Brexit: una nuova alba per la Gran Bretagna (e anche per noi)

“Riscopriremo muscoli che non abbiamo usato per decenni, il potere di pensare e agire in maniera indipendente” queste parole che Boris Johnson ha scandito nel suo video-messaggio per la Brexit, sono un manifesto della speranza sovranista, non solo per gli Inglesi ma per tutti i popoli dell’Europa.

E ancora: “la Gran Bretagna sarà simultaneamente una grande potenza europea e un Paese veramente globale nella sua portata e nelle sue ambizioni”. Ovvero “pensare e agire in maniera indipendente” non significa chiudersi in se stessi e ignorare la dimensione globale della nostra epoca. Significa soltanto non delegare ad altri, ad organismi multinazionali senza anima e senza controllo, le decisioni essenziali per la vita del proprio popolo.

I giornali dell’establishment, in Italia come in tutta Europa, hanno cercato di disegnare il premier britannico come uno squilibrato eccentrico che porta la sua Nazione verso la rovina dell’isolamento o verso la totale subalternità rispetto agli USA di Trump. A parte il fatto che Johnson, da quando è Capo del governo, non ha risparmiato critiche e prese di distanza nei confronti di Donald Trump, questi commenti giornalistici dimostrano solo superficialità e malafede sul nuovo corso della politica britannica.

Boris Johnson ha preso la guida della Brexit – levandola di mano al precursore liberista Nigel Farage – non per opportunismo e/o avventurismo politico ma perché ha un ben preciso piano per salvare la sua nazione da una crisi latente che sta affamando il ceto medio e la maggioranza del popolo britannico (stesso fenomeno che stiamo vivendo qui in Italia). Il modello di sviluppo che voleva il Regno Unito come una piattaforma finanziaria dell’Europa avrà fatto le fortune della City e del suo blocco sociale globalista, ma a prezzo di una profonda depressione in cui sprofonda tutto il resto del Paese (che infatti ha votato compattamente a favore della Brexit sia nel referendum che nelle elezioni). Al contrario Johnson vuole re-industrializzare l’economia britannica, offendo un lavoro sicuro ai milioni di disoccupati e precari che languono nelle periferie metropolitane, mentre il rilancio della pesca e dell’agricoltura (libere dalle maglie della Politica Agricola Comune) daranno una nuova dignità identitaria a tutto il popolo delle campagne e delle aree interne.

L’Inghilterra non se ne va dall’Europa – di cui farà sempre parte geograficamente e storicamente – ma da una Unione Europea che è solo una macchina burocratica al servizio della globalizzazione economica e finanziaria.  E ci indica una strada: uscire dalla UE non è impossibile, né è prospettiva riservata a più o meno marginali paesi dell’est-europeo. Ad uscire è la Gran Bretagna, nel bene e nel male uno dei motori della modernizzazione mondiale, un’avanguardia di cultura e di stili di vita. Teniamolo bene a mente quando ci accosteremo alle future trattative con Bruxelles, quando discuteremo se accettare o meno l’imposizione del nuovo fondo salva-stati, quando ci diranno “o obbedite, o vi distruggiamo”.

Si può uscire dell’Unione Europea senza diventare marginali nel mondo globale. A meno che i padroni di Bruxelles (e di Berlino) non imparino a rispettare la nostra sovranità e i nostri interessi…

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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