Caso Willy, la solita sinistra necrofaga pone in atto l’ennesima speculazione politica

La solita sinistra necrofaga pone in atto l’ennesima speculazione politica ai danni di un ragazzo di 21 anni ucciso barbaramente da quattro pendagli da forca, gli avvoltoi del progressismo si scagliano sul cadavere ancora caldo di Willy Duarte Montero per attingere a piene mani dalla sua drammatica vicenda e farne strumento della propria propaganda bieca e volgare.

A poche ore dall’accaduto, Repubblica e replicanti minori, avevano già appurato – ogni oltre ragionevole dubbio – la matrice politica e il movente razziale del delitto, facendone l’argomento portante del proprio palinsesto per i successivi tre giorni.

In sostanza, il copione seguito dal gregge di pennivendoli è che dei criminali hanno picchiato a morte un ragazzo indifeso non perché sono dei criminali, ma perché sono di “destra”. E non importa che a tutti gli effetti i suddetti quattro non siano affatto di destra, se secondo i canoni estetici e idealistici dell’immaginazione di sinistra è stato deciso che sono di destra è così e basta.

Poco conta che sin dai primi accertamenti degli investigatori sia stato escluso “categoricamente” qualsiasi movente e implicazione razziale o politica: “I quattro accusati di omicidio non militano o frequentano organizzazioni politiche, non hanno palesato sui social idee particolari o mostrano tatuaggi chiaramente riconducibili a ideologie specifiche, di destra o di sinistra. Né, soprattutto, durante la rissa ci sono state esclamazioni che richiamavano al colore della pelle della vittima”. Trascurabile che, se proprio volessimo addentrarci in dettagli irrilevanti, le uniche pagine politiche alle quali i soggetti in questione hanno messo “mi piace” siano quelle di Virginia Raggi, Luigi di Maio, Giuseppe Conte, Movimento 5 Stelle e associazioni di attivismo LGBTQ+.

Eh no, nell’immaginario fiabesco e petaloso dei bimbi speciali della sinistra liberal, i coatti picchiatori e assassini corrispondono all’iconografia dell’individuo di destra, quindi è così, non vogliono sapere nient’altro: non assecondare questa visione puerile e stereotipata rischia di compromettere il mondo fatato e orlato di buoni sentimenti di facciata che pervade le teste pigre degli stronzetti baizuo. Guardare in faccia le infinite sfaccettature della realtà li potrebbe condurre a crisi psicotiche dalla prognosi incerta, come il Robertino di Troisi in Ricomincio da Tre. Meglio evitare. Meglio attenersi alla modalità duale e manichea del loro cervello che contrappone, al razzista assassino di destra, l’individuo di sinistra nel quale riconoscersi, umanitario e filantropo per definizione. E’ meno faticoso e molto più rassicurante. Alla fine non ci si può aspettare molto di più da gente che fa inchieste guardando (malamente) i profili social di vittime e carnefici. Ragionano per categorie semplici e onnicomprensive. Tutto quello che non gli piace è fascismo – qualsiasi cosa voglia dire il termine del quale gli inflazionistici fruitori non sono in grado di dare una definizione.

Insomma, la grancassa mediatica non può essere distolta dai propri affari per questioni secondarie come la realtà delle cose, soprattutto se quel discorso è essenziale alla propria sopravvivenza e alla perpetrazione del proprio nefasto potere. Non dimentichiamoci che le elezioni regionali (che perderanno) sono alle porte. Nel mondo incantato della narrazione progressista la suggestione conta più della realtà. Né il discorso logico, né il senso del pensiero razionale, possono sormontare il peso emozionale di un razzismo che, quando non esiste, va inventato. Perché questa è la chiave di lettura più funzionale ai propri scopi e interessi.

Succede addirittura che, pur di corroborare la smodata campagna mistificatoria e speculativa sull’omicidio di Willy Duarte, si sia fatto ricorso al profilo falso (in gergo, un “troll”) di un fantomatico Manilo Germano, personaggio costruito ad arte da un sedicente antagonista delle “destre”, per lanciare sui social network messaggi inneggianti ai quattro arrestati e insulti alla vittima per il colore della pelle. Manlio Germano non esiste, è un fake, spacciato per affiliato ad ambienti e partiti di destra, ma i suoi commenti disgustosi vengono riportati e divulgati da giornalisti di ogni ordine e grado per sostenere come un mantra la tesi secondo la quale “Sui social network si stanno scatenando i razzisti “odiatori”.

Manilo Germano è ovunque, tranne che nel mondo reale. L’edizione romana di Repubblica titola: “Aperta un’indagine sugli hater social di Willy”. La notizia viene poi riproposta sul profilo Facebook di Enrico Mentana, e successivamente, a catena, da tutta una serie di “opinionisti” di sinistra – tutti uguali, tutti molto “coordinati” tra loro e tutti molto in voga sui social – scatenando migliaia di commenti, reazioni e condivisioni indignate di una notizia che non c’è. Addirittura, Fabrizio Del Prete (120 mila follower su facebook) annuncia in un suo post che Manilo Germano è ufficialmente indagato dalla polizia postale di Latina. Non esiste, ma è indagato. Pur di politicizzare la morte del povero Willy i miserabili non si fanno scrupolo a usare anche profili palesemente falsi per la loro continua ignobile campagna mistificatoria.

Ma il network delle balle ormai si è buttato a capofitto nella strumentalizzazione sfrenata: viene pubblicata da Repubblica un’intervista telefonica a Federico Zurma, l’amico di Willy Monteiro, ripresa sulla fiducia da molti giornali mainstream. Peccato che lo stesso Federico Zurma, nelle ore successive, pubblica sul suo profilo instagram la seguente dichiarazione: “Non ho rilasciato alcuna intervista. Tutte le notizie uscite sui giornali e social sono state inventate da giornalisti senza scrupoli. Vi prego di rispettare il mio dolore”. Vatti a fidare dei professionisti dell’informazione.

Infine, per il ciclo #anchelepulcifannolatosse, anche Chiara Ferragni ha le idee chiare: “Willy Duarte, italiano di 21 anni dalla pelle nera, è stato ucciso da un gruppo di 4 fasci che l’hanno ammazzato a calci” recita una sua storia Instagram, aggiungendo poi: “I giornali però non mettono il loro focus sul fascismo”, e ancora: “Il problema lo risolvi cambiando e cancellando la cultura fascista e sempre resistente in questo paese di merda”. Passi l’ossimoro di Chiara Ferragni che si occupa di cultura, soprassediamo anche sul fatto che l’archetipo del pompato di muscoli e tatuaggi con i capelli colorati, il petto depilato e le pose da pagliaccio ostentate sui social, più che al passo dell’oca delle camice nere, sembra ispirarsi a certi tamarri arricchiti suoi stretti congiunti, bisogna riconoscere alla massima esperta degli abbinamenti cromatici senz’altro il fiuto per le nuove tendenze del politicamente cool di importazione statunitense. Siamo certi ne trarrà dei benefici in termini di ritorno di immagine da parte di quelli che contano.In conclusione, ancora una volta si è toccato il fondo. Il tentativo ostinato di dare una connotazione politica e razziale a un episodio che non è a ciò riconducibile, nell’intento di speculare politicamente sulla morte di un ventunenne e usarlo per le proprie finalità, l’assenza del benché minimo ritegno per la tragedia di una famiglia, il ripudio della verità e della giustizia che si devono a una giovane vittima della barbarie cieca, per piegare il tutto agli interessi di chi non esita a ballare sui cadaveri, è il punto più basso che certa politica e certa informazione indegne potessero toccare. E soprattutto, finché glielo permetteremo, non sarà l’ultima.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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