Vita e morte pari sono. Almeno per la Consulta

La consulta ha deciso: assistere un suicida in alcune situazioni non è più reato. I magistrati si sostituiscono ad un Parlamento che vigliaccamente ha rinunciato ad assumersi le proprie responsabilità. Strano in una Nazione dove per giorni ci siamo sentiti ripetere l’importanza ed il ruolo di Camera e Senato, sottolineare come la nostra sia una democrazia parlamentare. Scopriamo che questa responsabilità è cogente quando si tratta di formare governi privi di consenso, non lo è per assumere decisioni su argomenti esiziali per la nostra società.

La conclusione di questa “fuga” della politica è che in Italia per la prima volta passa il principio della libertà di scegliere di morire: la vita non è più un bene non negoziabile, ma si trasforma in bene di consumo, regolata dalla capacità individuale di accettare o meno la sofferenza. E si apre così una porta verso l’inferno, di cui già abbiamo cognizione in alcune nazioni occidentali, Olanda ed Inghilterra tra tutte. È l’individuo, sulla base della propria sensibilità, a decidere se valga la pena o meno di vivere. Si prospetta cioè alle persone una via di uscita dalle proprie sofferenze che non è la cura ma la morte, equiparando vita e morte sullo stesso piano di scelta. E drammaticamente il togliere la vita ad una persona, seppur per sua libera volontà, diventa un atto medico, con i laureati in medicina che invece di salvaguardare la vita si troveranno a toglierla, rispondendo alla follia nichilista di una società che deve mercificare tutto, anche l’esistenza.

Ma se la vita è un bene disponibile, tanto che uno può scegliere di togliersela, questo significa che il suo valore dovrà di volta in volta essere stabilito dalla società. Un valore che sarà “quantificato” sulla qualità e conseguentemente sull’utilità di quella stessa vita. Ed allora avranno “diritto” a porre fine alle proprie sofferenze i depressi, per i quali vivere è una sofferenza, i carcerati, per i quali la privazione della propria libertà è spesso causa di sofferenza; e domani qualcuno ci dirà che il paziente affetto da demenza, non più in grado di interagire con il mondo circostante, in realtà sta soffrendo e, anche se non può autonomamente decidere, sarà compito della società “benevola” alleviare un dolore che non può essere curato. E sarà compito di un medico e di un magistrato decidere quando è il momento di staccare la spina ad un malato incurabile.

L’inferno della società liberista, sarà la realtà in cui i nostri figli dovranno vivere. Una realtà in cui saremo liberi di scegliere di morire, ma non di decidere come vivere. Un mondo in cui vivere e morire saranno posti sullo stesso piano, scelte legate alla sensibilità individuale. Grazie Cappato, grazie radicali: il vostro odio per la vita ha vinto ancora una volta.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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