Maschio, ti devi vergognare!

Uno spettro si aggira per l’Occidente: lo spettro del maschio. Tutte le potenze dell’Occidente si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro. Per riflettere sull’assurda lotta ingaggiata contro il sesso e l’universo maschile, siamo costretti a parafrasare il celeberrimo incipit del Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels, che Umberto Eco, genuflesso in adorazione del suo idolo, considerò “un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven”. Oggi assistiamo sbigottiti a una crociata contro il maschio e il maschile, colpevole di ogni male del mondo, un essere intrinsecamente malvagio, prevaricatore, violento, da rieducare con le buone o le cattive, ma innanzitutto da ri-costruire attraverso la vergogna, persino l’odio di sé.

Parliamo dell’ondata neo femminista alla caccia del nemico da abbattere: l’essere umano di sesso, anzi genere maschile, peggio se bianco eterosessuale, portatore insano dell’eteropatriarcato, stupratore seriale, feccia dell’umanità. Un’orribile concentrato di frottole aizza contro la natura maschile e giustifica politiche discriminatorie che occultano un inedito risvolto ideologico postcomunista, una volta di più alleato con le cupole del potere neoliberista, il cui regno si fonda sulle divisioni indotte. Lo Zelig progressista, veicolato attraverso partiti, istituzioni, associazioni, sedicenti movimenti culturali, organizzazioni non governative gonfie di denaro, agisce come sempre: coarta la libertà di chi non la pensa secondo moda e idee dominanti, additandolo a nemico pubblico con la complicità della maggioranza dei mezzi di comunicazione e del sistema politico. E’ capitato con il dibattito sull’immigrazione illegale, sui cosiddetti “nuovi diritti”, aborto, procreazione assistita, eutanasia (il diritto di morire!) nozze omosessuali.

Il vero nemico della nouvelle vague femminista non è l’eteropatriarcato e neppure l’esecrato maschilismo. Nemica è la libertà in quanto tale, cominciamo a gridarlo. Il salto di qualità, nelle battaglie più recenti, sta nel diffondere odio contro l’essere umano di sesso maschile in quanto tale. Sono un maschio, mi devo vergognare di me stesso, della mia natura, dei miei istinti, dei miei valori, dichiarati intrinsecamente negativi. In quanto uomo, sono un prodotto mal riuscito della creazione, dell’evoluzione e della società, dunque devo essere decostruito, smontato e riprogrammato in base al teorema di malvagità, falso e indimostrato.

La questione di cui prendere coscienza è che il femminismo radicalizzato di questi anni è un ulteriore tentativo di contrapporre, mettere gli uni contro gli altri gli esseri umani, imprigionandoli in categorie con il pretesto di emanciparli. In tale operazione è alleato con le cupole del potere economico e finanziario e i loro mazzieri culturali, il progressismo di ascendenza marxista dalla maschera libertaria. L’obiettivo è sempre quello: farci perdere l’identità, indebolire il pensiero critico per sostituirlo con l’indifferenziato, l’Identico, una sorta di Ermafrodito e Consumatore globale da condurre a guinzaglio in un immenso centro commerciale ove tutto è diversamente uguale.

Hanno la necessità di creare inimicizie e contrapposizioni per meglio dominarci; lo comprese per primo Ortega y Gasset, la società di massa sfocia in spezzoni di società reciprocamente ostili. Il bianco contro l’uomo di colore, il nativo contro l’immigrato, l’eterosessuale contro l’omosessuale e, naturalmente, l’uomo (degradato a maschio, cerchiamo di cogliere la differenza) contro la donna.  Dimenticata l’unica ineguaglianza che interessa lorsignori: quella del denaro.

Il segnale dell’inizio della nuova guerra tra i sessi (no, i generi!) non poteva che arrivare dagli Stati Uniti, il centro dell’impero, con il movimento di opinione – creato e sovvenzionato, ovviamente – #Metoo. Significa “anch’io” e pretende di riunire le donne che hanno subito violenza, stupro, molestie, aggressioni, ingiustizie lavorative (mobbing), persecuzioni personali o telefoniche (stalking), ma l’elenco dei soprusi si estende all’infinito.  In qualche Paese si è proposto di considerare reati anche certi sguardi o sorrisi. Nel vasto mondo ispanofono, si vorrebbe punire penalmente il “piropo”, il tradizionale complimento galante in versi o frasi.

In queste operazioni abilmente preparate e condotte con ampio dispiego di mezzi, si parte invariabilmente da assunti del tutto condivisibili, giacché nessuna persona sensata, neppure un semplice “maschio”, un untermensch, per dirla con Nietzsche, approva la violenza sessuale, lo stupro e la molestia. Conseguita senza difficoltà l’unanimità nella condanna di quelle condotte, peraltro già colpite dai codici penali, il passo successivo è di allargarne la portata, esagerare o manipolare le statistiche, indicare come violenza o molestia comportamenti di ogni tipo. Su quelle basi taroccate, quasi ogni donna può considerarsi una vittima, come uno sterminato esercito di uomini, pardon maschi. Terzo scalino, ottenere, sull’onda dell’emozione e dell’indignazione popolare provocata ad arte, provvedimenti legislativi e divieti, imporre credenze false, tipo la violenza, la prevaricazione, la natura di predatore insaziabile attribuita in blocco al maschio della specie umana.

L’obiettivo collaterale, accuratamente occultato, è distruggere definitivamente l’istituzione familiare, poiché il postulato/ teorema a cui è proibito opporsi, è che la stragrande maggioranza della violenza si produca in ambito familiare. Allo scopo, si è provveduto ad estendere le norme a tutte le coppie, anche non conviventi, e alle ex coppie.

L’eteropatriarca oppressore è servito, ma non basta ancora, ed è in corso un progetto di ingegneria sociale e giuridica destinato a manomettere niente meno che uno dei cardini dello Stato di diritto, ovvero l’uguaglianza di fronte alla legge. La costituzione italiana la proclama solennemente all’articolo 3, vietando discriminazioni “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni economiche e sociali”. La violenza detta “di genere”, ovvero commessa da un uomo contro una donna, è già diventata un’aggravante rispetto alle altre fattispecie. Nulla di male che si inaspriscano le pene per violenti, stupratori, prevaricatori, ottima cosa se diventa più forte la riprovazione sociale, ma a patto che le fattispecie siano precisamente definite e, soprattutto, non si facciano distinzioni tra vittima e vittima, e neppure tra colpevoli, in base a un costrutto ideologico indimostrato, la tendenza dell’esemplare umano maschio alla violenza contro la donna.

In Italia non siamo ancora pervenuti alle follie di qualche legislazione straniera, ma è aperta la strada. In Spagna, nazione vicina, latina e di vecchia tradizione cattolica, vige una legge che ha stabilito l’incredibile principio che ogni aggressione di un uomo nei confronti di una donna con relazione di coppia, anche passata, sia considerata “violenza di genere”, soggetta a pene più gravi. E’ quindi sancita la disuguaglianza per motivi di sesso, si è introdotta la responsabilità oggettiva. Una recente sentenza del Tribunale Supremo, omologo della nostra Cassazione, ha condannato a sei mesi un uomo per una lite con la fidanzata finita in reciproca aggressione. A parità di danni riportati, la ragazza si è vista infliggere tre mesi di carcere per violenza semplice, la metà della pena toccata al compagno.

La follia giuridica è evidente, ed aspettiamo le decisioni dei tribunali spagnoli dinanzi a episodi di violenza tra coppie omosessuali maschili, teoricamente punibili in modo diverso da quelle femminili. Ulteriore problema se si tratterà di transessuali o di qualcuno che si sente uomo o donna senza averne le caratteristiche fisiologiche. Quella legge fu promulgata dal governo di sinistra di Zapatero, ma votata entusiasticamente da tutte le forze politiche.

Da qualche mese, per iniziativa del nuovo partito Vox, si è riaperto il dibattito. Naturalmente, più che dibattito, è una sequenza di insulti nei confronti di Vox, che chiede di cambiare la legge, riformulandola come norma sulla violenza intrafamiliare. Gli attacchi anche fisici, le intimidazioni che subiscono gli esponenti – e in primis le aderenti donne- di quel partito, dimostrano di quale forza sia capace una menzogna ripetuta mille volte, sino a diventare verità indiscutibile. Lo teorizzò Goebbels, non proprio un fiero democratico, ma la tentazione totalitaria di certo femminismo è sempre più forte.

Interessante è la formulazione della legge in questione, il cui obiettivo, indicato nel primo articolo, è di “agire contro la violenza come manifestazione della discriminazione, la situzione di disuguaglianza e le relazioni di potere degli uomini sulle donne “. Superato lo stupore, vale la pena chiedersi in base a quale innovazione giuridica il legislatore iberico, la cui Costituzione proclama l’uguaglianza, approvi l’asimmetria penale in cui l’uomo riceve un castigo superiore a parità di condotta per il fatto di essere maschio. In più, ed è l’elemento profondamente ideologico e falso della visione sottostante, si afferma che quella violenza è “strutturale”, dunque la responsabilità non è personale, ma della categoria collettiva maschile, proclamando che la violenza di genere “si manifesta come il simbolo più brutale della disuguaglianza “, proibita dalla costituzione! Eppure l’intero arco parlamentare di una democrazia “liberale” ha stabilito per legge che il 50 per cento dell’umanità è strutturalmente violento.

Qualche giurista pignolo potrebbe osservare che, posta la violenza come componente naturale e irredimibile del maschio, dunque non controllabile, crolla anche il principio di imputabilità, ma poiché affermano che la violenza commessa da me è “strutturale”, ossia deriva da un costrutto sociale, il fenomeno del predominio maschile di cui anch’io sono oggettivamente parte (me too?), non ho scampo. Ciò è chiaramente in contrasto con la responsabilità di fronte alla legge, personale e soggetta a giudizio in base all’intenzione, agli effetti, alle circostanze, alla condotta generale. Tutto oltrepassato, sono uomo, ergo maltrattatore.

Ogni legge ha un testo, ma anche un contesto; le idee del femminismo radicale di genere diventano norma, punendo le persone per quel che sono (maschi) e non per quello che hanno fatto. E’ il nomos contraffatto delle ex società liberali, che stanno deviando pericolosamente dallo stato di diritto per entrare nel territorio dell’imposizione ideologica. Ne abbiamo già sperimentato i veleni con le norme antidiscriminazione, che hanno introdotto il reato di pensiero non ammesso in società che avevano fatto della libertà di coscienza un emblema.

Intanto, dinanzi alla valanga di contumelie suscitate dalle idee diffuse nel presente testo, è del tutto vano protestare la più totale ostilità nei confronti della violenza, delle molestie e l’assenza di qualsiasi indulgenza nei confronti di chi le pratica. Non è ammessa discussione: l’oppositore è un deviante da eliminare, le sue idee indegne, spregevoli. Espulso. In nessun caso è ammesso il dialogo con il dissenziente. Democrazia in quanto comandano loro.

Rimane una domanda essenziale: da uomo, riconosco me stesso e le persone che ho incontrato nella vita nel cupo ritratto neofemminista? Rotondamente, no. Nell’ormai lungo cammino, ho conosciuto manipolatori ma anche manipolatrici, persone interessate a utilizzare la propria posizione a ogni fine, non escluso quello sessuale, ma il bieco quadro antimaschile è sbagliato e falso, il che non significa che non esista violenza e prevaricazione.

Resto persuaso che la ragione più profonda di certi comportamenti non stia nell’equivoco eteropatriarcato o nel maschilismo (nell’immaginazione coatta è sempre un difetto, a differenza del femminismo che è sempre una virtù), bensì nel disprezzo per la persona umana, l’indifferenza verso l’altro diffusa dalle ideologie individualiste e materialiste, l’esibizione del sesso a fini di commercio. La riduzione della persona a individuo, poi a soggetto, infine a materiale umano, non può che determinare una concezione dell’essere umano ridotto a cosa, strumento. Di potere, di dominazione, di piacere, persino di sadismo.

Sono queste le visioni da combattere con tutte le forze, pena la regressione spirituale e civile di cui è un ulteriore passo ogni legislazione discriminatoria, indipendentemente dalle intenzioni e dai destinatari. Sul piano strettamente personale, ho ricevuto una doppia vaccinazione perpetua nell’infanzia, con una carissima zia picchiata da un marito alcolista. Mise le cose a posto un altro uomo, il nonno, vecchio ma indomito, quando seppe dei maltrattamenti e andò pesantemente per le spicce con il genero. Fece benissimo, forse perché non condizionato dai messaggi degli ultimi decenni.

Contro il maschio, infatti, la guerra è in corso da molto tempo: i ragazzi non possono più fare giochi “pesanti”, come è istintivo e normale, sono banditi i modelli basati sull’onore personale e la voglia di affrontare pericoli, la lotta, il desiderio di proteggere con ogni mezzo, essere custodi della legge, il senso della responsabilità, la volontà di scoperta, superare prove e assumere responsabilità. Il maschietto non cresce effeminato, ma dimezzato, afflitto da sensi di colpa, insicuro, timoroso di essere cattivo. Non lo è, è solo un giovane maschio in attesa di diventare uomo. Uno sporco lavoro lo sta svolgendo la pubblicità, madre e maestra dell’Umanità Nuova. Non contenta di proporre, cioè imporre attraverso l’iterazione del messaggio diventato coazione a ripetere, l’omarino mammo, lavapiatti, esperto di detersivi per l’ammollo, l’ultima botta arriva da Gillette, la multinazionale degli articoli da barba.

Non sentivamo il bisogno del rasoio femminista, ma ora l’abbiamo. In una campagna pubblicitaria globale (pensata e girata negli Usa) il vecchio slogan “il meglio per gli uomini” è accompagnato da filmati di molestie a donne e bullismo su bambini. L’invito di Gillette è sconcertante, l’uomo deve radere non la barba, ma la “mascolinità tossica”. E’ questo il meglio a cui può aspirare un uomo? si chiede la voce fuori campo. Pare che la campagna si stia rivelando un doppio autogol. Da un lato, migliaia di utenti hanno attaccato la campagna sulle reti sociali, accusando Gillette di alimentare un patetico attacco contro la mascolinità e di essere un megafono del femminismo radicalizzato. Alcuni si sono sentiti offesi come clienti: questo Gillette pensa di me, che uso da anni i suoi prodotti? Nel 2017 un’analoga campagna coinvolse un altro marchio, Axe, i deodoranti “del maschio alfa”, che invitò gli uomini a mettere in questione lo loro mascolinità con domande del tipo: può un uomo vestirsi di rosa? può non amare lo sport o amare i gatti?

Premessa la difficoltà di comprendere la relazione tra maschilismo e gatti, è interessante la risposta di un creativo pubblicitario a domande sul taglio di quelle campagne: “il femminismo non è una moda passeggera, è un movimento che conosce un picco molto alto e quello che stiamo facendo serve ad accompagnarlo. Con il fenomeno, di #Metoo ha acquisito un crescente protagonismo. Cambia lo status quo e la pubblicità ne è un riflesso.” Lodevole sincerità, il cui significato è che i persuasori occulti non sono più tali, si sono tolti la maschera e lavorano con l’approvazione dei committenti, i piani alti del potere industriale e mediatico, la cui alleanza con il radicalismo ideologico postmoderno è conclamata.

Non abbiamo più occhi per vederla e cervello per comprenderla, ma la colpa è nostra. Si perde la libertà poco a poco, poi con moto accelerato in corrispondenza della sconfitta del pensiero critico e del senso comune. Ci hanno espropriato anche delle parole per ribellarci. Lo capì un giovane filosofo cattolico scomparso prematuramente, Emanuele Samek Lodovici. “Se vogliamo strappare a una persona il mondo, basta strapparle le parole con cui capisce quel mondo. Le parole saranno sempre più impoverite di significato e crederà che il mondo corrisponda alla povertà di significato delle sue parole”. La parola maschio è una di quelle che ci hanno strappato per confinarla nel recinto del Male, della Violenza, rovesciandone il significato in nome di un “nuovo” i cui contorni sono il regresso, la menzogna totalitaria, l’indottrinamento obbligato a verità capovolte.

Oggi bisogna chiedere scusa per essere uomini. Forse il rimedio paradossale per tornare a far parte del bene e del progresso è l’omosessualità, oppure accettare di diventare zerbini di un’ideologia che approfitta di legittime frustrazioni di alcune donne per vendicarsi in nome (dell’interpretazione) della storia. Nel mondo all’ingiù – usiamo il loro linguaggio – si tratta di un dispotico maschilismo rivoltato, un rigurgito uguale e contrario dei difetti strutturali imputati al nemico di genere. Prevaricatrici, si arrogano il diritto di parlare e decidere a nome di tutte le donne, le quali, ringraziando Dio, sono diverse dall’immagine rancida e luciferina delle neofemministe di genere.

Uomini e donne, per grazia del Creatore o per meraviglioso esito della Natura, non sono nemici, ma esseri diversi destinati ad incontrarsi, completarsi ed unirsi nel progetto di un cammino comune, aperto alla solidarietà ed alla nascita di nuovi membri della specie umana. La loro alleanza, pur tra difetti, errori e problemi e, perché non dirlo, ingiustizie, resta la modalità più luminosa, libera ed efficiente di vivere e riprodurre la società degli uomini. Il resto è menzogna.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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