Se l’autonomismo distrugge l’unità nazionale

Non intendo fare un discorso complesso, ma è chiaro che il tentativo di attribuire alle regioni del nord, quelle più ricche, maggiore autonomia, con il trasferimento di una serie di competenze, soprattutto in tema di sanità e istruzione (capisaldi del welfare nazionale), rischia di (cor)rompere (ulteriormente) l’unità nazionale e la coesione sociale, creando sostanzialmente due Italie: una di serie A e l’altra di serie B.

Ma del resto questo concetto, il nord produttivo e il sud la palla al piede, è anch’esso un mantra neoliberista portato avanti da anni nel nostro paese, alimentato con l’idea della limitazione dei trasferimenti fiscali. Ciò che viene prodotto al nord in termini di gettito fiscale deve rimanere al nord; se non tutto, almeno la maggior parte. Con tanti saluti alla solidarietà nazionale.

Si tratta dell’ennesimo attacco alla Costituzione del 1948, già pericolosamente compromessa dalla riforma del 2001. Il progetto autonomista che si vuole realizzare va nella direzione sbagliata e avrà come unico effetto l’aggravarsi del divario economico e sociale tra nord e sud, in un’epoca – la nostra – nella quale si impone una limitazione dell’intervento statale in economia e la trasformazione del lavoro costituzionalmente inteso, nel lavoro-merce (qui), il cui ulteriore corollario è l’emigrazione verso la parte ricca del paese e verso l’estero.

Chi oggi afferma di voler difendere la sovranità statale, il popolo italiano, e dunque l’emancipazione dell’Italia dalla tirannia economica franco-tedesca, offerta – sappiamo – all’opinione pubblica come un roseo e paradisiaco europeismo, opera – consapevolmente o meno – affinché la medesima tirannia abbia la meglio: spezzare l’unità nazionale costituzionale, la solidarietà sociale nord-sud e dunque allargare ancora di più il divario tra le regioni del nord e quelle del sud, indebolisce l’indivisibilità ex-art. 5 Cost., la coesione nazionale e infine la capacità della nostra Patria di far fronte alle sfide europee e globali con la giusta determinazione nella direzione di un recupero integrale della sovranità.

Per questa ragione, qualora la riforma costituzionale richiederà il referendum ex-138 Cost., il mio voto sarà un sonoro no. Come accadde nel 2016 per la riforma voluta dall’allora Governo Renzi, il mio NO sarà posto a tutela e presidio della Costituzione del 1948, già ampiamente violata dai trattati europei e dalle riforme costituzionali che hanno sottomesso la nostra sovranità alla sovrastruttura eurista. Non serve un ulteriore smottamento che renderebbe questo Stato-nazione ancora più fragile. Serve maggiore unità e maggiore solidarietà. Serve tornare alla Costituzione del 1948. I federalismi e gli autonomismi, lasciamoli ai neoliberisti!

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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