9 maggio 1978: omicidio Moro. 9 maggio 2020: tornano le antiche ombre della trattativa Stato-Mafia

Oggi, 9 Maggio 2020, è una data che evoca una ricorrenza importante per la storia della Repubblica Italiana: il 9 Maggio 1978, il giorno in cui fu ucciso Aldo Moro.

Nello stesso giorno alle prime ore del mattino, fu ucciso dalla mafia il giornalista Peppino Impastato.

Proprio oggi, a complicare, se possibile, la già delicata vicenda relativa alle recenti scarcerazioni dei mafiosi, connesse al Covid-19, vicenda per la quale il Ministro Bonafede è oggetto di una mozione di sfiducia da parte dell’intera opposizione, intervengono le dichiarazioni del pentito Pasquale Di Filippo.

Un pentito di un certo rilievo, genero di Tommaso Buscetta, e killer del gruppo di fuoco del clan Brancaccio.

Uomo che “cosa nostra” la conosce bene, tanto bene da aver fatto arrestare e condannare mafiosi del calibro di Bagarella, Nino Mangano, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro, Fifetto Cannella.

E cosa dice il pentito Di Filippo su questa vicenda?

Di Filippo dice: “ I boss di Palermo hanno di sicuro festeggiato per quelle scarcerazioni, so come ragionano, sono stato anche io un mafioso. Hanno festeggiato per la disorganizzazione dell’Antimafia. Dopo le stragi Falcone e Borsellino, lo Stato si è messo a fare seriamente la lotta alla mafia, i boss lo sanno. E neanche loro si aspettavano tanta disorganizzazione e confusione. Ma quando hanno capito che una grande maglia si era aperta, ne hanno approfittato subito, con decine, centinaia di istanze. Ne è venuto fuori un disastro, che non fa certo onore a chi è morto per mettere in carcere tutti quei mafiosi”.

Dichiarazioni che sembrano supportare quanto già dichiarato dal giudice Di Matteo, ed emerso da intercettazioni ambientali, e cioè che i mafiosi non avrebbero gradito, anzi, avrebbero fortemente avversato, la sua nomina ai vertici del DAP, “perché con lui si sarebbero chiusi i giochi”.

In un’altra occasione, il pentito Di Filippo aveva dichiarato: “Se uno come Bagarella sa che deve uscire in permesso, si organizza prima e prepara non uno ma sei omicidi”.

Ad ora Bagarella è fuori dal carcere, e come lui altri 637 esponenti della criminalità organizzata, anche se il Ministro Bonafede, invece di dimettersi, si affanna nel tentativo disperato di riportarli in carcere, in ossequio al noto proverbio “Chiudere la stalla dopo che i buoi sono già scappati”.

Evidentemente, almeno in questo caso, la stalla (sit iniuria verbis) andava tenuta chiusa.

Questa notizia arriva proprio oggi!

L’omicidio di Aldo Moro, concluse tragicamente un lungo periodo di crisi della storia repubblicana, cambiando per sempre la dinamica delle relazioni politiche all’interno della nostra democrazia parlamentare.

Fu un fatto di tale gravità, sul quale peraltro ancora non si è fatta piena luce, da oscurare quasi completamente l’omicidio del giornalista Peppino Impastato.

Per quest’ultimo omicidio fu condannato come mandante Gaetano Badalamenti, ed anche in questo caso, su alcuni riscontri processuali non fu mai fatta piena luce.

In particolare su alcuni depistaggi connessi alla strage di Alcamo Marina, su cui Impastato aveva indagato (un carteggio relativo a questa indagine giornalistica fu sequestrato dai Carabinieri ed in seguito mai più riemerso).

Di alcuni aspetti di questa indagine si occupò anche il giudice Nino Di Matteo (in particolare dei depistaggi relativi ai veri autori dell’omicidio). Lo stesso Di Matteo, che come sappiamo, ha pubblicamente dichiarato di non essere stato nominato ai vertici del DAP da Bonafede, perché non gradito alla mafia.

Nel citato episodio della strage di Alcamo Marina, in cui furono uccisi due carabinieri, emerse il retroscena di un traffico di armi, dietro il quale si ipotizzò una regia di “Gladio”, la struttura militare segreta (stay behind) operante in accordo con apparati deviati dei servizi segreti italiani, che è comparsa nelle indagini, ancora incompiute, sulle stragi di Falcone e Borsellino e sulla trattativa Stato-mafia. La stessa Gladio che emerse anche in alcuni retroscena investigativi del Caso Moro.

Entrambe indagini di cui si è ampiamente occupato il giudice Di Matteo, sgradito alla mafia ed a cui il Ministro Bonafede aveva preferito l’ormai dimesso Basentini.

Echi lontani di trattativa Stato-mafia?

Sul fenomeno storico, noto come trattativa Stato-mafia, esiste copioso materiale documentale, numerosi atti processuali, importanti risultanze investigative. Il tema è davvero vasto e meriterebbe uno studio a sé.

In questa sede, ci limiteremo a chiederci: quel periodo si può considerare completamente concluso? Che cosa dobbiamo realmente intendere per “trattativa”?

“Normalmente” la mafia, quando esercita il suo potere sul territorio, ad esempio per la richiesta del pizzo, prima colpisce con un attentato e poi fa la richiesta estorsiva.

In questo modo, a danno compiuto, dimostra la sua pericolosità ed inizia una trattativa, volta a non reiterare il comportamento estorsivo in cambio dell’accoglimento della propria richiesta criminale.

E questo, secondo alcune risultanze processuali, è quello che sarebbe avvenuto dopo gli attentati di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, di Via dei Gergofili a Firenze, e di Via Palestro a Milano, in cambio dell’attenuazione del regime di detenzione stabilito dal 41-bis.

Dunque un quadro di destabilizzazione sociale, analogo a quello posto in essere generalmente dai gruppi terroristici, che lasci intravedere la reiterazione di fenomeni criminali di difficile controllo da parte dello Stato.

Ci vogliamo vivamente augurare che nella vicenda della recente rivolta delle carceri,  avvenuta nel mese di Marzo dopo l’inasprimento delle restrizioni connesse al Covid-19, non sia accaduto niente di analogo.

Certo, il danno c’è stato, una situazione di estrema pericolosità sociale è stata generata. La sommossa ha riguardato contemporaneamente 27 Istituti di pena. Ci sono stati 12 detenuti morti, 19 evasi, 41 agenti feriti, e danni alle strutture per 35.000.000 di Euro.

Successivamente, a partire dal 20 Aprile, con la scarcerazione di Francesco Bonura, e quella conseguente degli altri 637, la “pax mafiosa” è tornata.

Non è dato sapere con certezza se questa “pax mafiosa”, la stessa che non gradiva la nomina del giudice Di Matteo, sia il frutto di una esplicita trattativa con lo Stato, ma  di certo, se si analizzano fatti, tempi, modus operandi tipici della logica mafiosa, precedenti processuali storici, e nessi causali, è difficile, quantomeno, non porsi seriamente la domanda.

Una domanda, che, di per sé, già inficia il senso di sicurezza sociale che uno Stato Sovrano, attraverso le sue Istituzioni, dovrebbe garantire.

In presenza di un dubbio di tale rilevanza e di un danno effettivo così grave, come quello che si è venuto a determinare per la società civile, è accettabile che il Ministro Bonafede non senta il dovere di rassegnare le proprie dimissioni?

Sembra di no. Il Ministro Bonafede continua resistere, nonostante tutto, difeso a spada tratta dal suo Partito, il Movimento 5 Stelle, che aveva fatto del garantismo e del giustizialismo, della lotta alla mafia, la sua bandiera elettorale, e che adesso mette in atto una ipocrita liturgia di difesa dell’indifendibile che non solo ricorda, ma addirittura oscura, quella della peggiore partitocrazia della Prima Repubblica.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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