Charles De Gaulle e la versione francese del sovranismo

Il 9 novembre, oltre a segnare la data della caduta del muro di Berlino, segna anche l’anniversario della morte di Charles De Gaulle, quest’anno poi ne è ricorso addirittura il cinquantenario. Buona occasione anche per riconsiderarne l’opera e, alla luce di quanto è accaduto con le elezioni americane, brevemente riflettere sui germi di “sovranismo” presenti nell’operato del Generale.

Innanzitutto è intellettualmente onesto riconoscere che la sua fuga dalla Francia per unirsi agli Alleati, dopo la capitolazione e l’occupazione delle truppe tedesche, per questa forte personalità e per la sua tempra di militare al servizio del proprio paese, rispondeva ad un coerente impulso ad adoperarsi per tutelare la sovranità nazionale francese di contro all’occupazione tedesca, cioè di quel popolo che aveva sconfitto duramente la Francia a Sedan e che, già nel corso del primo conflitto mondiale, aveva tentato di invaderla.

Vi sono però altri elementi che disegnano il profilo di un precursore del sovranismo e di una figura –  punto di riferimento per la elaborazione compiuta di un pensiero politico sovranista. Dice Marcello Veneziani nel suo ricordo del Generale pubblicato il 9 novembre su “La Verità”:<< La sua fu una destra nazionale e sociale; non appiattì la Francia nell’atlantismo ma lo rigettò, fino ad uscire dalla Nato, avversò l’americanizzazione ed ogni colonialismo.>>

 Perché “Destra” innanzitutto? Se non volle asservire la Francia agli interessi americani facendone la “coscienza critica” dell’Occidente atlantista, (come il nostro Enrico Mattei) d’altro canto mai strizzò l’occhio al mondo sovietico-comunista (un po’ diversamente dal nostro Mattei, in verità). Egli era un sincero ed autentico anticomunista.

Perché “sociale”? Il suo anticomunismo non era sinonimo di “filo-liberismo” tout court. Certo sapeva che nell’occidente europeo, del quale la Francia faceva parte, col suo retaggio culturale e storico, non si poteva “attentare” al principio della proprietà privata e di una sana libertà di intrapresa. Ciò non gli impedì però di promuovere politiche sociali a tutela dei ceti più deboli e progettare un sistema di relazioni industriali in cui fossero previste forme di partecipazione agli utili e alla gestione delle aziende. Dice un suo noto epigono, Randolfo Pacciardi :<<Le sue idee sociali erano, senza che lui lo sapesse, di ispirazione mazziniana. Voleva la “partecipazione” operaia alla gestione delle aziende e contro quest’idea si schierarono tanto i capitalisti quanto i lavoratori e fu non ultima causa del suo tramonto>>.

Se avversò e si oppose ad ogni acritica accettazione dell’uso americano della Nato e dell’atlantismo, cosa pensava dell’Europa? Poteva essere essa punto di equilibrio nel mondo dominato dalla divisione tra i due blocchi  e dalla “guerra fredda” indicando una “terza via” di approccio ai problemi del pianeta nel secondo dopoguerra? La nozione di grandeur francese, che gli viene attribuita, spesso con le modalità di un’accusa, il suo patriottismo, potevano essere da ostacolo a questa visione dell’Europa?

Egli parlava di un’ “Europa delle patrie”, concetto poi ripreso da Almirante a metà anni ’70;  afferma Mario Bozzi Sentieri <<…l’idea dell’Europa delle patrie, un’Europa unita su base confederale (non federale n.d.r.) rispettosa della sovranità degli Stati aderenti, coordinata da un Consiglio dei capi di governo, che -scriveva De Gaulle- dovrà “unificare la politica estera, economica, culturale e di difesa”, elevando il Vecchio Continente a terza forza tra Stati Uniti ed Unione Sovietica.>> Questa idea d’Europa richiama alla mente il concetto di “etnarchia”, cioè di Europa confederata, elaborata da uno dei padri italiani e della Destra post-fascista del presidenzialismo: Carlo Costamagna.

L’idea gollista sul futuro dell’Europa era ritenuta un’idea troppo debole, incapace di mettere a regime un sistema di relazioni tra le nazioni europee per unificarne politica estera, di difesa e le grandi linee della politica economica. Invece la storia ha dimostrato, proprio in questi anni, che l’idea radicale, di matrice “massonica” e globalista dell’Unione Europea (quella prefigurata da Altiero Spinelli e dagli intellettuali suoi sodali) ha miseramente fallito su questi obiettivi primari.

Alain De Benoist ha affermato ricordando l’importante ricorrenza gollista che <<Il gollismo era la verticalità.>>. Quali le ragioni di questa asserzione forte da parte dell’intellettuale della Nouvelle Droite? Egli salvò la democrazia francese che stava affogando nei “ludi”  partitocratici delle camarille parlamentari restituendo alle istituzioni francesi la forza, la rapidità e l’efficacia  della decisione con il passaggio da una repubblica parlamentare, che stava affogando nelle paludi della discussione inconcludente (Quarta Repubblica) ad una repubblica presidenziale in cui il Capo dello Stato aveva anche il ruolo di orientare e guidare la politica del governo lasciando al Parlamento il ruolo più limitato di occuparsi solo delle leggi generali e di indirizzo.

A questa “grande riforma” istituzionale ci arrivò non con un “colpo di stato” (che erano ancora possibili nell’Europa di quei tempi, in Grecia fu fatto nel 1969) ma con il voto popolare, quello stesso voto che, con l’elezione diretta del Capo dello Stato, avrebbe largamente legittimato i maggiori poteri che gli erano conferiti rispetto a quelli di una repubblica parlamentare. Dice ancora Pacciardi, presidenzialista anche lui, su questo tema: << Una Repubblica fondata sulla sovranità popolare e non sulla sovranità dei partiti. […] Così nacque la Quinta Repubblica. Così nacque l’elezione popolare del Capo dello Stato e governi da lui diretti, efficienti e competenti. […] Sembra poco ma squassare il regime dei partiti e creare uno Stato in un Paese come la Francia che ha tutte le qualità e tutti i difetti di un qualsiasi Paese latino, praticamente ingovernabile, fu anch’essa una grande rivoluzione.>>

Da laico, consapevole dell’importanza di custodire e salvaguardare l’identità nazionale, De Gaulle non ha mai avversato, né tantomeno discusso,  la base cattolica di tale identità. Dice sempre Veneziani: << Era profondamente laico ma rispettava le tradizioni religiose. Ma lui era figlio della Francia Eterna, non di quella giacobina, illuminista o tecnocratica.>>

Riannodando i fili del nostro discorso: sovranità nazionale, sovranità popolare, presidenzialismo, europeismo che non disdegna ma che vuole tutelare, come un mosaico tutela i suoi singoli tasselli, le peculiarità nazionali, declinazione dell’economia secondo un modello partecipativo e non radicalmente “liberista”, attenta custodia dell’identità nazionale, fanno del Generale De Gaulle certamente un precursore del sovranismo.

Egli meriterebbe senz’alcun dubbio un posto di rilievo in un ideale pantheon delle figure che hanno ancorato la loro azione e la loro opera al principio cardine della Sovranità.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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