Renzi e Conte presto insieme

È sconcertante vedere la pochezza delle analisi politiche che vengono fatte sulla scissione di Matteo Renzi, soprattutto dai giornali che guardano a sinistra (cioè quasi tutti). A sentire questi signori, Matteo Renzi sta agendo per risentimento, per mero protagonismo personale. Per carità protagonismo quanto ne volete (ma quale leader politico non ha questa malattia?), ma il cuore della scelta di Matteo Renzi è una profonda intuizione.

Profonda quanto pericolosa per il nostro popolo. Renzi alla fine ha capito che il PD, come tutta la sinistra classica di questo paese, non ha, e soprattutto non può avere, un modello progettuale di innovazione e di governo. Perché il partito fondato da Veltroni è paralizzato con una contraddizione insuperabile: quella di voler essere da un lato il partito della globalizzazione (e quindi della UE) e dall’altro lato la casa dei reperti storici della sinistra italiana, dal sindacalismo operaista al movimentismo antagonista, dalla socialdemocrazia statalista ai catto-comunisti.

Due cose che non possono stare assieme, che si elidono a vicenda sia dal punto di vista progettuale che da quello elettorale. Renzi ci ha provato, durante la sua segreteria, ad eliminare la componente della vecchia sinistra per trasformare il PD nel partito liberal della globalizzazione, ma è stato irrimediabilmente sconfitto. E allora esce fuori per ripete in Italia la stessa esperienza di Macron in Francia e, in altre epoche, della “terza via” di Tony Blair. Un partito che punta tutto sulla “società aperta”, sull’innovazione tecnologica più avanzata e sulle sue illusioni consumistiche, sulla competitività nel mercato globale che si fa solo abbassando il costo del lavoro (vedi il Jobs Act).

Questo è un modello per misurarsi con la globalizzazione: a noi sovranisti fa orrore, ma è un modello competitivo. Il PD e tutta la vecchia sinistra, invece, non hanno alcun modello, perché vogliono aprirsi alla globalizzazione senza abbandonare i propri vecchi attrezzi ideologici. Gli eredi di Berlinguer non lo possono capire: protezioni sociali e difesa del lavoro possono reggere la globalizzazione solo in una prospettiva sovranista, cioè recuperando la dimensione nazionale del mercato del lavoro e dello Stato sociale.

E vi dirò di più: alla fine, se questo progetto di Renzi troverà spazio (e ce ne è uno enorme, non presidiato da nessuno), Giuseppe Conte andrà con lui, anzi sarà il candidato premier di questo schieramento. Perché Renzi sa di non essere più spendibile in questo ruolo, mentre il professore di Foggia vola nei consensi della società liquida. Renzi stratega e Conte premier, vedrete che questo schema emergerà sempre di più, mano mano che i 5 Stelle saranno divorati dalle loro contraddizioni di partito populista seduto sulle poltrone.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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