Se il Governo gialloverde vuole cambiare sul serio, rimetta in discussione il MEF e gli Affari Esteri

Non c’è nulla da fare, finché questo Governo sarà sotto tutela, non si può ipotizzare nemmeno lontanamente un vero cambiamento. Lo abbiamo potuto appurare in questi mesi: la linea politica internazionale ed europea dell’Italia è cambiata poco o nulla. Più forma che sostanza, perché, a parte le polemiche con il presidente francese e il distinguo sul Venezuela, tutto è rimasto immutato. Abbiamo accettato l’Unione Bancaria, ci siamo piegati alla correzione sul deficit previsionale per non prenderci una procedura che avrebbe giustificato politiche ben più incisive in fase recessiva, siamo stati zitti su Aquisgrana, abbiamo aperto alla candidatura di Weidmann alla BCE, e infine non abbiamo nemmeno voluto rimettere in discussione il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

E questo solo sul fronte internazionale/europeo. Sul fronte interno le cose certo non vanno meglio. Stiamo faticando a fare un decente spoil system, non solo per le resistenze del deep state, ma anche per le reticenze interne al Governo, unitamente a una evidente carenza di cultura istituzionale e costituzionale. Ecco dunque che abbiamo piazzato Savona alla Consob, quando invece doveva andarci Minenna. E su Bankitalia, il tentativo di cambiare un membro del direttorio è stato fatto passare dai media (schieratissimi) per un reato di lesa maestà, quando è assolutamente normale che il Governo abbia il pieno diritto di nominare i membri della governance di Bankitalia. Indipendenza, infatti, non significa che i membri della Banca centrale italiana possano autonominarsi; significa solo che le decisioni assunte dall’istituto non possono essere dettate dal Governo. Purtroppo.

Vero è che un Governo che non decide o che non vuole decidere, ovvero che si lascia imporre le decisioni, o è un Governo “complice” oppure semplicemente è un Governo privo degli adeguati strumenti culturali, giuridici e politici per perseguire i propri obiettivi di politica nazionale e internazionale. In entrambi i casi, a trarne danno è la volontà popolare e il popolo italiano tutto, che deve subire le angherie e gli interessi dell’Unione Europea e delle élite.

I pentaleghisti dunque provvedano subito a cambiare registro. E’ ora di prendere seriamente in mano la situazione e dare una sterzata realmente “sovranista”. Non ci sono strategie che tengano, né scuse che si è lì da appena otto mesi o che si è in minoranza nella compagine governativa. Esiste un contratto e quel contratto in alcuni punti prevede determinate riforme. Il toro in alcuni casi va preso per le corna “prima di subito”; ritardando troppo o rimandando, si rischia di sterilizzare la spinta rinnovatrice e il relativo consenso, dando nuovamente respiro alla fazione risultata perdente alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, che dalla sua oggi conta sui media e su un deep state ostile ai gialloverdi.

Non esistono scuse. Ecco perché, a mio avviso, una delle prime cose che dovrebbe fare questo Governo, prima del DEF e comunque prima delle elezioni europee, è rimettere in discussione le poltrone del MEF e degli Affari Esteri, assolutamente cruciali per perseguire i fondamentali e irrinunciabili obiettivi di politica nazionale e internazionale. Diversamente, il fallimento è assicurato e il cambiamento rimarrà solo sulla carta, e cioè là dove vuole che resti la conservazione europeista e globalista. Che oggi, nonostante tutto, sta ancora vincendo.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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