28 anni fa moriva Giovanni Falcone, un eroe che continua ad essere ucciso

Giovanni Falcone era nato il 18 Maggio del 1939, a Palermo, nel quartiere della Kalsa, lo stesso quartiere dove era nato anche Paolo Borsellino, un quartiere, appunto, contraddittorio, ad alta densità mafiosa, dove era nato anche Tommaso Buscetta.

Tre uomini il cui destino si incrocerà più tardi negli anni, segnando una svolta decisiva nella vicenda della lotta alla mafia.

Nello stesso quartiere della Kalsa di Palermo erano nati tre uomini, che pur essendo cittadini dello Stato Italiano, appartenevano in realtà a due Stati diversi.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino allo Stato Positivo, cioè posto dall’ordinamento legittimo dello Stato Italiano, e l’altro, Tommaso Buscetta, appartenente ad uno Stato Negativo.

Quello Stato Negativo che il Professor Frosini chiamava “micro-ordinamento di Diritto Negativo”.

Una felice definizione, in forza della quale, Frosini specificava che la Mafia possiede in sé gli elementi costitutivi di uno Stato, e cioè il territorio, le leggi e l’esercizio della Sovranità su quel territorio stesso, ma pur sempre un ordinamento negativo, sia perché non posto dallo Stato Legittimo, sia perché in contrapposizione con quello Stato.

Come ebbe a dire Paolo Borsellino: “La mafia è uno Stato, anzi è uno Stato nello Stato, e due Stati, fra di loro, o fanno accordi o si fanno la guerra”.

Una frase non soltanto profetica, come ebbe poi a dimostrare la trattativa Stato-mafia, ma fondata evidentemente su precisi elementi di riscontro investigativo.

La visione che Giovanni Falcone aveva del fenomeno mafioso era una percezione per così dire “dall’interno”, una visione fatta di vita vissuta, di un palermitano onesto che sin da piccolo aveva respirato l’aria insalubre del contesto mafioso, e che, forse per questo, più tardi si era laureato in Giurisprudenza, divenendo poi magistrato, col preciso intento di combatterla.

Questa storia dimostra che non sempre gli elementi ambientali condizionano in modo unilaterale le scelte degli uomini.

Falcone fece una scelta, una scelta diversa ed opposta, rispetto a quella fatta dai mafiosi, ma una scelta che ha il colore della speranza, perché può essere liberamente condivisa da altri cittadini onesti.

Divenuto magistrato, Giovanni Falcone fu assegnato 12 anni alla Procura di Trapani, dove ebbe modo di maturare la sua conoscenza del fenomeno mafioso su un territorio come quello trapanese e del suo hinterland (Alcamo, Castelvetrano, Castellammare del Golfo, Marsala, Mazara del Vallo) dove erano radicate alcune delle più potenti famiglie mafiose.

Un territorio con un altissimo numero di Istituti di Credito privati, sui quali aveva investigato il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, e che per questo aveva pagato con la vita.

Un territorio che nel 1985 vide, in località Pizzolungo l’attentato dinamitardo al giudice Carlo Palermo, in cui persero la vita una madre ed i suoi due figli.

Carlo Palermo stava investigando sulla pista del traffico internazionale di eroina e, soprattutto, sul traffico internazionale di armi e su alcuni aspetti collegati al ruolo dei servizi segreti deviati.

Dopo questo lungo periodo presso la Procura di Trapani, Giovanni Falcone viene assegnato alla sezione istruttoria del Tribunale di Palermo, chiamato dal giudice Rocco Chinnici, poi assassinato nel 1983 in Via Pipitone a Palermo, con una carica esplosiva.

Falcone accettò l’incarico subito dopo la morte del giudice Terranova, ucciso a Palermo nel 1979, a colpi di carabina Winchester.

Ormai Falcone aveva fatto la sua scelta decisiva, quella che lo porterà, sotto la guida del giudice Caponnetto, insieme a Paolo Borsellino e ad altri magistrati, a costituire il pool antimafia, iniziando quel percorso investigativo che lo porterà ad istruire il maxi-processo di Palermo, il più grande processo mai istruito nella lotta contro la mafia.

Anzi, in assoluto, il più grande processo mai celebrato al mondo. Gli imputati furono 475, responsabili di più di 1000 omicidi, con 19 ergastoli ed un totale di pene detentive pari a 2665 anni di reclusione.

Questa lunga e complessa indagine avvenne negli anni della cosiddetta “guerra di mafia”, e fu segnata da varie svolte investigative, di cui la più importante fu la collaborazione di Tommaso Buscetta, e, successivamente, di altri pentiti, come Salvatore Contorno e Gaspare Mutolo.

Le rivelazioni di Buscetta consentirono di svelare il funzionamento e l’articolazione sul territorio dell’organizzazione mafiosa, il suo organigramma, le sue gerarchie, i suoi affiliati, la sua responsabilità nei vari episodi delittuosi.

Consentì inoltre di svelare, in collaborazione con l’F.B.I., i collegamenti internazionali fra Cosa Nostra e la mafia italo-americana.

Aprì, inoltre, prospettive investigative che risulteranno poi determinanti per individuare le relazioni tra la mafia, la politica e le Istituzioni deviate.

Durante il lungo periodo in cui Falcone operò presso il Tribunale di Palermo, egli dovette subire una lunga serie di attacchi denigratori e di cocenti delusioni, che passarono dalla sua mancata nomina a Capo del pool antimafia, per la quale il C.S.M. preferì nominare Antonino Meli, al posto del giudice Caponnetto, e che culminarono con lo scioglimento, da parte di Meli, del pool antimafia.

Dovette affrontare la cosiddetta “stagione dei veleni”, la vicenda del “corvo” di Palermo, le accuse di avere gestito male il fenomeno dei pentiti, la vicenda del fallito attentato all’Addaura, che consentì a Falcone stesso di parlare di “menti acute e intelligentissime”, come promotrici dello stesso attentato, alludendo al ruolo di una parte dei servizi segreti italiani.

Alla fine, l’isolamento insieme a Paolo Borsellino, per motivi di sicurezza, nel super-carcere dell’Asinara.

La nomina di Sica, che gli fu preferito al vertice dell’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, posto che Falcone stesso aveva richiesto dopo lo scioglimento del pool.

Infine, nel 1990, arriverà la convocazione, da parte del Vice Presidente del Consiglio e Ministro di Grazia e Giustizia ad interim, Claudio Martelli, a dirigere la sezione Affari Penali.

Anche stavolta, Falcone subirà pesanti attacchi, in particolare dal Partito Comunista Italiano, che contribuiranno alla sua delegittimazione ed al suo isolamento.

Addirittura l’Associazione Nazionale Magistrati arriverà a promuovere uno sciopero per impedire la sua nomina a Superprocuratore Nazionale Antimafia.

La Procura Nazionale Antimafia era per l’appunto la struttura di coordinamento info-operativo nella lotta alla mafia, voluta da Falcone proprio allo scopo di contrastare adeguatamente, su un piano organico e non frazionato dalle varie competente territoriali, il fenomeno mafioso.

Il 22 Maggio del 1992, finalmente Falcone era riuscito ad ottenere i voti necessari alla sua nomina.

Il giorno dopo, il 23 Maggio 1992, cioè esattamente ventotto anni fa, alle ore 17:58, nei pressi di Capaci, l’esplosione di 1000 kg di tritolo, poneva fine alla sua vita, a quella di Francesca Morvillo, e a quella Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, uomini della sua scorta.

Si chiudeva così, tragicamente, la vita di Giovanni Falcone.

Una sua famosa frase diceva: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

Certamente Giovanni Falcone, almeno rispetto ai principi che ispirarono la sua stessa vita, è morto una volta sola.

Il telecomando da cui partì l’impulso che fece detonare la carica, fu attivato da Giovanni Brusca.

Uno di quei mafiosi che poteva andare ai domiciliari perché il suo nome era contenuto nell’elenco dei 376 criminali scarcerati dai Magistrati di Sorveglianza, nella vicenda che ha portato alle dimissioni dell’ex Capo del D.A.P. Basentini, e che ha chiamato in causa la responsabilità dell’attuale Ministro della Giustizia Bonafede.

Quel Ministro Bonafede, che, evitando di assumersi questa responsabilità, ha scelto di non dimettersi, e alla fine della vicenda, durante la quale si è discussa la mozione di sfiducia contro di lui nell’Aula del Senato, si è dichiarato “soddisfatto”.

Molti aspetti relativi alla strage di Capaci sono ancora oscuri, e alcuni filoni investigativi e processuali sono ancora aperti, ed interessano direttamente il possibile ruolo svolto da apparati cosiddetti “deviati” dello Stato Italiano.

In questo senso possiamo ancora dire che Falcone sia morto una volta sola?

O forse, dobbiamo tristemente constatare che ancora oggi, la sua memoria, anziché essere onorata e rispettata, continui ad essere offesa, tanto da farlo morire ancora più e più volte, proprio ad opera di alcuni esponenti di quello Stato al quale Giovanni Falcone consacrò la sua vita e per il quale, senza ritenersi un eroe, seppe e volle morire, una volta sola.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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