18 maggio 1920-2020: San Giovanni Paolo II, profeta della Solidarietà e della Sovranità

Il 18 maggio ricorre il centenario della nascita di Karol Wojtyla. Questa ricorrenza può essere utilmente spesa per riflettere e meditare su di un pensiero che non è esagerato definire da un lato “profetico” e segnato da tersa e lucida analisi del tempo presente dall’altro.

Fu infatti proprio una lettura appropriata e scevra da pregiudizi sulla fase storica della fine del comunismo che gli fece presentire e prevedere i rischi di un’ Europa e di un mondo del tutto votati al profitto e alla ricerca sfrenata ed egoistica dei soli beni materiali; aspetti largamente presenti anche nel capitalismo rampante di quegli anni.

Fu proprio grazie all’ovvio (come poteva essere altrimenti per il Capo della Cristianità?) riferimento al Trascendente ed a Cristo che egli poté meglio comprendere e spiegarci nelle sue encicliche sociali come nella sua celebre intervista “Memoria e Identità” i profondi ed intimi sommovimenti che agitavano e turbavano il grande mare della storia delle nazioni e del mondo.

Il “pensiero  forte” di questi suoi scritti può ritenersi addensato, oltre che intorno alla centralità di Cristo nella Storia e nella vita, anche intorno ai temi della sovranità e della solidarietà. E la cosa stupefacente è che se è vero, come disse Joseph De Maistre, che “la Storia è politica sperimentale”, Karol Wojtyla si trovò oggettivamente a  sperimentare la validità del suo pensiero nelle vicende drammatiche, ma anche esaltanti, della liberazione della sua patria, la Polonia, dal Comunismo.

In “Memoria e Identità” si trovano ben 5 capitoli dedicati ai concetti di Patria, Nazione e Identità. Quasi heideggerianamente egli parte dall’etimologia dei termini di “patria” e “nazione” per definirne poi i contorni e le irrinunciabili ed ineliminabili caratteristiche: “Il patrimonio e, in seguito, la patria sono dunque strettamente uniti dal punto di vista concettuale con il generare; ma anche il termine “nazione” ha un suo rapporto, dal punto di vista etimologico, con il nascere.”

Intimo è il legame tra la nazione ed un territorio, così come altrettanto stretto è il nesso tra nazione e cultura: “Col termine “nazione” si intende designare una comunità che risiede in un certo territorio e che si distingue dalle altre comunità per una propria cultura.” Avendo in mente la storia della sua Polonia non può negare che in alcune epoche le nazioni possano essere anche private del loro territorio e ciononostante, se è forte l’interno vincolo della cultura, esse non periscono, anzi non è improbabile che lo spirito nazionale si rafforzi: “Il territorio strappato con la forza ad una nazione diventa, in un certo senso, un’implorazione ed anzi un grido rivolto allo “spirito” della nazione stessa. Lo spirito della nazione allora si desta, vive di una vita nuova e lotta perché siano restituiti alla terra i suoi diritti.”

Ciò è reso possibile per il fatto che, secondo il Papa polacco, famiglia e nazione sono società e comunità “naturali” e perciò irrinunciabili ed insopprimibili: “La dottrina sociale cattolica parla in questo caso di società “naturali”, per indicare un particolare legame, sia della famiglia che della nazione, con la natura dell’uomo, la quale ha una sua dimensione sociale.”

E dalla forza intensa e irriducibile di questo legame che sorge il diritto di una nazione ad essere sovrana sul suo popolo, sulla cultura di questo popolo e sul suo territorio: “Quello che io dico qui in ordine al diritto della nazione e al fondamento della cultura per il suo avvenire non è l’eco di alcun “nazionalismo” ma rispecchia un elemento stabile dell’esperienza umana […] Esiste una sovranità fondamentale della società che si manifesta nella cultura di una nazione. Si tratta della sovranità per la quale, nello stesso tempo, l’uomo è supremamente sovrano.”

San Giovanni Paolo II ha dedicato ben tre encicliche alla “questione sociale”, pubblicate tutte in occasione di qualche ricorrenza riguardante le encicliche “sociali” di altri pontefici: dalla Rerum Novarum alla Populorum progressium. Nelle encicliche di Wojtyla ricorrono espressioni ed echi molto familiari al nostro retroterra culturale, quali: “umanesimo del lavoro”, “unione tra capitale e lavoro”, “partecipazione”, “ipoteca sociale sulla proprietà privata” ed altre. Del resto anche la Rerum Novarum conteneva molti assunti del corporativismo cattolico di Giuseppe Toniolo che in qualche modo aveva rappresentato uno dei punti di riferimento per alcuni teorici del corporativismo del ventennio.

Il tema del lavoro, della dignità del lavoro e del suo profondo aspetto umano è centrale nella riflessione sociale di San Giovanni Paolo II: “E con la parola “lavoro” viene indicata ogni opera compiuta dall’uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze […] Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.” (Laborem Exercens, 1981).

Questa dimensione profondamente umana del lavoro è ulteriormente nobilitata  dal fatto che con la sua opera ed il frutto del suo lavoro l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, partecipa all’opera del Creatore e, in misura delle proprie possibilità, “continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse  e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato.” Anche per questo privare una persona per lungo tempo del proprio lavoro non è soltanto privarlo di un sostentamento e di un reddito (cosa di per sé già poco dignitosa) ma significa anche privarlo di questa dignità spirituale, propria dell’uomo, che è il poter partecipare al “farsi del creato”; è come privarla della dignità e della nobiltà propri del “subcreatore” direbbe J.R.R. Tolkien.

Nelle encicliche sociali più volte Papa Wojtyla chiarisce di non voler offrire una “ricetta di governo”, né di voler elaborare una sorte di ideologia da “Terza Via” che vada ad affiancarsi a Marxismo e Capitalismo. Questo non spetterebbe alla Chiesa, perché la Chiesa “è esperta in umanità” più che in dottrine ideologiche,  tuttavia c’è in esse uno sforzo continuo di cercare una sorta di punto di equilibrio tra tutela della proprietà privata e sua dimensione “sociale”, tra libera iniziativa economica e ruolo equilibratore e di coordinamento e programmazione dello Stato, tra riconoscimento dell’importanza del profitto per l’azienda e rischio che esso si assolutizzi disumanizzando il lavoro e la vita in quella comunità di lavoro che è appunto l’azienda.

Questi punti sono concepiti in stretto legame con il tema della “sovranità”. In Sollecitudo Rei Socialis (1987), parlando da polacco delle conseguenze del Comunismo sulla menomazione di sovranità alla sua nazione, anche a mezzo di un iniquo sistema sociale basato sulla collettivizzazione e quindi sulla deresponsabilizzazione,  ebbe ad affermare: “Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all’emigrazione e favorendo, altresì, una forma di emigrazione “psicologica”. Una tale situazione ha le sue conseguenze anche dal punto di vista dei “diritti delle singole Nazioni”. Infatti, accade  spesso che una Nazione viene privata della sua soggettività, cioè della  “sovranità” che le compete nel significato economico ed anche politico-sociale e in un certo qual modo culturale, perché in una comunità nazionale tutte queste dimensioni della vita sono collegate tra di loro.”

Il 1 maggio del 1991, festa di San Giuseppe Lavoratore,  a cent’anni dalla Rerum Novarum, San Giovanni Paolo II pubblicò la sua terza enciclica sociale Centesimus annus. Il comunismo era stato sconfitto, si affacciavano i primi sintomi di quell’autentica malattia della storia che è il “mondialismo”, favorita da una sorta di “turbo-accelerazione” del capitalismo finanziario internazionale. Molti lessero nell’enciclica papale una sorta di sterzata in senso liberista della dottrina sociale elaborata dal Pontefice polacco negli scritti precedenti.

Rileggendola a quasi 20 anni di distanza, alla luce di quanto accaduto, invece si può cogliere il lato “profetico” del pensiero di Wojtyla. Non c’è una espressione in cui egli, pur rimarcando la necessità delle libertà, d’intrapresa come di disponibilità dei propri beni, di profitto come di indipendenza dalle burocrazie, non paventi il rischio che si possa degenerare nell’idolatria del profitto, nello sfruttamento del lavoratore, nella incontrollabilità dei meccanismi di mercato che possono condurre alla povertà dei molti e alla sovra ricchezza dei pochi: “Sembra che tanto a livello delle singole Nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni. Ciò, tuttavia, vale solo per quei bisogni che sono “solvibili”, che dispongono di un potere di acquisto, e per quelle risorse che sono “vendibili”, in grado di ottenere un prezzo adeguato. Ma esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato. È stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano.”

A conclusione della sua ricca e documentata biografia di San Giovanni Paolo II, Andrea Riccardi afferma che “la visione wojtyliana della storia è una sorta di “teologia delle nazioni””. Un posto centrale in questa “teologia delle nazioni” è quello rappresentato da ciò che il Pontefice polacco definiva “struttura di peccato” e dal ruolo che ogni persona può svolgere nel combattere e sconfiggere queste “strutture di peccato” contribuendo a cambiare il corso degli eventi e ad indirizzare la storia verso direzioni alternative rispetto a quelle che al rinunciatario e al disperato possono apparire deterministicamente immutabili ed irrimediabili. Ciò che accadde in Polonia negli anni ’80, dopo che sul soglio pontificio vi arrivò il Cardinale Karol Wojtyla, ne è una lampante dimostrazione.

Pubblicità
Pubblicità

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi