Bonafede non si dimette. Intanto le mafie ripartono dai boss agli arresti domiciliari

Alfonso Bonafede non si dimette, anche a costo di mettere in difficoltà i fragili equilibri del Governo Conte e di sopportare gli strali che vengono da un quotidiano filo-governativo come La Repubblica. La prova del fuoco sarà la mozione di sfiducia individuale che le opposizioni presenteranno al Senato, dove sono determinanti i voti di Italia Viva di Matteo Renzi.

Al di là dei pur interessanti sviluppi politici, il problema creato da Bonafede rimane gravissino. Ad oggi sono 376 i mafiosi e trafficanti di droga fatti uscire dalle carceri italiane e posti agli arresti domiciliari e si è visto che non basterà un Decreto legge (ipotizzato dal Guardasigilli) per rimandarli in carcere.  Ma ve ne è un numero molto più rilevante in attesa di analoga collocazione. Migliaia nei reparti ad alta sicurezza (carcere duro), mafiosi e stragisti.

Sono ormai note le responsabilità dell’ex direttore del DAP, Francesco Basentini in questa vicenda, che pare, al momento, essersi conclusa con le sue dimissioni, prontamente accolte (o sollecitate?) dal Ministro della Giustizia Bonafede, cioè da colui che lo aveva nominato.

Una vicenda in stile tutto italiano, in cui le responsabilità, si fermano, nella catena dei rapporti gerarchici, sempre un po’ prima di arrivare al vertice di quella catena, che spesso è politica.

E così il Politico, rimuove il Tecnico da lui stesso nominato, e di cui ha avallato, o addirittura fornito le linee di indirizzo politico, ponendo se stesso al di fuori della catena causale, di cui egli dovrebbe essere il “primum movens”.

La vicenda, nel suo insieme, ha ormai una chiarezza che si potrebbe definire sconcertante.

Prima la rivolta nelle carceri, nello stesso momento, in diverse carceri ed in aree diverse del territorio italiano.

Cosa assolutamente impossibile, se non programmata, coordinata e gestita da una regia criminale, che nella logica interna delle carceri, riflette sempre le gerarchie criminali interne, cioè il ruolo chiave della criminalità organizzata.

Rivolte che hanno causato un numero elevato di morti e feriti, rivolte dichiaratamente poste in essere in reazione alle misure restrittive derivate dalla situazione connessa al Covid-19.

Restrizioni, poi non così diverse da quelle subite da milioni di cittadini italiani onesti, e quindi ben più aventi diritto allo status di cittadini liberi.

Poi la note del DAP, del 21 Marzo 2020 (Circolare detenuti over-settanta), che ha riguardato 750 detenuti in regime di 41-bis, per così dire a rischio salute, redatta anche, in accoglimento di quanto già previsto circa la scarcerazione, in regime di arresti domiciliari, dei detenuti con pena inferiore nel massimo a diciotto mesi di reclusione per “alleggerire” la situazione di pericolo di contagio del Covid nelle carceri.

Come se, al di fuori delle carceri, questo pericolo non esistesse.

Poi, la liberazione dei primi detenuti di mafia, indicati in quell’elenco da parte dei giudici di sorveglianza.

Capi mafia come Bonura, Provenzano, Leoluca Bagarella, Nitto Santapaola,  capi ‘ndrangheta come Francesco e Vincenzino Iannazzo e Umberto Bellocco, il capo della N.C.O. Raffaele Cutolo.

Poi, arrivano le dimissioni di Basentini da Capo del DAP.

Segue la confusa e tardiva reazione del Ministro Bonafede, con la nomina di Dino Petralia e del suo vice, Roberto Tartaglia, a capo della nuova commissione anti-mafia in seno al DAP.

Infine arrivano le dichiarazioni esplosive del magistrato Di Matteo, che svelano i retroscena che avrebbero portato Bonafede, a fare marcia indietro, nell’arco di ventiquattro ore, sulla decisione già presa di nominare Di Matteo a capo del DAP.

E questo preferendogli Basentini, a seguito di un mancato gradimento verso la nomina dello stesso Di Matteo, da parte dei capi detenuti dei vertici mafiosi, come emerso, non da dicerie, ma da intercettazioni ambientali.

Ma il Ministro Bonafede, punta di diamante del giustizialismo pentastellato, resiste, non si dimette, anzi “si indigna con gran dignità”.

In altri tempi, quando l’etica era ancora presente nella politica, un Ministro in analoga situazione, si sarebbe dimesso, non una, ma più volte.

Invero il Guardasigilli si è difeso dalle accuse di Di Matteo dicendo che, in alternativa al DAP, gli aveva offerto l’incarico di dirigere gli Affari Penali del Ministero, lo stesso incarico che all’epoca fu ricoperto da Giovanni Falcone, provocando la reazione della mafia con l’attentato che costò la vita a Lui, a Francesca Morvillo ed agli uomini della sua scorta.

Ma le cose, da allora, sono profondamente cambiate: mentre all’epoca di Falcone c’era una strategia giudiziaria da inventare per disarticolare la Mafia (compito degli Affari Penali del Ministero), oggi l’impegno principale è quello di custodire in modo efficace i tanti boss arrestati (compito questo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria).

Questo dovrebbe far riflettere sull’importanza che riveste il ruolo del DAP.

I mafiosi lo sanno molto bene in quanto è ben noto, ed ampiamente dimostrato, come i capi mafia continuino anche dal carcere a dare indicazioni sulle strategie per coordinare l’attività della criminalità organizzata.

È facile intuire come questa attività possa continuare ora, ben più agevolmente, addirittura dalle abitazioni dove i capi mafia risiedono, in regime di arresti domiciliari, negli stessi territori nei quali operano le organizzazioni criminali da essi stessi presiedute.

Il paradosso è che alcuni dei criminali che hanno beneficiato, o che potrebbero beneficiare di questi provvedimenti, sono gli stessi che si sono resi responsabili delle stragi in cui perirono sia Falcone che Borsellino, oltre che di alcune centinaia di efferati omicidi, e di altri gravissimi reati.

Il grave vulnus subito dalla Giustizia, si intride tristemente del sapore amaro della Beffa.

Forse non è questo il modo migliore di onorare la memoria di due grandi eroi, come Falcone e Borsellino, che per il bene della collettività ed in ossequio al proprio senso di Giustizia, quella Giustizia ora beffata, hanno sacrificato la loro stessa vita.

Ma il Ministro pentastellato, giustizialista ed anti-mafia Bonafede, resiste, resiste e “si indigna con gran dignità”.

Deve essere proprio vero, come diceva il buon Giulio Andreotti, che di mafia un po’ si intendeva, che “il potere logora chi non ce l’ha”.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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