce, il PIL ristagna, e ristagnando determina un aumento del rapporto debito/PIL che deve essere ridotto attraverso politiche restrittive e di austerità. Un gatto che si morde la coda.

Conclusione sul debito pubblico “brutto brutto”

Dunque la retorica sul debito “brutto brutto” è figlio sostanzialmente della retorica ordoliberista di matrice tedesca che impregna l’europeismo dalla punta dei capelli alle unghie dei piedi. E l’europeismo non è altro che il volto positivo e rassicurante del neonazionalismo tedesco (qui). Dunque, la retorica sul debito pubblico “brutto brutto” è il frutto di un progetto politico di dominio e di egemonia tedesca sui paesi europei (e in particolare quelli del sud Europa), che può compiersi solo e se quei paesi vengano annichiliti economicamente e socialmente, e rinuncino perciò alle loro Costituzioni democratiche e al principio di uguaglianza sostanziale che impegni lo Stato a intervenire in economia per garantire e incentivare lo sviluppo economico e la piena occupazione.

Se non è una guerra poco ci manca.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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