50 anni dai Moti di Reggio Calabria: dal Capoluogo negato alla conquista della Città metropolitana

Moti di Reggio Calabria, 50° anniversario

La memoria inizia ormai a sbiadire, i reggini però sono ancora sensibili alle emozioni che 50 anni fa riuscì a suscitare la “Rivolta di Reggio Calabria”, tanti ancora ricordano e testimoniano quanto accadde in quel periodo. Risalire alle origini di quella sommossa popolare, guardare cosa sia cambiato dalla realtà di allora è il modo ideale per comprendere i sentimenti e la rabbia di quei giorni. Si tratta di un periodo storico che bisogna considerare come un valore per l’intera nostra comunità, da trasmettere alle generazioni future, come esempio di una dignitosa reazione da parte della città ad un grave torto subito.

La Rivolta rappresenta il più vasto moto popolare della storia repubblicana italiana, la prima Rivolta ”identitaria” d’Europa. Tutto ebbe inizio il 14 luglio 1970, in occasione del primo sciopero generale indetto per contestare la decisione del governo che indicava Catanzaro quale capoluogo della Calabria, e dura, con varia intensità, fino al settembre 1971 con strascichi che arrivarono al 1973. Tuttavia, le sue conseguenze si protrassero per molto tempo.

Il motivo scatenante della Rivolta fu, solo in apparenza, la sottrazione del capoluogo. Le ragioni tuttavia, non possono essere ridotte ad una semplice questione campanilistica o, come si disse, di “pennacchio”. Ciò che la città rivendicava era considerato un diritto inalienabile, che derivava da una storia millenaria, consapevole che il rischio era quello di perdere l’ultimo treno in direzione dello sviluppo.

Reggio era da tempo una potenziale polveriera, per questo motivo la ribellione dei reggini non fu solo un’esplosione di furia politica, ma prima di tutto un rigurgito di disagio sociale con un Popolo che sentiva forte la sensazione di essere stato preso in giro per l’ennesima volta, dal governo centrale, che ora voleva pure scippare il titolo di capoluogo di regione, assecondando la “spartizione” della Calabria, decisa nel corso di una cena in un ristorante romano, dai maggiorenti politici del tempo che, costituendo l’asse cosentino-catanzarese, esclusero Reggio da ogni possibilità di rivendicazione.

Tutta la stampa lo ammise successivamente, anche quella attestata su posizioni di dura condanna, tanto che il Presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Iacopino, nel corso di un convegno in occasione del 40° anniversario, sentì il bisogno di chiedere scusa alla città.

Quando poi non fu più possibile abbindolare l’opinione pubblica, ecco servita la carta delle “gravi trame extraparlamentari” che gettarono la Rivolta, squisitamente sociale, sul un piano politico ben diverso. In questo contesto, fu gioco facile attribuire la “responsabilità” della protesta ai neofascisti, solo perché, come vedremo, i reggini nel momento cruciale, quando partiti, sindacati e organizzazioni nazionali si defilarono, trovarono come loro unico interlocutore Ciccio Franco, dirigente del Movimento Sociale Italiano e sindacalista della CISNAL, ma, in realtà, prima di tutto reggino tra i reggini. Al riguardo, così ribadisce lo stesso Ciccio Franco in un’intervista: “la Rivolta di Reggio non fu missina. Fu però alimentata e guidata, a fronte della vigliaccheria altrui, dagli uomini del Movimento Sociale Italiano”.

La sintesi di quei mesi che costarono 5 morti (Bruno Labate, Angelo Campanella e Carmine Jaconis fra i cittadini e i poliziotti Curigliano e Bellotti), decine di mutilati, centinaia di feriti e arrestati, si riassume in uno slogan: “Tutti contro Reggio? Beh, allora Reggio contro tutti!”, che i reggini urlavano sulle barricate della “Repubblica di Sbarre”, del “Granducato di Santa Caterina”, del “Principato di San Brunello”, del “Regno di Viale Quinto”.

Al grido di dolore di una comunità intera la risposta dello Stato non fu all’altezza e si misurò solo sul piano repressivo e sulle vaghe promesse di posti di lavoro. Per contrastare i manifestanti, fu fatto confluire un numero impressionante di forze dell’ordine che occuparono scuole, caserme e alberghi, interi reparti di poliziotti della “celere”, carabinieri e soldati, dodicimila uomini provenienti volutamente da regioni del nord, con scarsa conoscenza del tessuto sociale locale, ai quali spesso venivano impartiti ordini confusi e contraddittori.

Tutti elementi che innalzarono la tensione fino a sfiorare scenari di guerra e se non si contarono i morti con la calcolatrice lo si dovette, a detta di tutti, alla grande professionalità e alle capacità di dialogo del Questore Emilio Santillo, che riuscì a gestire situazioni di estrema pericolosità, assumendosi responsabilità e decisioni che evitarono il peggio. Lo Stato, per avere la meglio su dei cittadini arrabbiati che tiravano pietre, dovette optare, prima ed unica volta nell’Italia repubblicana, per la soluzione militare, insistentemente richiesta da Berlinguer e dai partiti della sinistra.

L’ingresso in città il 18 febbraio 1971 dei mezzi blindati M113 del battaglione mobile dei carabinieri e dei carri armati Sherman dell’esercito, se da una parte fiaccarono la resistenza e il morale dei rivoltosi, dall’altra compromisero la fiducia dei cittadini nei confronti dell’autorità costituita per lungo tempo.

Il contentino del famigerato “Pacchetto Colombo” si rivelò invece un “grande pacco” per i reggini e gli unici benefici apportati (degli oltre 10 mila posti di lavoro promessi fra Quinto centro siderurgico, iniziative in campo turistico dell’EFIM e la Liquilchimica di Saline Joniche) furono il potenziamento di qualche centinaio di unità alle O.ME.CA. Del gruppo IRI e la sede del Consiglio regionale.

La protesta parte dagli ambienti reggini della DC e Piero Battaglia è il “Sindaco della Rivolta”, che il 5 luglio 1970, insieme al consigliere provinciale del MSI, Fortunato Aloi, intrattiene a Piazza Italia il famoso “rapporto alla città”, svelando l’inganno che si stava perpetrando ai danni di Reggio. Localmente, il suo partito lo sostenne solo fino a metà ottobre, poi si tirò in disparte e lasciò il pallino in mano ai vertici romani.

Il PCI ed il PSI furono decisamente contrari alla Rivolta, pur riconoscendo le giustificazioni di ordine socio-economico, ma negando che l’obiettivo del capoluogo potesse avere una qualche dignità e denunciarono il carattere “eversivo” e “fascista” dei moti. Il comizio che Pietro Ingrao tenne a Reggio il 9 agosto 1970 Venne contestato fin dall’inizio e quando affermò: «Oggi è importante far funzionare la regione, uno strumento di sviluppo autonomo dalla burocrazia romana, e non tanto stabilire se deve essere Reggio o Catanzaro o Cosenza il capoluogo», gran parte della folla reagì fischiando e gli iscritti strapparono le tessere lanciandole sul palco di Piazza Duomo.

Per quanto riguarda i sindacati, il 16 luglio 1970, all’indomani della morte di Bruno Labate, CGIL, CISL e UIL riconobbero testualmente come: «alla base di queste spontanee manifestazioni popolari stiano antichi problemi». In sostanza, le confederazioni sindacali vennero prese alla sprovvista dall’esplosione della protesta popolare durante uno sciopero generale spontaneo. Nel prosieguo della Rivolta, a livello nazionale, presero una posizione di condanna, lasciando la sola CISNAL a partecipare agli scioperi e alle manifestazioni di piazza.

Mentre Ciccio Franco e molti esponenti locali erano impegnati nella protesta, il MSI non ne diede inizialmente una valutazione positiva. All’indomani del 14 luglio, la reazione del partito reggino fu in linea con quello nazionale, che non rinunciava a presentarsi come “partito d’ordine” chiedendo di ristabilire l’autorità dello Stato, garante della tranquillità dei cittadini. La “questione Reggio Calabria” fu affrontata in una riunione notturna con il Segretario da poco eletto Giorgio Almirante, il deputato Nino Tripodi, il consigliere regionale Benito Falvo e Ciccio Franco, nella notte tra l’8 e il 9 agosto a Polistena, in casa dell’avv.  Raffaele Valensise, dove si tenne un vertice per decidere il da farsi. Nei giorni a venire il MSI cambiò progressivamente atteggiamento e, il 16 ottobre, Almirante ed il partito sposarono definitivamente la causa di Reggio. Nel dibattito parlamentare di quel giorno la città venne difesa ad oltranza e con essa i rivoltosi; il “Secolo d’Italia”, cominciò ad occuparsene, quasi giornalmente, con corrispondenze di Vincenzo Iacopino; cominciarono anche a svolgersi manifestazioni ufficialmente organizzate dai giovani missini; i militanti iniziarono ben presto a partecipare agli scioperi e prendere parte agli scontri di piazza e i maggiori esponenti – oltre Ciccio Franco, Fortunato Aloi, Angelo Calafiore, Antonio Dieni, William D’Alessandro, Pietro Gatto, Renato Meduri, Rosetta Zoccali, Felice Genoese Zerbi – presero saldamente le redini delle iniziative; apparirono sui muri le prime scritte “Per Reggio Capoluogo: Boia chi molla!” a firma dell’MSI; le notizie sulla Rivolta e sul ruolo che vi stavano ricoprendo i “camerati” di base di Reggio Calabria cominciarono a fare il giro delle sedi missine in tutta Italia.

L’identificazione fra il Movimento Sociale Italiano e la Rivolta ormai fu completa e sancita con le elezioni politiche del 1972, in cui Ciccio Franco venne eletto al Senato della Repubblica con una votazione plebiscitaria: il 36% nel collegio e il 48% in città (quasi un elettore su due lo votò) e sempre rieletto al Senato nelle legislature successive fino al 1991 (anno della sua morte).

La Chiesa Reggina, con in testa il suo Pastore, Mons. Giovanni Ferro, si schierò a favore di “Reggio capoluogo” e si adoperò molto per cercare di alleviare le sofferenze del popolo in Rivolta e di calmare gli animi dei più esagitati. La Curia in una nota dell’11 luglio “esprime piena solidarietà alla civica amministrazione, in quest’ora di grande dolore e smarrimento, alla rivendicazione del ruolo di Reggio a capoluogo della regione, legittimato diritto documentato dalla storia millenaria, confortato anche dal ruolo metropolitico per la Calabria di questa vetusta sede apostolica”. Azioni condivise da moltissimi parroci e che costarono a Mons. Ferro feroci accuse da parte di alcuni esponenti della sinistra che chiesero apertamente alle autorità di polizia il motivo per cui il vescovo non venisse arrestato per questa sua vicinanza ai rivoltosi.

Mai come oggi, in cui a prevalere sono sentimenti di rassegnazione, menefreghismo e antipolitica, il messaggio della Rivolta e l’esempio di uomini come Ciccio Franco, devono essere da monito. Infatti, grazie al coraggio, alla passione, alla caparbietà e alla capacità di personaggi come lui, si riuscì, negli anni post-rivolta, ad ottenere vitali conquiste per la città, quali le sede del Consiglio Regionale, la sede della Corte d’Appello, l’Università, l’Università per Stranieri, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di Musica, il Porto di Gioia Tauro, l’Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati e, per ultima, la Città Metropolitana.

Partire dalla Rivolta del 1970, quindi, per giungere alla Città Metropolitana, attraverso la storia e all’interno di un percorso che caratterizza la politica di Reggio Calabria e il suo spirito, non è un esercizio di mero campanilismo.

Con la Legge nr. 42 del 2009 è stata riconosciuta Reggio Calabria quale decima Città metropolitana d’Italia. Questo riconoscimento è uno straordinario strumento per il definitivo rilancio di tutto il territorio provinciale in ottica nazionale ed europea.

Solo dopo 40 anni Reggio ha avuto questo giusto, seppur tardivo, indennizzo, grazie all’intuizione e alla lungimiranza dell’allora sindaco Giuseppe Scopelliti, figlio di quella generazione cresciuta politicamente guardando gli esempi e coltivando i valori che la Rivolta ha trasmesso. Scopelliti immaginava già allora una città agganciata alle principali reti europee di sviluppo urbano e coordinata per interagire con le altre città metropolitane del Mediterraneo, quale naturale “ponte” europeo per raggiungere le sponde del Nord Africa, in chiave turistica e commerciale. Si trattava, in sintesi, di far pesare politicamente la posizione geografica strategica che Reggio detiene e ambire al ruolo che le compete nel bacino del Mediterraneo, rendendo operativi gli accordi sottoscritti nel “Meeting delle città del Mediterraneo”, svoltosi proprio a Reggio Calabria nel 2009.

Pertanto, per ritornare al titolo, per quanto concerne Reggio Calabria, la nascita della Città metropolitana è innegabilmente una conquista della destra politica, quella destra cresciuta a pane, Rivolta e Ciccio Franco. E la coscienza del popolo reggino è consapevole di questo. La stessa coscienza di popolo che, piuttosto che agognare improbabili nuove rivolte, dovrebbe pungolare le amministrazioni locali, affinché tramite lo strumento della Città Metropolitana possano staccare Reggio da quel cordone che la lega alla politica regionale, spesso matrigna e indifferente ai reali bisogni, e agire definitivamente sulla base di quanto era nelle intenzioni di chi ha ottenuto la realizzazione di questa opportunità che potrebbe rappresentare per la città un irripetibile, definitivo, salto di qualità.

Alla luce di quanto emerso nel corso di questi 50 anni, in definitiva, qualsiasi lettura si voglia dare alla Rivolta, non può venire meno la dimensione popolare della protesta. In piazza, per le strade e tra le barricate ci furono uomini e donne, giovani ed anziani; proprietari terrieri e agricoltori; studenti, operai ed impiegati; classi abbienti e meno; gente di diversi strati sociali che, sotto la guida del Comitato d’Azione Per Reggio Capoluogo e degli uomini del Movimento Sociale Italiano, lottò per il diritto al futuro di un’intera comunità.

Dal 1992, dall’indomani della prematura scomparsa del sen. Ciccio Franco, il MSI e il FdG prima e  AN poi, unitamente agli storici esponenti della destra di Reggio Calabria, hanno tenuto alta l’attenzione e mantenuto vivo il ricordo di quella straordinaria e, nel contempo, tragica pagina di storia contemporanea, anno per anno fino ad oggi, con iniziative, cerimonie e manifestazioni private e pubbliche. Nel 2003 il sindaco Scopelliti inaugurò sul lungomare il Monumento ai Moti; nel 2004 fu realizzato nel rione pescatori il parco dedicato ai Martiri della Rivolta; nel 2005, in occasione del 35° anniversario il comune commissionò a “La Gazzetta del sud” un docufilm “Reggio Calabria 1970 – la Rivolta”, che fu distribuito in migliaia di copie allegato in omaggio al giornale e, il 16 novembre, in occasione del 24° anniversario dalla scomparsa del sen. Ciccio Franco, fu scoperta sul Lungomare una Stele in bronzo a lui dedicata; nel 2006 la centralissima Arena, stupendo balcone sullo stretto di Messina, fu dedicata al Leader dei “Boia chi Molla”; nel 2010 per il 40° anniversario, il Comitato civico costituito dal Comune a guida centrodestra, organizzò un calendario di eventi che, distribuiti nell’arco di un anno, celebrò degnamente quelle giornate con cerimonie ufficiali, convegni, dibattiti e tavole rotonde.

Nulla di tutto questo si sta verificando quest’anno che pure è il 50° anniversario di quella storica e indimenticabile Rivolta.

Giuseppe Agliano è stato Coordinatore Comitato Civico per il 40° anniversario della Rivolta di Reggio  Calabria, Consigliere e Assessore del comune di Reggio Calabria dal 1995 al 2011

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