L’esempio di Giano Accame

Caro Direttore,

Le chiedo ospitalità per ricordare, nel decennale della morte, Giano Accame giornalista, storico, promotore di cultura ed intellettuale della Destra italiana tra i più attivi nei decenni a seguire la fine del 2° conflitto mondiale sino alle ultime collaborazioni su “Area” e su “Il Secolo d’Italia”.

Io credo che il segno distintivo di quest’intellettuale di razza sia stato il coraggio. Non si tratta solo e semplicemente del coraggio fisico che egli dimostrò nel 1945, allorché sedicenne, decise di arruolarsi nella RSI l’ultimo giorno prima della resa per dimostrare che non amava salire sul carro dei vincitori oppure quello che dimostrò militando nel Movimento Sociale quando questa militanza poteva significare un agguato alle spalle o un attentato mortale.

Dimostrò, e ciò è stato da esempio ad intere generazioni di militanti politici di Destra, soprattutto grande coraggio intellettuale impegnandosi da subito nella difficile intrapresa di far affermare la Destra portandola fuori dal ghetto sia culturale che politico ed adoperandosi per costruire “ponti”, “incroci”, “vie di comunicazione” con le altre aree culturali attigue o compatibili con la Destra. Ribadiamo il sostantivo “coraggio” perché si trattava di una vera e propria “intrapresa” con il rischio concreto di prenderle (dal punto di vista degli ostracismi e delle diffidenze) sia dall’una che dall’altra parte.

Infatti spesso questa impresa gli costò incomprensioni, diffidenze, una mancata carriera parlamentare oppure nelle istituzioni e sub istituzioni (come è avvenuto per altri intellettuali più “organici” alla Destra) ma nessuno di questi prezzi, talvolta abbastanza alti, lo fece indietreggiare.

Quando si manifestarono i primi segni della crisi del parlamentarismo italiano e della partitocrazia post degasperiana collaborò con Randolfo Pacciardi al progetto di una Repubblica Presidenziale scrivendo e di fatto dirigendo il periodico pacciardiano “Nuova Repubblica” prima e la reminiscenza mazziniana “L’Italia del Popolo” successivamente. Di lì a qualche anno (1979) Giorgio Almirante che pure non aveva mai ben sopportato l’intraprendenza e la libertà intellettuale di Accame lanciò dal congresso di Napoli del M.S.I.-DN  il progetto di “Nuova Repubblica”.

Quando Bettino Craxi, da Presidente del Consiglio, ricevette Giorgio Almirante assicurandogli che non avrebbe consentito più alcuna discriminazione nei confronti della Destra missina, Giano Accame  comprese prima di tutti gli altri che qualcosa stava mutando nello scenario politico nazionale  e cominciò a lavorare perché il socialismo italiano si tingesse di tricolore smettendo gli abiti rosso sgualciti dell’epoca di De Martino e dell’ultimo Nenni; al tempo stesso affinché la Destra missina recuperasse dal suo patrimonio ideale la sua vocazione “sociale” scrisse  libri come “Socialismo Tricolore” organizzò e curò mostre grandiose come quella sull’ “Economia Italiana tra le due Guerre” che dagli spalti del Colosseo fu persino esportata a New York nel 1984.

Nel 1987 la destra universitaria del FUAN colse, in alleanza con i gruppi di Comunione  e Liberazione, un grosso successo nelle elezioni all’Università di Roma. Giano Accame collaborava a “Il Sabato” il settimanale di CL con un rubrica chiamata “bankiller” laddove, prima di Tremonti, intuì i rischi e i pericoli di un’economia troppo basata sull’egemonia della speculazione finanziaria a danno della produzione di beni reali. Su quelle stesse pagine faceva le sue prime sortite fuori da “Il Secolo d’Italia”  la “rautiana” Flavia Perina e non è da escludere che Accame si fosse in qualche maniera adoperato per questa collaborazione.

Quando nacque Alleanza Nazionale quanti avrebbero scommesso che Accame si sarebbe schierato per la nuova nascente formazione di A.N. e non per la Fiamma Tricolore degli altri due  “figlii del sole” (questa era la definizione dei giovani missini tradizionalisti nell’immediato dopoguerra) Pino Rauti ed Enzo Erra cui era legato per età, estrazione culturale, propensione intellettuale?

Che dire poi del suo “garantismo” in materia di giustizia! Posizioni, tutte queste, che spesso nel mondo della Destra italiana gli costarono l’isolamento e l’incomprensione di tanti, anche dello stesso Gianfranco Fini e di Pinuccio Tatarella che pure lo vollero alla direzione del “Secolo d’Italia” nel 1988 ma che -non dobbiamo dimenticare-   nel 1991, dopo che egli ebbe trasformato questo giornale da “bollettino di partito” in un giornale vero con collaborazioni anche esterne e di un certo prestigio, lo sacrificarono sull’altare dell’unità di facciata all’interno del MSI tra un segmento  della corrente di Pino Rauti e quella dei finiani. Una delle prime clausole di questo accordo prevedeva infatti l’allontanamento di Accame considerato in odore di “eresia” perché troppo simpatizzante di Craxi e del socialismo tricolore quindi primo responsabile “culturale” del mancato “sfondamento a sinistra” che Pino Rauti si era prefisso con la sua breve segreteria.

Tra il 1999 e il 2001, riuscì a trovare sintonia con Sergio Tau e a preparare con lui, pur di versante politico ideologico del tutto opposto, delle belle monografie per “RAI Educational” intitolate “Intelligenze Scomode del Novecento”, programmi in cui fece conoscere personalità ed intellettuali dimenticati come Sironi, Pound, Céline, Blasetti, Schmitt, Evola, Martinetti, Gentile, uomini di cultura sulla cui importanza,oggi, nessuno avrebbe più da ridire.

Nel 2002, dopo la vittoria di Berlusconi e del centro destra e la formazione del 2° governo del Cavaliere, oramai era palese la conclusione definitiva dell’esperienza della 1^ repubblica ed egli che aveva combattuto, scritto, prodotto idee, programmi e progetti per una radicale riforma dello Stato in senso presidenzialista pubblicò “Una Storia della Repubblica” per i tipi di Mondadori. In questo saggio, scritto da storico di prim’ordine, non esitò a sottolineare i meriti delle classi dirigenti democristiane che nel secondo dopoguerra s’impegnarono nell’opera di ricostruzione morale e materiale dell’Italia.

Ho avuto l’onore personale di averlo avuto ospite a Montalbano Jonico a presentare questo suo saggio insieme ad un altro storico di razza, del versante opposto, Antonino De Francesco, già Preside della Facoltà di Lettere dell’Università della Basilicata ed oggi titolare della cattedra di “Public History” alla Statale di Milano. Fu una serata indimenticabile, ci si ritrovò in un’atmosfera di intenso dialogo e di densa comunicazione culturale ed intellettuale tra storici di generazioni differenti e di estrazione ideologica diversa.

Un particolare: andai a prenderlo con la mia auto a Potenza, laddove, a 73 anni era arrivato da Avellino (città nella quale nel pomeriggio aveva tenuto un’altra manifestazione) su di un’utilitaria, accompagnato da un altro militante politico. Non sembrava una scena del 2002, invece sembrava di vivere una di quelle scene da film ambientate nell’immediato dopoguerra.

Anche in quell’occasione Giano aveva dimostrato coraggio; coraggio militante, a servizio non di un partito, di interessi o di ambizioni personali, ma di un’Idea, quell’Idea che aveva animato tutto il suo percorso intellettuale ed esistenziale: l’Idea di un’Italia sovrana, attrezzata con una forma statuale presidenziale  e “sociale”.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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